“Le nuvole”, l’album che racchiude le mille anime di Fabrizio De André

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Fabrizio De André

Se c’è un disco che riesce a mettere insieme tutte la varie sfaccettature della personalità e dell’universo musicale di Fabrizio De André, probabilmente è proprio Le nuvole.

Pubblicato il 24 settembre 1990, a sei anni di distanza da Crêuza de mä (e altri 6 anni ce ne vorranno poi per l’ultima produzione della sua carriera, Anime salve), Le nuvole è un album molto più politico (nel senso nobile del termine) di quanto possa sembrare ad un primo ascolto, e questo intento ci è chiaro già dal titolo, preso dall’omonima commedia di Aristofane.

Il concept

È lo stesso Fabrizio a spiegare il senso dell’album e del titolo: «Le Nuvole, per l’aristocratico Aristofane, erano quei cattivi consiglieri, secondo lui, che insegnavano ai giovani a contestare. In particolare Aristofane ce l’aveva con i sofisti che indicavano alle nuove generazioni un nuovo tipo di atteggiamento mentale e comportamentale sicuramente innovativo e provocatorio nei confronti del governo conservatore dell’Atene di quei tempi. La Nuvola più pericolosa, sempre secondo Aristofane, era Socrate, che lui ha la sfacciataggine di mettere in mezzo ai sofisti. Ma a parte questo, e a parte il fatto che comunque Aristofane fu un grande artista e quindi inconsapevolmente un grande innovatore egli stesso, le mie Nuvole sono invece da intendersi come quei personaggi ingombranti e incombenti nella nostra vita sociale, politica ed economica; sono tutti coloro che hanno terrore del nuovo perché il nuovo potrebbe sovvertire le loro posizioni di potere. Nella seconda parte dell’album, si muove il popolo, che quelle Nuvole subisce senza dare peraltro nessun evidente segno di protesta».

Questa distinzione tra potere e popolo è ancora più netta nella divisione linguistica dell’album: le canzoni del lato A descrivono quelle che sono appunto “le nuvole”, e sono quasi tutte in italiano, tranne Don Raffaè, cantata in napoletano ma perchè la voce narrante della canzone è una persona che si interfaccia col potere. Nei 4 brani del lato B c’è il popolo, e non a caso le canzoni sono due in genovese, una in napoletano e l’altra in gallurese, ma nessuna in italiano.

Il disco è prodotto da Fabrizio De André e Mauro Pagani, mentre hanno collaborato agli arrangiamenti di alcuni brani Sergio Conforti (sì, proprio Rocco Tanica) e Piero Milesi. Per i testi troviamo Massimo Bubola co-autore in Don Raffaè, e l’inizio della collaborazione con Ivano Fossati (per i due brani in genovese, Mégu megún e ’Â çímma) che poi proseguirà anche in Anime salve.

LATO A – IL POTERE
Le nuvole

L’album si apre con un canto di cicale, lo stesso che chiuderà la prima facciata, come a dare un senso di ciclicità al racconto, di un potere che si rinnova o che non cade mai, perchè non riesce ad essere mai messo in discussione o intaccato.

L’introduzione è affidata a Le nuvole, con le voci recitanti di Lalla Pisano e Maria Mereu, e ci offre la chiave di lettura dell’intero disco, come ci racconta lo stesso Faber: «Ho scelto Lalla Pisano e Maria Mereu perché le loro voci mi sembravano in grado di rappresentare bene “la Madre Terra”, quella, appunto, che vede continuamente passare le nuvole e rimane ad aspettare che piova. È messo subito in chiaro che “si mettono lì / tra noi e il cielo”: se da una parte ci obbligano ad alzare lo sguardo per osservarle, dall’altra ci impediscono di vedere qualcosa di diverso o più alto di loro. Allora le nuvole diventano entità che decidono al di sopra di noi e cui noi dobbiamo sottostare, ma, pur condizionando la vita di tutti, sono fatte di niente, sono solo apparenza che ci passa sopra con indifferenza e noncuranza per nosta voglia di pioggia».
(“Vengono / Vanno / Ritornano / E magari si fermano tanti giorni / Che non vedi più il sole e le stelle / E ti sembra di non conoscere più / Il posto dove stai / Vanno / Vengono / Per una vera / Mille sono finte / E si mettono lì / Tra noi e il cielo / Per lasciarci soltanto una voglia di pioggia”)

Ottocento

È sempre De André a spiegarci il “mistero” di questa canzone, molto particolare sia per la parte musicale che per l’impostazione vocale del cantato: «E’ un modo di cantare falsamente colto, un fare il verso al canto lirico, suggeritomi dalla valenza enfatica di un personaggio che più che un uomo è un aspirapolvere: aspira e succhia sentimenti, affetti, organi vitali ed oggetti di fronte ai quali dimostra un univoco atteggiamento mentale: la possibilità di venderli e di comprarli. La voce semi-impostata mi è sembrata idonea a caratterizzare l’immaginario falso-romantico di un mostro incolto e arricchito».

Fabrizio, figlio della borghesia genovese, si prende gioco con questa sorta di opera buffa della sua stessa classe sociale di appartenenza, mettendo sotto forma di farsa musicale quello che in realtà è un attacco al capitalismo e alla sua distruttiva ferocia sociale: una borgesia paragonata all’aristocrazia ottocentesca, già all’epoca in decadimento, e che di fronte a questa sorta di “scimmiottamento” risulta ancora più farsesca e ridicola.

La scelta delle parole usate nel testo del brano è puntuale, precisa, perfetta in ogni istante, per rendere all’ascoltatore un’immagine forte della totale disumanità e spersonalizzazione di questa classe sociale, in nome di un modello a cui attenersi.

Già l’inizio, con quel “Cantami”, che richiama i poemi epici, per poi invece ripiegare su “di questo tempo l’astio e il malcontento” ci portano subito a notare le mille contraddizioni che vengono portate all’attenzione dell’ascoltatore, come il fatto che il protagonista “non vuol sentir l’odore di questo motor”, anche se è palese l’importanza che l’industria automobilistica abbia avuto nella creazione stessa della borghesia industriale italiana.

Arriva poi la descrizione della famiglia borghese “tipo”: la figlia, pronta per essere data in sposa ad un qualche pari-grado, possibilmente anche più ricco; il figlio, “bello e audace / bronzo di Versace / figlio sempre più capace / di giocare in borsa / di stuprare in corsa”, alla moda e pronto a seguire perfettamente le orme del padre; la madre, “dalle larghe maglie / dalle molte voglie / esperta di anticaglie”, per completare l’immagine di una famiglia perfettamente inserita nel sistema e che tende ad autoreplicarsi sempre uguale, come fosse fatta con lo stampino.

Ma il capitalismo sfrenato ha anche il suo risvolto della medaglia: quel figlio modello, pronto a prendere il posto del padre, si perde e muore a causa della droga, spezzando il sistema perfetto. È il sistema stesso che, spinto all’eccesso, fa vittime perfino tra i suoi figli prediletti. Questo ovviamente fa scandalo all’interno della famiglia e nell’immagine che essa ha in società, quindi il padre arriva a rinnegare il suo stesso figlio: “unico sbaglio / annegato come un coniglio / per ferirmi / pugnalarmi nell’orgoglio”. Ancora più agghiacciante suona la frase successiva, “a me / che ti trattavo come un figlio”, traslando nell’ambito familiare la frase che spesso i datori di lavoro usano per descrivere il rapporto che hanno coi propri dipendenti. Troviamo anche un piccolo spazio per quello che non sappiamo se sia dolore o semplicemente vergogna per la riprovazione sociale che questo evento avrà sul buon nome della famiglia, quel “povero me / domani andrà meglio”.

E cosa c’è di meglio che un bel matrimonio della figlia per tornare ai fasti della vita sociale e dei privilegi borghesi? In un tedesco molto maccheronico arriva la consolazione: matrimonio, buon cibo, e un Alka-Seltzer finale per digerire e dimenticare perfino la morte del figlio (“Eine kleine Pinzimonie / Wunder Matrimonie / Krauten und Erbeeren / Und Patellen und Arsellen / Fischen Zanzibar / Und einige Krapfen / Früer vor schlafen / Und erwachen mit der Walzer / Und Alka-Seltzer für / Dimenticar”).

L’uso del tedesco è probabilmente un riferimento all’aristocrazia tedesca della prima metà del Novecento, che ha foraggiato il nazismo per i propri scopi personali, un po’ come ogni borghesia è pronta a finanziare e sostenere qualsiasi altro “nazismo” pur di mantenere la propria condizione di potere.

Don Raffaè

Sicuramente il brano più famoso della produzione degli anni ’90 di Fabrizio De André, il testo vede la collaborazione tra Faber e Massimo Bubola, mentre la musica è stata composta da Mauro Pagani.

Ancora una volta la canzone, e alcuni accadimenti successivi, ci vengono raccontati direttamente da Fabrizio, in un’intervista rilasciata a Mario Luzzatto Fegiz a seguito di un fatto di cronaca che sembrava uscito dalla canzone stessa, ovvero una connivenza dei carcerieri con un boss mafioso detenuto in carcere: «Non ci voleva molto per immaginare che un capo della Camorra avesse al suo soldo qualcuno del carcere. Con gli stipendi che passa lo Stato ai secondini e la forte personalità di certi capi camorristici e mafiosi non c’è da stupirsi se si creano connivenze e legami profondi. La canzone Don Raffaè alludeva a Raffaele Cutolo, ma ovviamente né io né Massimo Bubola, coautore del brano, disponevamo di notizie di prima mano sulla sua detenzione. Immaginate la mia sorpresa quando ho ricevuto una lettera di Cutolo che mi faceva i complimenti per la canzone e aggiungeva: “Non capisco come abbia fatto a cogliere la mia personalità e la mia situazione in carcere senza avermi mai incontrato”. Non si era offeso e gli era piaciuto il verso “Don Raffaè voi politicamente / io ve lo ggiuro, sarebbe ‘nu santo” ed anche quello in cui il secondino gli chiede il favore di trovare un posto di lavoro a un suo parente. Alla lettera Cutolo aveva allegato un libro di sue poesie. Almeno un paio davvero pregevoli. Gli ho riposto per ringraziarlo. Recentemente mi ha scritto ancora. Però stavolta non gli ho risposto. Un carteggio con Cutolo non mi sembra il massimo. Per finire in manette basta assai meno».

Il brano parla appunto della situazione delle carceri negli anni ’80 e di come alcuni apparati dello Stato siano totalmente sottomessi ai capi della criminalità organizzata, tanto da fargli praticamente da tuttofare: il brigadiere Pasquale Cafiero, infatti, si ritrova a fare perfino la barba al boss camorrista detenuto nel Carcere di Poggioreale, chiedendo in cambio favori che lo aiutino a risolvere sue piccole situazioni personali (trovare un lavoro al fratello disoccupato, il prestito di un cappotto usato al maxiprocesso da poter sfoggiare per il matrimonio della figlia). Questo rapporto malato porta Don Raffaè ad approfittare di Cafiero per plasmarne la mente (“mi consiglio con Don Raffaè / mi spiega che penso e bevimmo ‘o cafè”) e a vivere in carcere una vita agiata e ricca di privilegi, lasciando intendere che probabilmente può continuare le sue attività malavitose come se fosse in libertà, grazie alla connivenza di chi dovrebbe badare alla sua detenzione.

La domenica delle salme

Il brano che chiude la prima metà del disco, quella dedicata al potere, vede De André tirare le somme di quanto raccontato finora nei panni di altri personaggi, e porsi in prima persona, in quella che probabilmente è la canzone più prettamente politica del suo intero repertorio, nonchè un capolavoro assoluto ma poco consociuto dal grande pubblico.

Si potrebbe scrivere un’intera enciclopedia solo su questa canzone, sull’importanza, il peso e il significato di ogni singola parola all’interno di essa, quindi cerchiamo innanzitutto di contestualizzare la nascita del brano, con il racconto di Mauro Pagani: «Quando il disco fu terminato Fabrizio se lo portò a casa e dopo qualche giorno mi telefonò: “Manca qualcosa, è tutto bello ma un po’ troppo leggero, manca quello che pensiamo davvero di tutto questo, manca quello che purtroppo ci è accaduto”. Così qualche giorno dopo partimmo per la Sardegna, e dopo aver fatto il pieno di bottiglioni di Cannonau ci nascondemmo all’Agnata, la sua tenuta in Gallura. Faber tirò fuori uno dei suoi famosi quaderni, e le cento righe di appunti quasi casuali, raccolti in anni di letture di libri e quotidiani, in tre giorni diventarono la descrizione lucida e appassionata del silenzioso, doloroso e patetico colpo di Stato avvenuto intorno a noi senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidità e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa. Della sconfitta della ragione e della speranza.
Credo che nel testo de La domenica delle salme ci sia tutta la grandezza di Fabrizio narratore. Ci sono tutti gli elementi per capire, ma tutto è raccontato, non ci sono sintesi o giudizi, che, come lui diceva spesso, nelle canzonette sono peccati mortali. La visione del tutto scaturisce dalla somma di tante piccole storie personali, nessuno grida in quella ridicola tragedia. Nessuno punta il dito, tutto si spiega da sé.
E nell’elenco dei patetici fallimenti, come tutti i grandi, Faber non dimentica il proprio e quello dei suoi colleghi canterini, giullari proni e consenzienti di una corte di despoti arroganti e senza qualità».

Aggiunge Fabrizio: «Era tutto quello che avevo dentro, e che sentivo di dover dire. È una canzone un po’ rabberciata, perché la musica la abbiamo scritta dopo, la abbiamo cucita sopra il testo, e si sente. L’ho scritta in modo piuttosto colto, anche per distanziarla da Don Raffaè. Sciascia diceva che la canzone, per essere utile, deve essere scritta da un uomo di cultura che sappia, però, esprimersi in maniera popolare. Però il disco mi sembrava un po’ fragilino, ed allora ho sentito il bisogno di impiegnarmi, e l’ho fatto, svolazzando anche in alto. Ci sono molti riferimenti letterari. Ho voluto anche sfoggiare un po’ di cultura, perché in pochi, magari, hanno letto Oswald De Andrade. Ma non è sfoggio in realtà, perché mi è venuta piuttosto spontaneamente: sai, molto dipende dai panni di cui ci si veste quando si scrive. Ti metti nei panni di Don Vito Cacace e ti viene Don Raffaè, ti metti nei panni di chi vuol fare poesia e ti viene La domenica delle salme. Quanto al riferimento alla Baggina, non è la prima volta che mi capita di presagire qualcosa nelle mie canzoni.
Il riferimento a Curcio è preciso. Io dicevo semplicemente che non si capiva come mai si vedevano circolare per le nostre strade e per le nostre piazze, piazza Fontana compresa, delle persone che avevano sulla schiena assassinii plurimi e, appunto, come mai il signor Renato Curcio, che non ha mai ammazzato nessuno, era in galera da più lustri e nessuno si occupava di tirarlo fuori. Direi solamente per il fatto che non si era pentito, non si era dissociato, non aveva usufruito di quella nuova legge che, certamente, non fa parte del mio mondo morale… Il riferimento poi all’amputazione della gamba, voleva essere anche un richiamo alla condizione sanitaria delle nostre carceri».

La canzone parla della disillusione di De André in seguito alla fine del comunismo, segnato in particolar modo dalla caduta del Muro di Berlino e dalla dissoluzione del PCI.

Nella prima strofa “la bottiglia d’orzata dove galleggia Milano” è un rovesciamento del modo di dire “Milano da bere”, e subito dopo si fa riferimento ad un fatto realmente accaduto: al Pio Albergo Trivulzio, residenza per anziani e meno abbienti, chiamato Baggina dai milanesi, un senzatetto era stato bruciato vivo nel suo letto. Questo fatto viene raccontato per fare un parallelo coi raid dell’estrema destra degli anni ’20 e ’30 contro le categorie sociali più indifese.

Da Milano si cerca quindi di fuggire verso Trento, citata per essere la città dove nacquero le Brigate Rosse, nell’Università del capoluogo trentino, per l’appunto.

“I polacchi non morirono subito / e inginocchiati agli ultimi semafori / rifacevano il trucco alle troie di regime / I trafficanti di saponette / mettevano pancia verso Est”.

La Polonia fu uno dei primi paesi ad uscire dal blocco sovietico, grazie anche alla spinta del sindacato Solidarnosc. Ma il fatto di essersi “occidentalizzata” per prima portò anche ad una fortissima instabilità politica ed economica interna, che si concretizzò nei fatti in una sorta di sciacallaggio europeo che portò ad una forte emigrazione, che portò molti a ritrovarsi a fare i lavavetri ai semafori. I “trafficanti di saponette” sono i tedeschi, e la metafora deriva dalla leggenda che durante la Seconda Guerra Mondiale i nazisti fabbricassero saponette con gli ebrei, e “mettevano pancia verso Est”, perchè la Repubblica Federale Tedesca fu la nazione che più approfitto dell’instalibilità nella vicina Polonia per fare affari.

Il successivo verso , “la scimmia del Quarto Reich  ballava la polka sopra il muro / e mentre si arrampicava le abbiamo visto tutti il culo” è un tentativo di scimmiottare un rigurgito nazista in Germania che viene spiegato direttamente da De André: «Sono molto preoccupato, in Germania Est ci sono state violazioni di tombe ebraiche ed è una cosa che si sta diffondendo in tutta Europa; mi sembra un rigurgito nazista».

“La piramide di Cheope / volle essere ricostruita in quel giorno di festa / masso per masso / schiavo per schiavo / comunista per comunista”.

La piramide di Cheope qui sta a significare “un monumento all’inutilità”, come spiegato proprio da Faber, e la sua forma piramidale, simbolo di una scala gerarchica, oltre alla sua ricostruzione fatta da chi aveva ideali egalitari e invece è dovuto soccombere al capitalismo, sembra quasi una pena del contrappasso dantesca.

“La domenica delle salme / non si udirono fucilate / il gas esilarante / presidiava le strade / La domenica delle salme / si portò via tutti i pensieri / e le regine del “tua culpa” / affollarono i parrucchieri”

Il potere è riuscito nel suo intento: mettere a tacere i dissidenti senza sparare un solo colpo, ma agendo solo sulla coscienza collettiva, attraverso un consenso unanime e in un clima di euforia generale, riportando il livello di importanza delle conversazioni a quello del chiacchiericcio dal parrucchiere.

Questo è dovuto all’opera dello Stato, che è riuscito ad isolare ed emarginare quei pochi dissidenti ancora rimasti, coloro che non si sono pentiti e allineati al pensiero unico, come Renato Curcio, paragonato da De André ad un carbonaro.

“Il ministro dei temporali in un tripudio di tromboni / auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni: / Voglio vivere in una città dove all’ora dell’aperitivo / non ci siano spargimenti di sangue o di detersivo”

La politica, dal canto suo si prodiga in discorsi vuoti di contenuti, ben consapevole di puntare semplicemente a mantenere il proprio status privilegiato, mentre il Paese è allo sbando verso un punto di non ritorno, e l’unico interesse è che non ci siano accadimenti che possano disturbare la loro quiete.

“A tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade / eravamo gli ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile / perchè avevamo un cannone nel cortile”

Il rapporto parentale, come spiegato dallo stesso De André, è per assonanza di cognome, e citando un passo di un suo libro in cui predicava che l’unico modo per essere liberi in una città violenta, è avere un cannono nel cortile, ovvero essere quantomeno intimidatori se non direttamente violenti a sua volta.

“La domenica delle salme nessuno si fece male / tutti a seguire il feretro del defunto ideale / La domenica delle salme si sentiva cantare / quant’è bella giovinezza, non vogliamo più invecchiare”

Tutti partecipano al corteo funebre del comunismo, convinti da una società capitalistica di consumismo, tra cui anche il boom della chirurgia estetica, che promette di far rimanere giovani per sempre.

Arriva ora il momento dell’autocritica e, successivamente, della critica verso l’intera categoria dei cantautori: i “viandanti che si ritirarono nelle catacombe” sono gli artisti che si sono chiusi nella propria autoreferenzialità, ma è contro i grandi cantautori impegnati degli anni ’70 e che si sono poi allo stesso modo disimpegnati nel decennio successivo, che De André lancia i suoi strali più potenti, puntando il dito contri i suoi colleghi.

“Voi che avete cantato coi trampoli e in ginocchio / coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio / voi che avete cantato per i Longobardi e per i centralisti / per l’Amazzonia e per la pecunia / nei PalaStilisti / e dai Padri Maristi”

Qui troviamo riferimenti ad Antonello Venditti (il famoso “pianoforte sulla spalla” di Notte prima degli esami) e ad Edoardo Bennato, citato per tramite del suo album Burattino senza fili, dedicato appunto a Pinocchio. Ma più in generale ai cantautori che sono diventati dei servi del potere, arrivando a suonare per tutti, e quindi per nessuno, rinunciando quindi al ruolo di intellettuali che mettono alla berlina i potenti e hanno la capacità di svegliare le coscienze collettive in nome di più facili e più remunerative canzonette disimpegnate: Voi avevate voci potenti / lingue allenate a battere il tamburo / Voi avevate voci potenti / adatte per il ‘vaffanculo’ “

È ancora una volta Faber a spiegare questo passaggio del brano: «È un atto d’accusa anche nei nostri confronti. C’è una tirata contro i cantautori che avevano una voce potente per il vaffanculo, e invece non l’hanno fatto a tempo debito. Io credo che in qualche maniera la canzone possa influire sulla coscienza sociale, almeno a livello epidermico, Noto che ci sono tante persone che vengono nel camerino alla fine di ogni spettacolo e che mi dicono: siamo cresciuti con le tue canzoni e abbiamo fatto crescere i nostri figli con le tue canzoni. E non so fino a che punto sia una cosa giusta. Credo che in qualche misura le canzoni possano orientare le persone a pensare in un determinato modo e a comportarsi di conseguenza».

“La domenica delle salme gli addetti alla nostalgia / accompagnarono tra i flauti il cadavere di utopia / La domenica delle salme fu una domenica come tante / il giorno dopo c’erano i segni di una pace terrificante”

A credere negli ideali utopici dell’uguaglianza erano rimasti in pochi, gli stessi che ne accompagnano il cadavere, lasciando lo spazio ad una pace definita terrificante perchè basata sul pensiero unico e sulla logica capitalista.

“Mentre il cuore d’Italia / da Palermo ad Aosta / si gonfiava in un coro / di vibrante protesta”

La spiegazione di quest’ultima frase la dà il cicaleccio che segue subito dopo, come a dire: in realtà nessuno protesta, tutti hanno accettato, volontariamente o inconsciamente, questa nuova condizione e questo nuovo modello sociale. Nessuno osa levare un fiato, si sentono solamente le cicale cantare. Il richiamo alle cicale che si sentono all’inizio del disco danno un legame di ciclicità alla prima facciata dell’album, come a dire che il potere, “le nuvole”, si riciclano, si rinnovano, potranno cambiare nomi, ma saranno sempre lì, a posizionarsi “tra noi e il cielo”.

Il brano ha avuto anche un videoclip, unico nell’intera discografia del cantautore genovese, diretto da Gabriele Salvatores. Eccolo:

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LATO B – IL POPOLO

La seconda metà de Le nuvole raffigura il popolo, rappresentandolo in contrapposizione al potere. Un popolo, però, che sembra quasi disinterassato da quelle “nuvole” che gli passano sopra la testa offuscandogli la vista del Sole, pensando molto più semplicemente ai propri piccoli problemi personali fatti di quotidianità.

Mégu megún

In questo brano in genovese scritto insieme ad Ivano Fossati si narrano le vicissitudini di un malato immaginario, che si lamenta con il suo medico, definito appunto “medico medicone”, che vuole farlo alzare dal letto. Quello che fa rimanere a letto questo paziente ipocondriaco è la gente: che fa domande, è sporca, è pronta a tutto per rubare i soldi al prossimo e, soprattutto, attacca le malattie. Il malato immaginaio ansima affannosamente, tanto che perfino nella canzone è riprodotto il suo respiro. Alla fine sarà lui a spuntarla, decidendo di rimanere a letto a sognare una realtà alternativa.

La nova gelosia

Canzone di un anonimo napoletano del XVIII secolo, De André se ne innamorò sentendo una versione di Roberto Murolo particolarmente emozionante e decidendo quindi di inserirla nel disco, che era già in fase di lavorazione.

La “gelosia” è in dialetto napoletano la “persiana”, ed evidentemente il nuovo serramento della finestra “nasconde” la visione interna della stanza, non permettendo al protagonista di vedere la sua innamorata.

“Fenesta co’ ‘sta nova gelosia / tutta lucente / de centrella d’oro /  tu m’annasconne / Nennerella bella mia / lassamela vedè / sinnò me moro”

’Â çímma

Altro brano in genovese scritto insieme ad Ivano Fossati, racconta il rituale di preparazione della cima, piatto tipico genovese. Più che sulla ricetta vera e propria, nel brano ci si sofferma sui riti che chi prepara questo piatto dovrebbe seguire affinchè venga in maniera perfetta: ci si sveglia presto, al sorgere del sole, quando la luce ha un piede in terra e l’altro nel mare, ma soprattutto bisogna mettere una scopa di saggina in un angolo, perchè qualora dal camino dovesse sbucare una strega a rubare il ripieno, rimarrebbe impegnare a contare tutte le paglie della scopa, e quando avrà finito la cima sarà ormai “cucita”. Bisogna poi recitare una piccola preghiera affinchè la carne non diventi dura e poi, prima di metterla in acqua (“battezzarla”) tra le erbe aromatiche, bisogna bucarla con due grossi aghi da sopra a sotto. Come ultima cosa, bisogna pronunciare uno scongiuro nel nome di Maria affinchè tutti i diavoli e gli influssi negativi vadano via dalla pentola.

Dopo un rituale e una preparazione così lunga al cuoco resta però l’amaro in bocca, perchè arrivano i camerieri a portargliela via per servirla, lasciandogli solo il profumo. La tradizione vuole, infine, che sia uno scapolo a dare il primo taglio alla cima, al momento di servirla a tavola.

L’ultimo pensiero del cuoco, in tono minaccioso verso chi sta mangiando il suo capolavoro, cucinato con tanta fatica e dedizione, è “mangiate, mangiate, non sapete chi mangerà voi…”

Monti di mola

La canzone che chiude l’album è cantata in gallurese, ed è un omaggio di De Andrè alla sua terra d’adozione, dopo Zirichiltaggia, contenuta nell’album Rimini del ’78, e dopo l’album dell’Indiano, coi suoi riferimenti al popolo sardo.

Monti di Mola è come la popolazione gallurese chiama quella che tutti conoscono con il nome di Costa Smeralda, e la canzone narra di un insolito amore che si consuma su quelle montagne tra un’asina e un ragazzo che si trovava da quelle parti per raccogliere rami. La relazione clandestina viene notata da una vecchia, che si nasconde tra i cespugli e guarda i due amoreggiare, invidiosa dell’asina, che poteva godere dell’amore di un così bel giovane.

Alla fine l’intero paese si prepara a festa per il matrimonio tra il ragazzo e l’asina, arriva perfino il parroco, pronto a celebrare la funzione, quando ad un certo punto c’è il colpo di scena: il matrimonio non si può celebrare, ma non perchè lui è un uomo e lei un’asina, bensì perchè dai documenti si scopre che i due sono cugini.

Da annotare tra le curiosità la partecipazione al brano dei Tazenda, che effettuano i controcanti sul ritornello.

Conclusione

Le nuvole è probabilmente l’album più “completo” nella discografia di Fabrizio De André, in cui confluiscono tutte le sue anime: l’impegno sociale, l’accusa al potere, l’attenzione verso gli emarginati, l’uso del dialetto, le canzoni solo voce e chitarra oppure i grandi arrangiamenti orchestrali o gli echi di world music.

Per chi non conosce la musica e la poetica di Faber, questo disco costituisce un ottimo biglietto da visita da cui partire per approfondire la conoscenza del più grande cantautore che la musica italiana abbia avuto.

Tracklist

1. Le nuvole
2. Ottocento
3. Don Raffaè
4. La domenica delle salme
5. Mégu megún
6. La nova gelosia
7. ’Â çímma
8. Monti di mola

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