Fuori dal mondo ed emarginati, non sentirsi inclusi in un gruppo, in una realtà che diventa, poi, la società stessa. Queste sono, probabilmente, tra le sensazioni più comuni nel periodo adolescenziale che trasformano molti di noi in quelli: “troppo diverso”, “troppo strambo”, “troppo sensibile”, “troppo lunatico”, “troppo irascibile”, “troppo distratto”. Reietto, in sintesi. E proprio da questo che Valerio Vacca, in arte Reietto, decide di partire, trasformando un aggettivo dispregiativo in un punto di forza e dar via libera alla sua creatività.
“Reietto significa emarginato – racconta Valerio durante la nostra intervista – quindi il sentirsi esclusi dalla parte sociale ed è collegato alla mia adolescenza e a quando mi sono sentito diverso dal gruppo. Quindi, mi isolavo o, appunto, venivo emarginato, così ho utilizzato questo nome trasformandolo da insulto ad un punto di forza per me e andare avanti”.
Stati d’animo che trovano casa nel genere musicale del rap, a cui Reietto si è avvicinato all’età di 12 anni ascoltando artisti come i Club Dogo, Articolo 31, Fabri Fibra e Mondo Marcio.
“Per me il rap rappresenta la possibilità di esprimersi a 360° su argomenti molto personali e su quello che ti circonda: è una denuncia sociale e personale, è la possibilità di urlare al mondo qualcosa che hai dentro, quello che non ti sta bene, con parole crude e schiette. Mi sono sentito accettato da questa musica e sono riuscito ad urlare quello che normalmente non riuscivo a dire di persona”.
Il linguaggio musicale crudo e schietto ha spesso dovuto scontrarsi con la censura e il politicamente corretto, ecco cosa ne pensa Reietto.
“C’è la doppia faccia della medaglia: il troppo storpia, dappertutto. Non è sempre valido censurare qualcosa e dipende dal contesto. Ad esempio, se si tratta di un programma in prima serata: vai a censurare un qualcosa che potrebbe ledere alla trasmissione, ma stai togliendo l’anima alla canzone e all’artista che l’ha creata”.
Reietto, dopo anni di collaborazioni, sceglie un percorso solista così da poter dar piena libertà al suo modo di esprimersi e fare musica.
Ed ecco che sono nati i primi brani di genere R&B con la collaborazione di Charles Kendl (producer e polistrumentista), tra cui l’ultimo singolo Katy Perry:
“Questa canzone è nata un po’ per caso e fa riferimento al lockdown: in quel periodo ci si sentiva un po’ in gabbia, in quattro mura, ma mi sono accorto che, in realtà, c’ero già prima e non lo sapevo. Quando non accetti te stesso cerchi di evadere da queste ‘quattro mura’ e se non sei un credente, non pensi di farcela da solo, ti serve un aiuto. In questo brano lo si ricercare negli occhi della persona amata, in questo caso Katy Perry che altro non è che l’acronimo del nome di una ragazza, oltre a far riferimento all’iconica artista”.






































