Tropico: “Non esiste amore a Napoli” è un disco che racconta di relazioni e nervi scoperti

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Domani 24 settembre Tropico pubblicherà il suo primo album da solista Non esiste amore a Napoli. Un progetto a cui il cantautore napoletano sta lavorando da circa due anni e che sarà presentato con un evento speciale – un relise party –  proprio allo scoccare della mezzanotte tra il 23 e il 24 settembre. Una bella follia per festeggiare quello che l’artista racconta come la cosa più importante a cui ha lavorato nella sua carriera. Un evento esclusivo per lo staff e una ventina di fan di fronte a Castel dell’Ovo, in barca su cui verrà montata un’enorme scritta al neon di 10 metri che riporta il titolo del disco.

Davide Petrella – questo il nome di battesimo di Tropico, che lo ha reso celebre come autore di brani di successo scritti per molti colleghi (Elisa e Cesare Cremonini in primis) – è entusiasta del nuovo progetto e descrive il suo rapporto con la musica come quello che un bambino ha con i giocattoli. Lui ama infatti giocare con i diversi generi musicali e i linguaggi della canzone, montarli e mescolarli così come i più piccoli fanno con i pezzi della Lego. Riesce a saltare da una fase all’altra e adora avere tanti “giochi musicali” a sua disposizione per moltiplicare il divertimento quando scrive e compone, che sia per se stesso o per i suoi colleghi.

Il dualismo tra Petrella e Tropico esiste ed è centrale in ogni descrizione e sfumatura, eppure queste due poliedriche anime – distinte ma collegate – convivono in una sola personalità creativa e sono riuscite a trovare un perfetto equilibrio. Il primo che, appunto, compone canzoni per tanti volti celebri della musica italiana, non si pone mai limiti su tematiche e suoni da affrontare “perché la musica è della gente e ogni tipo di musica le persone decidano di ascoltare per me va bene. Io li rispetto, sono loro i giudici”. Il secondo, invece, in questa sua nuova fase da solista, cerca di delineare una precisa identità artistica attraverso i suoni e le parole. Senza farsi troppe domande, ma provando a raccontare tanto di sé e prendendosi la responsabilità di scegliere cosa mettere in vetrina per il suo pubblico.

“Quando ho scelto questo pseudonimo, Tropico,  stavo cercando qualcosa che mi staccasse in un certo senso dal me autore per altri e definisse cos’ero come artista. Ero a Cuba e per caso ho ascoltato una canzone di John Lennon, un autore che significa molto nella mia vita, mentre passavo davanti a delle bancarelle su cui ho visto una copia di Tropico del Cancro di Henry Miller, uno dei miei libri preferiti. Ho interpretato quel momento preciso come un segno, un unione di segnali e ho scelto Tropico come nome. Non certo perché faccio musica tropicale, ma il mio pseudonimo mi avrebbe sempre ricordato Cuba, un luogo che amo e che secondo me ha molto in comune con Napoli”.

Un legame viscerale con la sua città di origine che si ritrova inevitabilmente anche in questo suo primo vero album, a partire dal titolo scelto. “Innanzitutto ho voluto un disco perché io sono un fan del lavoro completo, io mi innamoro dei dischi. Anche se il mercato discografico ora predilige i singoli, una sola canzone – per quanto importante – può limitarsi a fotografare un particolare momento o fase della vita di un artista, ma non andare oltre. Anche io ho fatto uscire dei singoli, ci mancherebbe, ma poi non riesco a non focalizzarmi su un progetto più grande. Un disco è un viaggio. C’è più vita dentro, più tempo e anche più lavoro. Ne avevo bisogno.” racconta, e aggiunge:  Napoli è il centro del mondo, senza Napoli non sono niente. Ovunque vada è sempre casa mia. È un insieme di cose irripetibile. Ombre e luci, la vita e la morte, il mare e la strada, il teatro e la vita vera, la bellezza e la fame, le persone, la musica”.

Abbiamo intervistato Tropico per farci raccontare qualcosa in più su questo suo primo album.

In concomitanza con l’uscita del disco, questa sera, ci sarà una grande festa in un luogo molto suggestivo che è il golfo di Napoli in cui il mare sarà protagonista.  Qual è il tuo rapporto con il mare che sarà al centro di questo appuntamento e perché la scelta di usare un luogo così suggestivo per questo lancio?

Io sono il tipo di napoletano e ragazzo del sud che non riesce proprio a staccarsi dal mare. È la cosa che mi manca di più quando sto in giro e per il mestiere che faccio giro parecchio. Dopo un anno di trafila e lavoro io vado al mare, ma in realtà quando posso – appena ho un attimo – scappo sempre al mare. Stasera poi ci sarà una festa con stretti collaboratori, le persone che hanno lavorato al disco, e qualche fan. Volevo una cartolina, qualcosa che mi potessi ricordare per sempre per celebrare l’uscita di questo disco che mi ha cambiato la vita. Saremo su una barca a vela di circa 30 metri e ci sarà installata su una scritta grande 10 metri al neon: Non esiste amore a Napoli, il titolo del mio album. Porteremo la barca nei pressi di Castel dell’Ovo, il più vicino possibile alla costa perchè, oltre che una festa, diventerà una vera e propria installazione. Sono sicuro che per tutta la vita, ogni volta che passerò sul lungomare, mi ricorderò di quella volta in cui ho organizzato questa splendida follia. È una cosa simbolica a cui tenevo anche per me e per la mia vita, volevo un ricordo che mi legasse a Napoli per sempre. Penso di essermelo meritato.

Parlando di Napoli, anche se il disco nel suo insieme ha come filo conduttore l’amore, la più grande dichiarazione d’amore – a partire dal titolo – tu la fai proprio alla tua città. Questo amore che racconti, vuole essere anche un modo per offrire alle persone una visione che permetta di superare i pregiudizi che spesso ci sono su Napoli?

Io sono uno molto rigoroso da questo punto di vista: penso che dei luoghi comuni non bisogna neppure parlarne, una persona sciocca avrà sempre il suo pregiudizio su Napoli o, in generale, sul sud o un artista del sud. Credo che sia più corretto fargli capire che si sbagliano attraverso l’arte, io ci provo con la musica e spero che la mia arte parli per me. Io sono napoletano fino alle ossa, mi definisco fortemente napoletano, e penso di non incarnare nessun luogo comune della mia città. Sono figlio di questa terra e totalmente pazzo della musica. Se non fosse stato per Napoli non sarei stato così e credo che sia bello che io e tanti altri artisti del sud siamo orgogliosi delle nostre radici e, forse, non c’è bisogno di combattere per far capire quanto è forte quello che c’è a casa nostra. Napoli parla da sola.

Questo disco il tuo primo lavoro da Tropico e racconta un po’ la tua vita e la tua visione. Visto che è strettamente personale, come mai però la scelta di avere tanti feat.?

Quando scrivo le canzoni che tengo per me non riesco a mettere giù solo delle storie, a volte lo faccio, ma volevo che questo album in particolare fosse molto sincero e molto vero, ecco perchè c’è tanta vita mia, tante parti mie. Non sono uno che scrive in maniera didascalica perchè non mi piace molto, tendo a raccontare i fatti miei ma in maniera che chiunque ci si possa riconoscere dentro. È quella la molla che mi spinge: uso episodi personali come spunto da cui partire. Il feat. in questo tipo di visione ha questo senso: mi è stato utile perché volevo parlare di relazioni, la cosa che in questo momento mi ha lasciato un nervo scoperto. Solitamente sono molto geloso dei miei pezzi quando li tengo per me ecco perché, anche se fare feat. in questo momento serve, non è una cosa che ho mai inseguito. In questo album invece avevo proprio bisogno di grandi artisti con cui collaboro, e che ho la fortuna di poter definire amici, perché c’erano canzoni che mashavano con le loro caratteristiche artistiche. In C’eravamo tanto amati ad esempio avevo bisogno di una voce femminile per fare in modo che il racconto fosse compiuto, ho chiesto ad Elisa e che lei mi abbia detto di si è stato un onore, un capolavoro. È stata la prima a cui ho pensato ma non avrei mai immaginato mi dicesse di si. Ma mi fa piacere anche avere Edoardo (Calcutta), Silvano (Coez), Franchino (Franco126), è stata ogni singola canzone a suggerirmi di contattarli perché erano brani perfetti da fare in due e con loro.

Una domanda anche sulla copertina dell’album: ci sei tu e c’è una figura femminile che ha gli occhi coperti. Come mai?

In tutte le canzoni di questo disco in qualche modo parlo d’amore e relazioni. Di questi tempi a volte sembra una cosa “brutta” o scontata parlare d’amore ma volevo cantare di cose reali, che mi appartengono. E c’è sempre una figura femminile che io racconto, anche nelle grafiche, nei video. Cerco di mantenerla fumosa, senza darle un vero volto, perché spero che in tanti ci si possano rivedere e riconoscere. Perché sono storie diverse, storie di tutti.

Il disco sembra essere una sorta di connubio tra due mondi completamenti opposti. Tu scrivi molto per immagini e ce ne sono alcune concretissime e altre invece completamente oniriche. Come sei riuscito a far convivere queste anime senza stridere?

È stato un processo creativo molto spontaneo e naturale. In questo disco mi sono ispirato molto agli anni ’70. All’epoca le anime artistiche erano tante: c’era la psichedelica, il pop, il cantautorato, tanti suoni diversi che sono molto attuali ancora oggi. Era un periodo vivo. Mi piace la forma di canzone di quegli anni che ho sentito molto vicina a me e ai brani di Non esiste amore a Napoli anche punto di vista della scrittura, non solo quello prettamente musicale.

A proposito di musica, hai detto che auspichi a un futuro in cui la musica diventi preziosa e soprattutto più vera nei suoni. Pensi di esserci riuscito con questo album?

Assolutamente si, perché abbiamo suonato tutto. . Dalla batteria, al violino, al basso, agli arrangiamenti, abbiamo curato tutto nel dettaglio. Ho anche avuto la fortuna che uno dei due produttori (Rosario Castagnola, che ha prodotto il disco insieme a Sarah Startuffo) fosse un chitarrista, quindi lo avevo in casa. Fare un disco tutto suonato – nell’epoca in cui spesso si lavora al PC con musica costruita – è una sfida ma per me era necessario. In questo lavoro avevo bisogno di anima, di una persona che suonasse lo strumento, perché è il disco stesso a essere vivo. È complicato avere relazioni con le persone di questi tempi e anche per questo le ho volute fisicamente: volevo un racconto vivo e sensibile, come lo siamo tutti in questo periodo.

Hai raccontato che Non esiste amore a Napoli – che da anche il titolo all’album – è la prima canzone a essere nata, il pezzo da cui sei partito per creare l’intero progetto. Perché però hai deciso di chiuderci il disco?

Il pezzo che chiude il disco per me è fondamentale e la traccia con cui scelgo di concludere deve essere per forza una legnata. Mi è sembrato abbastanza giusto, quindi, chiudere il mio progetto con il brano che ha fatto partire tutto. In questo caso specifico, poi, la versione duetto della canzone – con Calcutta – è più in alto nella tracklist perché è quella ancora inedita, mentre quella che canto da solo è già uscita, mi piace anche che le persone si concentrino sul brano a due voci.

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