Venezia 78. Miracol

Cosa è successo alla giovane monaca stuprata nel percorso tra il convento e l’ospedale?

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Romania, oggi. Una giovanissima monaca (Ioana Bugarin), che però non ha ancora preso i voti, chiama un taxi dal convento, lungo la strada si cambia d’abito e va in un ospedale in città: diserta un medico, non si presenta da un altro, cerca un poliziotto, prende un altro taxi per tornare, lungo la strada si ferma per rimettere la veste da monaca e il tassista la stupra. Nella prima parte abbiamo assistito a dialoghi sulla corruzione del mondo e l’efficacia dei miracoli, il punto di vista del credente e quello dell’ateo.
Nella seconda parte il poliziotto incarico dell’indagine sullo stupro manifesta il suo scetticismo nei confronti della fede e aggredisce letteralmente tutti: colleghi, indiziato, vittima. Poi si capisce che la povera quasi-monaca stuprata attende un bambino, è stata in dubbio se abortire, è tra la vita e la morte e il poliziotto non è una figura neutrale nella sua vita. Quindi succede qualcosa di non raccontabile che tuttavia in due riprese sconvolge le percezioni dello spettatore in proposito: c’è spazio per credere a un miracolo o è avvenuto un miracolo? E come leggerlo? L’impressione è che il film non voglia prediligere una tesi e che sia aperto a tutte e due le soluzioni: dipende dallo spettatore come in certi esperimenti di fisica quantistica l’esito dipende dall’osservatore. Il regista è Bogdan George Apetri

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