Barbara Palombelli e il victim blaming che ci ha davvero esasperate

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Le parole sono importanti e vanno utilizzate con estrema cura. Le parole vanno capite, pesate, contestualizzate e scelte con attenzione. Perché se è vero che le azioni hanno un loro peso e una volta compiute portano a delle conseguenze, è anche vero che una parola detta è come una pietra lanciata in un lago: quando è stata pronunciata, non si torna più indietro.

È da questa mattina che non faccio che pensare a un termine: esasperazione.

Barbara Palombelli, giornalista, moglie dell’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli e conduttrice di Forum ha detto – nel corso di una puntata della sua trasmissione – che è lecito chiedersi se le sette donne uccise in Italia negli ultimi sette giorni fossero solo delle vittime di uomini completamente fuori di testa oppure se, in qualche modo e misura, esse avessero assunto un comportamento esasperante nei confronti dei loro assassini.

Comportamento esasperante. Si, lo ha detto davvero.

Ho riascoltato il video più volte per rendermi conto se realmente avevo sentito ciò che mi era sembrato di aver sentito. L’ho riascoltato ancora una volta, anche per provare a comprendere dove la conduttrice TV volesse andare a parare e se il pensiero che aveva intenzione di esprimere le era soltanto “uscito male”.

E invece no.

Barbara Palombelli ha chiesto a se stessa e al pubblico della TV generalista se ci sia stata per le vittime degli omicidi dell’ultima settimana – tutte donne morte per mano di un uomo – una ragione lecita per morire. Una giustificazione, una motivazione, un argomento valido.

Tralasciando il fatto che nulla mai spiega e motiva un omicidio, se non la legittima difesa, se davvero dovessimo considerare l’esasperazione come una sorta di giustificazione alla violenza avremmo omicidi e risse in ogni contesto sociale: dalle file alla posta alle beghe con i vicini fino alle chat whatsapp dei genitori all’asilo.

Barbara Palombelli però è andata oltre: ci ha chiesto di interrogarci su quanto è accaduto nei casi specifici dell’ultima settimana.

Secondo la giornalista dovevamo quindi chiederci se il vicino di Chiara Ugolini avesse avuto un motivo valido per farle ingoiare candeggina e colpirla alla testa o se l’assassino di Alessandra Zorzin fosse autorizzato a ucciderla dopo essere stato rifiutato come corteggiatore. Dovevamo interrogarci su come Giuseppina Di Luca e Rita Amenze avessero esasperato i loro ex compagni che le hanno riempite di colpi di pistola dopo essere stati lasciati e sul perché il marito di Angelica Salis abbia deciso di accoltellare sua moglie. Dovevamo capire perché il compagno di Ada Rotini si fosse ingelosito al punto da pensare che la donna avesse riallacciato i rapporti con il suo ex e dovesse per questo essere uccisa, o forse comprendere le ragioni del marito di Sonia Lattari, assassinata dopo aver dormito una notte fuori casa.

Sono davvero queste le domande che dobbiamo porci?

Chiedersi se una donna abbia in qualche misura “meritato” le botte o addirittura la morte, è un po’ come sostenere che se indossi la minigonna, cammini da sola per la strada e diventi una vittima di stupro, un po’ te la sei cercata. È un fenomeno sociologico molto diffuso che ha un nome preciso: victim blaming, cioè colpevolizzazione della vittima.

Ed è questa pratica troppo diffusa, quella di addossare responsabilità a chi andrebbe tutelato, che ci sta davvero esasperando. Perché evidentemente c’è  ancora bisogno di ribadire che chi viene picchiato o peggio ucciso non ha colpa. E che a insinuare un dubbio su questa insindacabile verità sia una giornalista con un seguito importante, in TV, è grave e vergognoso.

Dietro questi sette atti di violenza inaudita – gli ultimi di una lunga carrellata che solo nel 2021 ha visto morire per mano di un uomo ben 83 donne – si nasconde un grave problema culturale che invade il nostro Paese: un radicato patriarcato. Un senso di potere machista che fa sentire troppi uomini come proprietari delle proprie mogli, compagne, fidanzate, amiche. Al punto tale da sentirsi autorizzati a gestirne le scelte, le volontà, i comportamenti e talvolta persino la vita stessa.

Le storie di Chiara, Alessandra, Giuseppina, Rita, Angelica, Ada e Sonia a cui è stata spezzata la vita nell’ultima settimana si incrociano e si somigliano tutte spaventosamente e hanno come filo conduttore l’ossessione, le botte, la gelosia patologica, le separazioni non accettate, le denunce, lo stalking.

Le parole sono importanti e vanno scelte con cura, lo abbiamo detto. E sette donne uccise in sette giorni possono essere descritte in una sola maniera: mattanza. Una parola forte, fastidiosa, cruenta, ma non c’è altro termine che si possa utilizzare in condizioni come queste.

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