11 settembre 2001: e tu dov’eri quando il mondo è cambiato?

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Foto: Andrea Giovannetti

L’11 settembre 2001 è una data che ha cambiato per sempre le nostre vite. L’attentato alle Torri gemelle, con i suoi quasi 3.000 morti, ha segnato un prima e un dopo nella storia moderna.

Ancora oggi, nella nostra mente, quando rivediamo le immagini degli aerei che entrano nelle torri, oppure i video strazianti delle persone rimaste intrappolate ai piani alti che pur di non morire bruciate decidono di suicidarsi lanciandosi nel vuoto, ci sembra che quel passato non sia così distante da noi, eppure sono già passati vent’anni.

Vent’anni dopo, le stesse scene le abbiamo vissute nelle scorse settimane, nel momento in cui i talebani, proprio loro, hanno ripreso il controllo di Kabul e dell’Afghanistan dopo l’occupazione delle potenze occidentali, Stati Uniti su tutte. Gli stessi flying men che cercavano la salvezza in uno dei tanti aerei che in fretta e furia abbandonavano la capitale afgana e sono precipitati dopo il decollo.

Ma torniamo al 2001.
Un avvenimento così incredibile e di impatto mediatico e sociale così forte ha lasciato un segno, un ricordo. All’epoca non c’erano i social media, non esistevano nemmeno gli smartphones, eppure nella memoria di ognuno di noi è impresso l’attimo preciso in cui è venuto a conoscenza dell’attentato alle Torri gemelle, come uno scatto catturato da una Polaroid e rimasto indelebile nel tempo.

Abbiamo raccolto i ricordi della nostra redazione, per tornare a quell’istante di 20 anni fa, quel momento in cui le nostre vite sono cambiate per sempre.

Marco Pagliettini

L’11 settembre del 2001 ero negli studi di Radio Aldebaran, emittente di Chiavari con la quale collaboravo da poco più di un anno. Ero intento a preparare il primo notiziario locale del pomeriggio, che sarebbe andato in onda alle 15.45, quando la speaker di turno uscì dallo studio della diretta e mi invitò ad accendere la televisione.

Di colpo, dal piccolo mondo della cronaca locale, mi ritrovai catapultato nel cuore di un avvenimento che stava accadendo dall’altra parte dell’oceano e che, era chiaro fin da subito, avrebbe cambiato per sempre la nostra percezione del mondo. Ovviamente il pomeriggio radiofonico, di norma fatto di canzoni, chiacchiere e notizie del Tigullio, fu rivoluzionato e, nel nostro piccolo, anche noi iniziammo ad informare i nostri ascoltatori di quanto stava succedendo negli Stati Uniti.

Vent’anni fa Internet ancora non era capillare come oggi e quindi la nostra prima fonte divenne la televisione. Tutti i canali, uno dopo l’altro, iniziarono le loro dirette, mentre le prime frammentarie notizie, con il passare delle ore, diventavano sempre più drammatiche. Noi, davanti ad un microfono, le rilanciavamo, per tutti coloro che in quel momento non potevano essere davanti alla tv. Questo è stato il mio 11 settembre, un pomeriggio di radio che non dimenticherò mai.

Maria Francesca Amodeo

Quando si dice che un evento ti ha catapultata dentro storia è probabilmente perché se ripensi al giorno in cui quel fatto di cronaca si è realizzato, riesci perfettamente a ricordarti che cosa stavi facendo. Io non avevo neppure compiuto dieci anni e di quel periodo – come accade a tutti – fatico a ricordare tante cose. Eppure ho nitida nella mia memoria l’immagine dell’11 settembre 2001.

La scuola non era ancora iniziata e mi godevo gli ultimi sprazzi di vacanza. Dopo pranzo, in quei primi giorni di settembre in cui i pomeriggi proseguivano ancora senza compiti per casa, mi mettevo a guardare la TV, seduta sul mio letto. Alle 14:45 ore italiana di quel giorno ero sintonizzata su Italia1 a guardare una puntata di Sabrina vita da Strega e, come tutte le trasmissioni, a un tratto la sit-com venne interrotta da un’edizione straordinaria del TG che mostrava le immagini della prima torre andare a fuoco.

Mi ricordo che la prima cosa che pensai fu che c’era stato un incidente, che un aereo aveva sbagliato rotta e si era schiantato contro un grattacielo altissimo a New York. Mentre le immagini andavano avanti e le ipotesi si facevano largo arrivò l’aereo sulla seconda torre e, in quel preciso istante, fu chiaro a tutti che qualcosa non andava.

Nella mia ingenuità di bambina – però – immaginavo le torri gemelle come un monumento, tipo il Colosseo o l’Arena di Verona: “Quante persone potranno mai esserci dentro?” ho pensato. Mi ci volle un po’ per capire che non era così: che lì dentro c’erano uffici di ogni genere e migliaia di persone che come ogni mattina erano andate solo a lavoro e avevano visto in un attimo cambiare tutto. Subito dopo realizzai anche che quei grattacieli che avevo visto solo nei film americani erano nel centro di Manhattan, che poi è un po’ il centro del mondo, e quindi attorno a quei palazzi altissimi si svolgeva la vita quotidiana di tantissima gente e non solo di chi ha avuto la sfortuna di essere dentro una delle Twin Towers.

Da quel momento in poi i miei ricordi si fanno confusi: nella mia mente si susseguono solo notizie di altri aerei che continuano a schiantarsi, di passeggeri coraggiosi che ne prendono il controllo pur di riuscire a salvare altre vite a discapito della loro. Mi si fanno largo davanti agli occhi immagini di uomini e donne disperati che si lanciano nel vuoto – che nel corso di questi vent’anni ho rivisto tante volte e che ancora mi mettono i brividi come il primo giorno – o video di tanta polvere addosso ai vigili del fuoco.

Quando si dice che un evento ti ha catapultata dentro la storia, forse, non è solo perché ricordi precisamente dove ti trovavi e cosa stavi facendo mentre tutto accadeva, ma anche perché mentre succede non sai ancora che quello che stai vivendo sta cambiando per sempre il corso del futuro. L’attentato dell’11 settembre non riguarda un solo Paese, ma il mondo intero. Per la mia generazione è stato uno spartiacque della vita, forse più che per altri: le puntate spezzate TV delle nostre serie d’infanzia, hanno rappresentato quell’innocenza interrotta che non ci è mai più stata restituita. La spensieratezza che il mondo non ha mai più riacquistato.

Perché è da quel pomeriggio di settembre che noi – i bambini che dovevano essere i primi cittadini del mondo e i pionieri della globalizzazione – abbiamo imparato cosa vuol dire vivere nel terrore che da un momento all’altro tutto possa cambiare. È da quegli schianti che abbiamo iniziato a familiarizzare con parole difficili che a dieci anni non dovresti conoscere: terrorismo, estremismo islamico, kamikaze. È dall’11 settembre 2001 che abbiamo universalmente conosciuto quel senso di paura impotente che, forse, non ci ha mai lasciati davvero.

Andrea Giovannetti

Avevo 17 anni, stavo per iniziare l’ultimo anno delle superiori, quello che avrebbe portato alla maturità, quantomeno scolastica. In quel periodo passavo il mio tempo libero chiacchierando nella chat del sito ufficiale di Vasco: eravamo nerd, usavamo Mirc e ci sentivamo tecnologici e nel futuro. E guarda adesso…

Ricordo che fu qualcuno, forse bismark a dire che un aereo era entrato dentro una delle Torri gemelle. Avendo fama di cazzaro nessuno gli credette, poi però una volta accesa la tv, che era lì accanto sulla scrivania, mi resi conto che era tutto vero, e non riuscivo a capacitarmi di come potesse essere possibile che fosse successa una cosa simile. Semplicemente non aveva senso.

Da lì è stato una specie di fiume in piena durato tutto il pomeriggio, a guardare le notizie che arrivavano, commentarle insieme cercando di capire cosa potesse essere successo, finchè non fu chiaro a tutti che da lì le cose sarebbero cambiate per sempre, per tutti.

Ho un altro ricordo netto, nitido, della mattina seguente: il titolo a tutta pagina de Il Messaggero che recitava “Atto di guerra”, con l’immagine enorme di Manhattan avvolta dal fumo, in uno scatto fatto da oltre il fiume Hudson, nel New Jersey. E così fu, una guerra di vent’anni, che nel momento in cui è finita è tornata esattamente al punto di vent’anni fa, come se nulla fosse successo, solo con tanti morti in più nel mezzo.

PS: Nel 2016 sono stato a New York, ho visitato il bellissimo memoriale (la foto di copertina di questo articolo è tratta da quel viaggio), ed è stata una delle esperienze più emozionanti fatte in quegli otto giorni nella Grande Mela. Ritagliatevi mezza giornata, andate a visitarlo, è un viaggio toccante in un giorno purtroppo storico per gli USA, ma anche per tutto il resto del mondo. La memoria di quanto successo è ancora fresca in tutti noi, ma bisogna conservare e tramandare il ricordo, perchè “Nessun giorno vi cancellerà dalla memoria del tempo”, come recita la citazione dell’Eneide di Virgilio all’interno del memoriale.

Cristina Scarasciullo

Sembra quasi una canzone dei Pinguini Tattici Nucleari (Scrivile scemo, 2020) ma effettivamente cosa ci si può aspettare da una bambina di quattro anni e mezzo? L’11 settembre di vent’anni fa ero, come penso tutti i miei coetanei, davanti alla tv, erano quasi le tre del pomeriggio e sullo schermo c’era una puntata della Melevisione.

In tanti raccontano che quando quell’episodio venne interrotto, Tonio (Danilo Bertazzi) stesse per cominciare una manualità con dello spago giallo: niente di più falso. Io c’ero, ricordo perfettamente la scena in cui principessa Odessa (Carlotta Jossetti) stava facendo i capricci (non chiedetemi il motivo però!) e all’improvviso lo schermo diventò nero. Poi l’annuncio e il collegamento col Tg3. L’annunciatrice disse che sarebbe stata “una breve edizione straordinaria”, ma quella puntata di Melevisione non ricominciò mai.

Non capivo, ricordo vagamente l’immagine delle due torri avvolte dalle fiamme e dell’altro aereo che colpisce la seconda torre. Crescendo mi hanno insegnato che quello è stato un punto cruciale della storia del nostro tempo, eppure, vent’anni dopo, a me sembra che non sia cambiato poi molto.

Claudia Assanti

20 anni sono una vita. Nel mezzo possono accadere mille cose nel quotidiano di ognuno di noi, ma alcuni momenti, fotogrammi, ricordi, hanno un posto a parte nella nostra mente e nel nostro cuore.

Tra questi episodi rientra sicuramente la tragedia dell’ 11 settembre. Ero in casa nella mia stanza a studiare fino a quando sento mia madre urlare e chiamare il mio nome. Corro in cucina e i miei occhi vedono l’orrore materializzarsi. Fumo, crollo, grida, commenti increduli di giornalisti che non trovano neanche le parole per descrivere tutto lo scempio, la disperazione, il terrore trasmesso in diretta tv.

Vedere migliaia di vite spezzarsi senza che nessuno possa fare nulla è qualcosa di psicologicamente ed emotivamente devastante. Ogni anno che passa il ricordo non svanisce, il dolore non si allevia, lo sgomento neanche. Ma in tutto questo, non manca neanche la rabbia per ciò che forse poteva essere evitato, per la follia umana e gli interessi che troppo spesso la fanno da padrone. L’11 settembre, per me e per tutti, non sarà più un giorno qualunque”

Irma Ciccarelli

11 settembre 2001. Avevo 8 anni.
Il primo ricordo che ho di quel giorno è quello di essere rientrata a casa dopo la scuola e aver chiesto a mia madre cosa avesse preparato per pranzo. Nell’attesa, giocavo con la mia cagnolina Luna, una piccola Pinscher bianca, quando, all’improvviso, dalla tv non arrivava più la voce goffa di qualche personaggio dei cartoni animati, ma quella ferma, provata di un giornalista.

Quasi scocciata, chiesi a mia madre perché avesse cambiato canale, ma non era stata lei. E poi, quelle immagini. Guardavo aerei che si schiantavano e andavano a fuoco, quelle Torri cadere, le urla della gente. Chiusi gli occhi e l’unica cosa che riempiva il mio cervello era la domanda “perché?”.

Quel pomeriggio andai alla mia lezione di karate e il Maestro dedicò quelle due ore di allenamento a parlare dell’accaduto, dei valori dell’umanità, del dolore della perdita e di quanto fosse importante non dimenticare per non commettere gli stessi errori. Sì, eravamo solo bambini di 8, massimo 10 anni, ma quella “lezione ai valori dell’umanità” ci ha toccato tutti e la domanda “perché?” non era solo la mia.

Questa data, come molte altre, ha il dovere di ricordare alla scarsa memoria dell’umanità cosa alcuni di noi sono in grado di fare e quanto sia importante non percorrere il loro stessi passi.

Claudia Tinelli

Avevo diciassette anni. Quel pomeriggio, come sempre, ero nella mia cameretta, intenta a studiare con la mia radio preferita in sottofondo. Ero immersa nella traduzione di una versione di greco, quando il notiziario interruppe la musica all’improvviso.

Capii subito che era successo qualcosa di terribile, anche se la notizia che un aereo si era abbattuto contro una delle Twin Towers di New York mi dette quasi l’impressione di stare assistendo alla trasmissione di un racconto di fantascienza. Piena di sgomento, corsi in cucina e comunicai a mia mamma quello che avevo appena ascoltato: anche lei, stessa espressione di sconcerto e incredulità.

Ci precipitammo davanti alla televisione e il mio ricordo più nitido non sono tanto le terribili immagini da film che si susseguivano davanti ai nostri occhi, quanto le parole che le accompagnavano. La frase che il commentatore continuava a ripetere era “il mondo non sarà più quello che conosciamo, niente sarà mai più come prima”. E questa frase mi terrorizzò, mi sentii come se mi stessero togliendo la terra sotto i piedi.

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