Un libro racconta la storia dei Rokes e del beat italiano

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Rokes

Bello avere per le mani un libro che ti riporta indietro negli anni, un libro anche fotografico dove appaiono le copertine dei dischi che hanno caratterizzato la storia di un gruppo inglese che un bel giorno arriva in Italia e per almeno cinque anni diventa la maggior attrazione musicale per i giovanissimi. Stiamo parlando dei Rokes e del libro Ascolta nel vento di Luciano Ceri (Iacobelli editore, pagg.206 – 19,50€) che già nelle prime pagine ci riporta a una data lontano nel tempo. Infatti, si dice che, data alla mano, il 12 maggio del 1963 i quattro componenti arrivarono in treno alla stazione centrale di Milano. Non avevano certamente intenzione di fermarsi in Italia perché erano arrivati esclusivamente per accompagnare il cantante Colin Hicks. Dei quattro Shel Shapiro era quello con più esperienza avendo accompagnato Gene Vincent per un tour in Inghilterra. Capita così che nella tournée italiana al seguito di Colin Hicks i futuri Rokes si fanno notare, prima a MIlano poi a Torino e infine a Roma dove vengono intercettati da Teddy Reno che li scrittura per affiancarli a Rita Pavone. È così che dopo le esibizioni in Inghilterra e ad Amburgo i Rokes raggiungono il massimo della popolarità proprio in Italia. Il libro passa in rassegna le varie fasi discografiche che ci facciamo spiegare direttamente dall’autore Luciano Ceri che vanta un passato di musicista nel gruppo Grosso Autunno con due album pubblicati nella seconda metà dei Settanta. 

Un omaggio a un gruppo che ha avuto comunque una storia breve, perché?

Perché i Rokes hanno caratterizzato con il loro sound una fase particolare del nuovo rock italiano, che allora si chiamava beat, e quando sono arrivati in Italia avevano già alle loro spalle un’esperienza fondamentale di esibizioni dal vivo in giro per i club inglesi e per quelli tedeschi, visto che arrivarono a suonare ad Amburgo poco dopo che i Beatles se ne erano tornati in Inghilterra. Erano cresciuti con il rock e con il rhythm & blues, mentre i nascenti complessi italiani non avevano in Italia una scena musicale a cui ispirarsi, dovevano per forza di cose guardare all’estero e cercare di copiare meglio che potevano quella nuova musica che i Rokes invece vivevano i prima persona nei club londinesi come il Marquee o il Roaring Twenties

Cosa hai scoperto di inedito preparando questo libro?

Che la Sony ha pubblicato su Spotify dei materiali molto interessanti. Si tratta di canzoni inedite che non furono mai pubblicate e che rimasero fuori sia dagli album che dai 45 giri. Ci sono poi tracce alternative delle loro canzoni, missaggi stereo, solo basi musicali, insomma una serie di cose molto curiose e di cui parlo nell’Appendice del libro. Poi ci sono i loro racconti, che illustrano momenti poco conosciuti della loro lunga permanenza a Roma alla RCA, sia di taglio personale che di taglio professionale.

In quegli anni Sessanta in Italia gareggiavano al primo posto i Rokes con l’Equipe 84, chi aveva la meglio?

Probabilmente i Rokes hanno venduto più dischi dell’Equipe, anche se è difficile riuscire a stabilire una graduatoria in merito. L’Equipe 84 però ebbe la meglio nello storico Cantagiro del 1966 quando la loro Io ho in mente te conservò il primato in classifica fino all’ultima tappa, lasciandosi alle spalle Che colpa abbiamo noi dei Rokes e aggiudicandosi così la vittoria finale. Vandelli e compagni mantennero un profilo di buona qualità nella scelta delle canzoni da incidere mentre i Rokes invece cominciarono ad incidere canzoni poco convincenti a partire dalla fine del 1968. I Rokes però sono stai molto popolari nei paesi dell’America Latina, dove furono fatte moltissime cover in spagnolo delle loro canzoni, e inoltre Piangi con me fu un successo internazionale, con cover in ogni parte del mondo. Comunque Rokes ed Equipe 84 sono stati tra i gruppi di riferimento del beat italiano, insieme ai Nomadi e ai Corvi.

Si racconta che al Piper di Roma sono stati l’attrazione per più di qualche stagione. I Rokes partecipavano anche alla carovana del Cantagiro? Che tempi erano?

I Rokes e l’Equipe 84 hanno inaugurato insieme il Piper Club di Roma il 17 febbraio del 1965. Ho trovato delle testimonianze giornalistiche di quella storica serata decisamente interessanti e le ho riportate nel libro: sono una bella incursione nel costume italiano dell’epoca, dove il contrasto generazionale stava cominciando ad evidenziarsi tra genitori e figli. Al Cantagiro hanno partecipato ancora, dopo l’edizione del 1966. Erano tempi eroici, per quanto riguarda le esibizioni dal vivo: il sistema di amplificazione e di diffusione delle voci e degli strumenti musicali era davvero primitivo e fa sorridere se lo compariamo a quello di oggi, che dispone di  apparecchiature veramente astrali rispetto a quei tempi.

Due complessi che non hanno però resistito negli anni, a differenza di Pooh e Nomadi, come mai?

Perché ambedue i gruppi avevano dei leader che volevano affermare la loro personalità artistica sugli altri. Shel Shapiro decise di lasciare il gruppo nel 1970 perché voleva intraprendere una carriera di autore e di produttore, e la sua scelta fu premiata da una serie di successi di grande rilievo, sia in Italia che all’estero. Maurizio Vandelli proseguì fino alla prima metà degli anni Settanta, ma poi anche lui preferì una carriera di produttore e di sound-maker, con incursioni nel mondo delle colonne sonore e dei commenti musicali. Solo successivamente riprese a suonare e a riproporre il repertorio dell’Equipe. I due si sono poi riavvicinati qualche anno fa, facendo insieme una tournée di grande successo in giro per la penisola.

Il libro è essenzialmente una discografia commentata e illustrata. Parliamo di singoli o i Rokes hanno provato anche ad allargare i loro orizzonti?

I Rokes hanno pubblicato quattro album di tutto rispetto, nei quali hanno spesso cercato di dare sfogo alla loro vena creativa con composizioni originali e anche in qualche caso sperimentali. Amavano il lavoro in sala di incisione, e il fatto che molte delle loro canzoni fossero brani originali di cui erano autori li avvicina alla tradizione dei grandi gruppi beat inglesi che spesso erano autori dei loro successi, come i Beatles, i Rolling Stones, i Kinks, gli Hollies.

I Rokes cantano «Bisogna saper perdere» al Festival di Sanremo 1967. Proprio quella volta che Luigi Tenco compie quel gesto tragico. Ma volendo ricordare i momenti migliori, quali sono i punti più alti della discografia dei Rokes?

Direi canzoni come C’è una strana espressione nei tuoi occhi dal riff indimenticabile, Ascolta nel vento, Che colpa abbiamo noi, Piangi con me, È la pioggia che va, Eccola di nuovo, la stessa Bisogna saper perdere, Io vivrò (senza te) di Lucio Battisti, Cercate di abbracciare tutto il mondo come noi, la straordinaria rivisitazione di un brano melodico come Un’anima pura e un perfetto esempio di beat inglese come She asks of you.

Hai parlato con tutti loro? Cosa fanno adesso? 

La cosa di cui sono più orgoglioso riguardo al libro è che sono riuscito a far raccontare la loro storia da tutti e quattro, e non soltanto da Shel Shapiro, come invece succede nella maggior parte delle occasioni quando si rievocano i Rokes. Shel ha rallentato la sua attività di produttore discografico, sta pubblicando un nuovo album e ogni tanto lo vediamo calcare le scene teatrali con qualche spettacolo spesso legato alle tematiche musicali degli anni Sessanta. Anche Mike Shepstone ha rallentato al sua attività di autore che gli ha portato un buon successo internazionale negli anni Settanta e Ottanta. Bobby Posner si gode tranquillamente la sua pensione anche se nelle ultime estati prima della pandemia ha girato insieme a Mike le piazze italiane riproponendo, con l’aiuto di volta in volta di musicisti locali, il repertorio dei Rokes. Johnny Charlton, dopo aver tenuto per molti anni una galleria d’arte nel centro di Roma, ora vive in campagna dove prosegue la sua attività di pittore che ha intrapreso da una decina d’anni.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018), Che musica a Milano (Zona editore, 2014) e Cose dell'altro suono (Arcana, 2020).

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