Venezia 78. Freaks Out

Quattro diversi (mostri? mutanti? freaks?) nell’Italia sconvolta dell’8 settembre 1943. Firmati Mainetti

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Bella l’idea di partenza: Fulvio (Claudio Santamaria) è peloso come Chewbacca e fa l’uomo forzuto, Matilde (Aurora Giovinazzo) è elettrica e se tocca le lampadine le accende ma può anche fulminarti,  Cencio (Pietro Castellitto)  fa danzare le lucciole ma comanda a tutti gli insetti, Mario (Giancarlo Martini) è un clown nano che funge da calamita umana  (attira forchette e cucchiai), ma anche  affetto da priapismo con un gran pene che funziona come l’ago di una bussola. Sono freak nazionali, le fantasiose attrazioni del poverissimo circo Mezzapiotta e tengono spettacoli guidati da un tenero direttore, Israel (Giorgio Tirabassi), che ha anche il problema di essere ebreo nell’Italia dell’8 settembre 1943 che si spacca in due mentre i tedeschi l’invadono e gli alleati bombardano. Con tutti i risparmi Israel potrebbe comprar per tutti un passaggio per l’America. Ma scompare. Oppure potrebbero raggiungere il Berlin Cirkus guidato da Franz Rogowski che con sei dita per mano suona al pianoforte Creep dei Radiohead. E come fa?  Perché quando si droga di etere vede il futuro lontano, persino i cellulari. E naturalmente ha visto anche la caduta di Hitler e del Reich. Per cui cerca freak con doti sbalorditive come arma segreta per la svastica. Quelli inutili li gasa e li brucia. Ma chi è un’arma segreta non è detto che si lasci usare… Gabriele Mainetti regista in coppia con lo sceneggiatore Nicola Guaglianone tenta di bissare la formula  di Lo chiamavano Jeeg Robot: giocare con il cinema italano, con i modi del cinema internazionale, senza timori reverenziali,  senza paura di affrontare il genere, il fumetto, il fantastico e persino l’eccesso. L’eccesso di materiale (però tutto gestito con bravura)  potrebbe essere il problema  del film, che in qualche modo sta tra un certo Spielberg e un certo Guillermo Del Toro senza disdegnare i diversi della Marvel.

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