Anna Arco. «Devo tutto ai miei genitori. E a Leonard Cohen»

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anna arco sad secret song
Foto di Maya Santimano

Ci sono molte esperienze che ognuno di noi spera di non dover mai vivere, come la perdita di una persona cara. Dopo, molti entrano in un tunnel fatto di silenziosi e segreti dolori che, spesso, impediscono di vedere quella famosa luce alla fine. Questo viaggio è raccontato nell’ultimo album Sad Secret Song dell’artista svedese DYI Anna Arco, al secolo Anna Berglund; progetto che arriva dopo due anni da Songs within the Spectrum.

Non solo, in questa intervista è stato affrontato anche un altro argomento interessante: il rapporto tra musica indipendente, major e Spotify.

Anna Arco, l’intervista

Qual è il tuo primo ricordo legato alla musica?
Il mio primo ricordo legato alla musica è di quando ho ricevuto il singolo Du måste finnas come regalo di Natale, penso che avessi circa 5 anni. È una canzone del musical Kristina från Duvemåla di cui Björn e Benny degli ABBA hanno scritto la musica, e a cantare è la straordinaria cantante svedese Helen Sjöholm. La musica mi ha così emozionata che ho pensato di voler diventare una cantante.

I tuoi genitori sono insegnanti di lingua e scrittura creativa. Quanto e in che modo hanno contribuito allo sviluppo della tua creatività e alla scelta del tuo percorso di studi?
Hanno assolutamente contribuito incoraggiandomi ad esplorare la mia creatività. Mi hanno sempre supportato nelle mie scelte: sia quella di studiare musica che di lavorare come musicista freelance. Sono molto orgogliosi di me.

 Il mondo del jazz, e non solo, ha influenzato il tuo modo di concepire, sentire, e produrre musica. Potresti elencarmi degli artisti che ti hanno influenzato particolarmente e per quale aspetto?
Le mie più grandi influenze musicali sono altre artiste scandinave, grandi cantautrici e interpreti. Amo: Susanne Sundfør, Emilie Nicolas, Lykke Li, Björk, Robyn, Anna von Hausswolff, Xenia Kriisin. Sono narratrici eccezionali con voci straordinarie, ma anche artiste che non si piegano agli standard del mondo della musica e si distinguono per unicità, alta classe e integrità musicale. Leonard Cohen, invece,  è sempre stato la mia più grande aspirazione per quanto riguarda i testi: adoro il suo modo di usare le metafore. Non solo, mi ispirano anche i grandi rapper e ascolto molto musica hip hop.

Qual è la tua definizione personale del genere jazz?
Bella domanda… Per me il jazz è un approccio aperto e libero a tutti i tipi di musica. Essere una musicista jazz ti offre una grande cassetta degli attrezzi per suonare, scrivere e ascoltare musica, ma nel peggiore dei casi il jazz può anche essere un retrogrado “club per l’ammirazione reciproca” dove sei il benvenuto solo se sei all’altezza di certe aspettative e può anche essere un mondo difficile in cui cercare di farcela come donna e come un vocalist.

Sei un artista DIY (Do It Yourself, “indipendente”): cosa significa per te? Inoltre cosa è cambiato e cosa non è cambiato negli ultimi anni per gli artisti DIY?
Per me significa fare tutto da sola: scrivere la musica, produrla, pubblicarla con la mia etichetta, organizzare i miei concerti, produrre materiale per le pubbliche relazioni, realizzare le mie copertine. È un carico di lavoro pesante, ma è anche una libertà: è facile far uscire la tua musica, ma è più difficile distinguersi nella vasta gamma di artisti e artiste. Per questo c’è bisogno di avere alle spalle una major, che ha contratti con piattaforme di streaming come Spotify. Anche se cercano di dargli l’impressione di essere “democratico”, non lo è: è più difficile essere un’artista “fai-da-te” nel 2021 di quanto lo fosse dieci, vent’anni fa.

Quale può essere, oggi, un atto di indipendenza artistica che potrebbe lasciare il segno nellindustria musicale?
Potrebbe essere che artisti indipendenti ed etichette più piccole decidessero di lasciare collettivamente piattaforme come Spotify e smettere di accettare che un’azienda multimiliardaria dia meno, o niente, agli artisti e ai compositori che hanno effettivamente realizzato la musica. E attraverso ciò cercare di far capire alla gente che la musica, come ogni altra cosa, ha un valore. Immagina qualsiasi altra professione che lavori per qualcosa per diversi anni e poi la dia via gratuitamente: è semplicemente pazzesco.

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Queste esperienze, idee ed emozioni raccontate finora hanno contribuito alla nascita dellultimo lavoro discografico che si intitola Sad Secret Song. Potresti parlarci della sua produzione?
Ho scritto la maggior parte delle canzoni dopo la morte della più caro amica e collega. Per questo disco avevo inizialmente scritto circa 15 canzoni e poi ne ho scelte 8. Ho registrato gli strumenti separatamente insieme ai membri della mia band: prima i sintetizzatori con Björn Eriksson nel suo studio, poi la batteria con il mio batterista Max Häggberg nel suo studio, poi ho registrato la voce e il coro in molti studi diversi con l’aiuto di Alice Petz e Anna Lindah. Ho ricevuto le tracce di basso via mail da Jessica Tjörnmark, che in realtà non ho nemmeno incontrato durante la registrazione di questo album. La post-produzione in Logic l’ho vissuta per lo più a casa in pigiama durante la pandemia. Nella traccia Scar è presente una mia vecchia amica, Linnea Talp, aka Deerest, che ha collaborato con la voce e il violoncello, e Sandra Karlsson, che ha suonato la chitarra. Il mio precedente lavoro Songs inside the Spectrum era più acustico, per quest’ultimo ho preferito orientarmi verso un panorama sonoro più elettronico con suoni ampi e molti sintetizzatori.

Mi ha colpito particolarmente il termine “secret”. Perché questo titolo? Perché “secret?
Questo album è un’elegia per la mia amica scomparsa nel 2018. È stata la prima persona con cui mi sono sentita completamente a mio agio nel raccontare tutti i miei segreti. Mantenerli può essere molto pesante e può farti sentire estremamente sola e distaccata dal resto del mondo e quando è morta ho promesso a me stessa di essere “più aperta” con i miei segreti. Quindi, questo album è anche un tentativo di condividere cose di cui sia difficile parlare.

I brani sono piccole storie a sé, oppure tanti frammenti collegati?
Hanno un filo comune perché tutte le canzoni trattano del processo del lutto: qualcosa di così indicibilmente orribile come la morte di un’anima gemella. Ma, all’interno di quello spettro, parlano di eventi ed emozioni diverse.

Invece, come hai deciso la tracklist?
La prima traccia Remember Remember  è un’introduzione a ciò di cui parlerà l’album: “Perché è così che i migliori devono sparire? – Cosa fai quando il dolore ti conquista?”. Questo è ciò che esplorerò durante le prossime sette tracce: sono piuttosto oscure e l’ultima The Last Song ha un luccichio di speranza: “Il mio cuore era pesante, quindi l’ho lasciato andare”. Per dare agli ascoltatori un po’ di luce.

Con la tua musica racconti le emozioni, sentimenti, storie, di te e di altre persone. Cosa ti affascina dellessere umano?
Sono sempre stato ossessionata dalle storie, sia nella letteratura, nella musica e nelle arti in generale: le persone sono piene di storie. Quando ho scritto la mia tesi di master ho chiesto a persone che si definivano musicisti di inviare racconti della loro vita che li aveva definiti come esseri umani e, per estensione, musicisti. Il filo conduttore di tutte queste storie è che riguardano l’interazione umana e credo che questa sia una buona risposta al significato della vita.

Parliamo di musica dal vivo. Come definiresti un tuo concerto? Cosa può aspettarsi il pubblico? Cosa desideri lasciare?
La mia musica è molto personale e dal momento che scrivo in modo autobiografico sarebbe difficile entrare in una sorta di “performer” quando sono sul palco. Voglio che il pubblico si senta accolto nel mio spazio personale e trasformi il locale in un salotto musicale e offrirgli un’esperienza musicale unica e meditata. Adoro fare concerti intimi dove puoi vedere i volti del pubblico e interagire con loro. La mia band, solitamente, è composta da musicisti jazz, il che significa che possiamo mantenere la musica un po’ aperta a svolte inaspettate e ad improvvisazioni. Un concerto non è mai esattamente uguale all’altro.

Per finire… cosa ti auguri?
Mi auguro che la pandemia finisca, così artisti e operatori culturali possono tornare al lavoro. Spero in una maggiore comprensione del motivo per cui le arti sono vitali, sia a livello individuale che sociale. In società in cui la musica, il teatro, le belle arti, la danza e la letteratura sono parti naturali della vita quotidiana di tutti, le persone possono esplorare il loro intero spettro emotivo, familiarizzare con la situazione degli altri, sviluppando empatia, che rafforza la democrazia. È fondamentale evidenziare tutte le imprese il cui interesse principale non sia far fluire l’economia, perché abbiamo un solo pianeta e dobbiamo iniziare a vivere in modo più sostenibile.

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Irma Ciccarelli
Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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