Venezia 78. Il buco

1961. Cronaca della discesa di un gruppo di speleologi nell’Abisso del Bifurto

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Italia anni 60, boom economico. Al nord si sale sul grattacielo Pirelli (un gustoso servizio tv in bianco e nero ripreso dalla carrucola dei lavavetri ) al sud si scende nell’Abisso del Bifurto: nella Calabria del Pollino un gruppo di speleologi piemontesi entra in una fessura del terreno che rivelerà una delle caverne più profonde della terra, quasi 700 metri. L’ingresso della voragine è in un pascolo, in cui il tempo è scandito da un pastore che  lancia richiami agli animali e da un paese dove fuori dall’unico bar la tv è uno spettacolo collettivo. La discesa nel buco, che viene in ogni tratto analizzato e descritto con una mappatura disegnata a mano, è una scaturigine di luce su uno schermo nero, a volte ricorda i percorsi di un formicaio, un budello fatto di stanze di roccia più larghe alternate a cunicoli claustrofobici dove la luce apre la tenebra che si richiude dietro. Le ombre che danzano davanti alle lampade dei caschi muovono le forme delle rocce, che sembrano un organismo modellato e pietrificato. Rumori naturali, dialogo tecnico di tanto in tanto. Un fascino che nasce da una sorta di ipnosi dall’alternanza buio/ luce. Se una metafora c’è è nella ricostruzione della malattia e morte di un pastore, quasi per rendere un’equivalenza tra il corpo umano e l’interno della terra davanti alla natura immota. Michelangelo Frammartino già rivelatosi con Il dono e Le quattro volte, mescola documentario, finzione e metafora in un lavoro che rasenta l’installazione d’arte.

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