Venezia 78. Reflection

La guerra Ucraina/ Russia dentro e attorno a un chirurgo fatto prigioniero

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I nudi fatti sono esposti in quadri estremamente curati che sfiorano la fissità con una costruzione per simmetrie e messe in scena di cura maniacale . Il protagonista, medico chirurgo ucraino, separato dalla moglie e dalla figlia che vivono con un altro medico, sembra muoversi e ripetere gesti su moduli di alcuni minuti: pulire un disco tot minuti, guardare la figlia che gioca alla guerra coi softair mentre deve decidere se andare in guerra tot minuti, andare in guerra lui ucraino contro i russi  tot minuti, essere preso e malmenato tot minuti, assistere a torture orribili tot minuti e via così: addetto a valutare se i torturati sono morti o no, bruciarli, venire scambiato con prigionieri russi, tornare a casa e rischiare di essere divorato da una branco di cani randagi mentre fa jogging. Il regista Valentyn Vasyanovych sostiene che tutto ciò è nato da una scena che si vede nel film: un piccione ingannato dal riflesso del cielo nel vetro  si schianta contro la finestra della casa del chirurgo  e lascia un segno che sembra una variazione matta del dipinto Le retour di Magritte. Lui dice che da lì è nata l’idea di raccontare a un bambino la durezza della vita e l’accettazione della morte. Dev’essere così, ma lo spettatore è ancora scosso dalle nefandezze fatte sui corpi. Poi si ricorda: Valentyn Vasyanovych è il regista di The Tribe, passato a Cannes nel 2014: muto, estetico e violentissimo su una banda/tribù di sordomuti criminali.

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