Il filosofo Agamben, un tempo riverito e riconosciuto ovunque come una vetta del pensiero, oggi che osa mettere in dubbio la solfa governativa, a detta di molti allineati sarebbe divenuto poco più che un anziano di valore che straparla e che bene farebbe a tacere.

Le cose cambiano.

Al suo posto, altri “filosofi” assai più avvezzi di lui alle telecamere e alle riverenze, benché a parole amanti della verità e del rigore filosofico che fu della Grecia socratica, essendosi gettati sotto le bandiere dell’illogico, sono inneggiati e portati in palmo di mano. Capita.

Nella canzone “Arabian Song”, contenuta in “Patriots” del 1980, Franco Battiato canta: “a quei tempi per divertimento non avevano inventato ancora il Telegiornale”, e più avanti: “l’uomo è l’animale più domestico e più stupido che c’è”.

Entrambe le intuizioni, benché siano trascorsi oltre 40 anni da che furono pubblicate, come si può notare, risultano dunque di grande attualità.

Ma se di Agamben possiamo dire che è filosofo proprio perché, (a differenza di molti altri aventi solo il titolo di filosofi), sa ascoltare e guardare il mondo, e sa farsene un’idea, la stessa cosa possiamo dire di Franco Battiato.

Ed ora che è passato – persino lui – a miglior vita, possiamo onorarlo di una onesta e doverosa rilettura.

Un attento esame dell’opera dell’autore siciliano svela nel suo insieme una spietata analisi del nostro tempo, fallato diversi lustri orsono quanto lo è oggi, con l’aggravante che oggi il fallimento del mondo tocca direttamente ogni singola vita del pianeta, mentre allora sembrava solo minacciarla da lontano.

Ed ecco che se un tempo certe parole suonavano come anatemi o elucubrazioni intellettuali di un autore eccentrico, o il divertissement da lettore vorace di ogni indizio riguardante tanto la storia intesa come percorso collettivo, quanto i meandri spirituali di ogni singola creatura, – oggi quelle stesse parole assumono tutto un altro peso.


Battiato si divertiva ben poco, io credo, quando scriveva le sue bordate ironiche sui suoi simili. O meglio, il divertimento non era ciò che si può intendere come lo svagarsi allegerendo, svuotando la testa, bensì il suo esatto contrario: arricchire il dibattito contemporaneo sul tema del fallimento dell’umanità.

Qualche anno dopo le gesta di “Patriots” con i suoi: “e non è colpa mia se esistono i carnefici, se esiste l’imbecillità/se le panchine sono piene di gente che sta male”, e dei:un tempo si uccidevano i cristiani e poi questi ultimi con la scusa delle streghe ammazzavano i pagani”  e ancora: “e perché il sol dell’avvenire splenda ancora sulla terra /facciamo un po’ di largo con un’altra guerra”, gli ultimi sono versi tratti da “Venezia-Istambul”, un Battiato liberato dal desiderio di conquista del pubblico, ma anzi già infastidito dalla spaventosa popolarità raggiunta con “La Voce del padrone“, partorirà l’album distopico L’Arca di Noè”.

Al posto di inseguire e rinnovare le fesse gioie del clamoroso successo del disco precedente, Battiato si avventura in una rosa di visioni mirate a fungere da appello estremo, a tratti da fosco presagio, per invocare un necessario ritorno all’umano. Nell’opera si celano infatti una serie impressionante di suggestioni, riflessioni e presagi sul tempo futuro, che è il nostro attuale presente, da far tremare coloro che volessero fare i conti davvero con il proprio vivere attuale anziché evitare di guardare in faccia il mostro che questo si è rivelato essere.

Vediamolo, se ciò non vi spaventa.

Il disco si apre con “Radio Varsavia”, con immagini legate apparentemente alla seconda guerra mondiale, ma in verità riportabili alle agitazioni e alle repressioni della Polonia negli anni in cui il disco usciva.

Subito dopo subentra “Clamori”, in cui il presagire di Battiato si fa impressionante: infestati di ragnatele, pieni di minuscoli computers, mangiando farfalle giapponesi, mosche giganti, sputano dati, dando il totale sui disoccupati”. Con una schietta analisi dei versi, si può notare che i “minuscoli computers” oggi li abbiamo in mano in ogni istante, e quanto alle “mosche giganti che sputano dati”, non possono non riportarci agli schermi ronzanti in ogni angolo e alla loro unica e ossessiva peculiarità: quella di vomitare dati su ogni singolo argomento, dalla finanza, ai contagi, alla disoccupazione. E per non rischiare di essere frainteso, nel ritornello declama: “clamori, nel mondo moribondo“.

Poi attacca “L’Esodo”, e la sorpresa è trovarvi:

prima che la terza Rivoluzione Industriale/provochi l’ultima grande esplosione nucleare/prepariamoci per l’esodo/fine dell’imperialismo degli invasori russi/e del colonialismo inglese e americano.

In tempi in cui gli Stati Uniti annaspano, prossimi a cedere a caro prezzo il monopolio sul mondo a Paesi divenuti più potenti, e in cui non è più l’espansionismo russo la minaccia dei colonialisti occidentali, bensì il nuovo colosso cinese, non si può dire che il mondo nel quale ci troviamo immersi non somigli terribilmente allo scenario illustrato dalla canzone distopica.

Scalo a Grado” è una disamina del cattolicesimo ridotto a mera superficie, un formalismo in cui si è perso ogni afflato spirituale: 

ci si illumina d’immenso/mostrando un poco la lingua/al prete che dà l’ostia“.

Arriva quindi “La Torre”, col suo cinico rovesciamento degli schemi, a sottolineare come si siano capovolte le sorti del mondo, ma rinnovando anche il dissenso nei confronti di chi agisce senza profondità: giù dalla Torre butterei tutti quanti gli artisti/perché le trombe del giudizio suoneranno/per tutti quelli che credono in quello che fannoE ancora:giù dalla Torre/butterei tutti quanti i registi/ gli attori e gli elettrodomestici/per la vigilia della distruzione”. Le bordate si risolvono in un mare tranquillo a cui approda l’ammissione che è meglio non saper fare nulla, piuttosto che vantare meriti e titoli dei quali non si è minimamente all’altezza: e salverei chi non ha voglia di far niente/ non sa fare niente“.

L’attacco di “New Frontiers” non lascia scampo, né possibilità alcuna di fraintendimento:L’evoluzione sociale non serve al popolo/se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero”.

Probabile che questo solo verso possa riassumere il pensiero “politico” di Battiato.

Ma il fatto è che risulta difficile contestarlo.

Infine la tensione di tutta l’opera, benché solo apparentemente stemperata dal clima degli arrangiamenti, è parzialmente sciolta in “Voglio vederti danzare”: “voglio vederti danzare/come le zingare del deserto/con candelabri in testa/ o come le balinesi nei giorni di festa”. Dove l’amore sessuale è un rito ricchissimo, fastoso nel gesto e nel richiamo ad un’antichità d’anima che viene a rigenerare l’incontro nella danza come simbolo erotico per eccellenza, e non manca di riportarsi su livelli di significato ignoto a noi occidentali, – così dediti agli automatismi anche in amore – quando fanno la comparsa i piroettanti danzatori sufi, richiamati in paragone dai versi:

voglio vederti danzare/come i dervishes turners/ che girano sulle spine dorsali/o al suono di cavigliere del Katakali”.

Qualcuno tra la stampa, alla presentazione del disco, a lungo mantenuto segreto dalla Emi per il sogno di poter bissare il primato assoluto di vendite riscosso dal precedente, a quanto pare volle vederci persino una svolta a destra. Dimostrando che l’idiozia di cui Battiato ha saputo così argutamente cantare, era ed è sempre presente e vivace.

Quasi nessuno seppe invece vedere nell’opera una lettura acuta delle sorti che il mondo sarebbe stato in procinto di subire. Ed in particolar modo quel mondo occidentale contro il quale Battiato lottava, quello che ha fatto dell’indifferenza ai contenuti, della corsa alla comodità e dell’assuefazione ad un mercato sempre più invasivo e nullificante i bisogni più intimi dell’individuo, il proprio marchio bestiale.

Il disco fu in verità una sorpresa che raffreddò molti, probabilmente per questo non vendette tanto quanto il precedente, e si capì presto che del resto non avrebbe mai potuto, poiché non riuscì ad incantare con le stesse filastrocche di quello le “orde di fanatici” disposti a ripetere a comando “cerco un centro di gravità permanente”, pur ignorando il senso di ciò che stavano cianciando.

Ma se le aspirazioni di un pensiero liberato da ogni costrizione, se il volo dell’anima preparato con cura monacale da chi intende il vivere come un passaggio a miglior respiro, non può che essere frainteso o ignorato, ciò che resta è un doveroso ripensarsi nel proprio soggettivo ruolo in rapporto col mondo. Ma è un compito affidato, a quanto pare, ai soli che vogliano farsene carico.

Ancora il filosofo Agamben ha recentemente osservato che alla domanda su ciò che resta della vita di un uomo alla sua scomparsa tra i viventi, la risposta può essere: resta ciò che si è amato.

Per questa via, l’amore che rimane, anche l’amore dello stesso Battiato, è tutto rivolto ad un uomo nuovo che deve ancora venire.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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