Valentina Cipriani: in OFF racconto il silenzio assordante dei live club

0

Un libro fotografico firmato da Valentina Cipriani dal titolo emblematico, OFF, per raccontare da vicino il mondo delle chiusure di alcuni tra i luoghi più colpiti dalla crisi pandemica e post-pandemica: i live club.

Fotografa musicale, vicina soprattutto al mondo della musica indie, Valentina Cipriani ha cercato di far “parlare” in un’opera interattiva uscita lo scorso 28 settembre, il mondo dei locali nella sua totalità. Un progetto editoriale, il suo, in cui si mescolano immagini, parole e voci che aprono al grande pubblico le porte dei backstage svuotati.

Il comparto culturale e creativo, lo sappiamo, ha subito tra 2020 e 2021 un arresto non indifferente. Ed è di soli pochi giorni fa la notizia di nuove disposizioni governative che ne stanno regolando le graduali riaperture. Ad oggi i locali di musica, così come le discoteche, potranno infatti riaprire e ripartire ma con una capienza ridotta del 50% rispetto alla normalità. Cinema e teatri tornano invece al 100%, stadi (per i concerti) e palasport restano ancora rispettivamente al 75% e al 60%.

Una ripartenza troppo lenta per un settore decisamente importante. E OFF vuole offrire una visuale completa su quella che è stata la realtà della musica dal vivo e soprattutto dei club, totalmente spenti in questi mesi di attesa e difficoltà. Un punto di vista diverso per comprendere davvero quanto abbia pesato il silenzio di un intero comparto, non solo sul piano economico ma anche e soprattutto su quello umano e culturale.

Il libro fotografico è diviso in tre capitoli: nella prima parte le immagini dei locali vuoti sono affiancate a quelle di alcuni resti archeologici in una sorta di parallelismo volto a sottolineare la tragicità della situazione. Nella seconda – intitolata SILENZIO – si vedono invece le foto dei locali, nei momenti di normalità e festa, nel corso dei concerti, a raccontare un passato non troppo lontano e un futuro che fatichiamo a immaginare di poter vedere ancora così. Alla terza parte, FRASTUONO, è invece affidato il compito di raccogliere le voci di protagonisti e addetti ai lavori che raccontano il peso delle chiusure e l’importanza della ripartenza nel settore dei live.

Abbiamo intervistato Valentina Cipriani per farci raccontare direttamente dalla sua voce, qualcosa in più su OFF.

Come è arrivata la spinta per realizzare OFF?

Il progetto è iniziato più o meno un anno fa, quando ho sentito proprio la necessità e l’urgenza di andare a fotografare i live club chiusi. Non avevo in quel momento un’idea precisa di cosa ne avrei fatto di quelle foto, sentivo solo il bisogno di documentare quello che stava accadendo nel momento storico che attraversavamo. E, visto che io sono una fotografa musicale e quei locali sono abituata a fotografarli in situazioni di normalità, è stato ciò che più mi interessava documentare. OFF così com’è realizzato ha iniziato a prendere forma con il tempo. La cosa che avevo ben chiara sin da subito era che avevo voglia di inserire le voci delle persone che ruotano attorno alla musica dal vivo, le testimonianze che si trovano nell’ultima parte del libro. Ho iniziato a chiedere a chi lavora in questo settore di inviarmi pensieri, racconti, aneddoti legati alla musica dal vivo, perché il mio intento era far capire cosa c’è dietro a un concerto a chi non è abituato a frequentare l’ambiente del backstage. Soprattutto quello che si trova nei club più piccoli dove il contatto umano c’è ancora di più che nei grandi luoghi. Volevo far capire che un locale in cui si suona non è semplice fruizione musica, ma c’è tutta una vita lì dietro: socialità, incontro, scambio. Dai racconti di queste persone che ne fanno parte, questo aspetto emerge.

Nella seconda parte del libro, invece, ci sono anche alcune “finestre” che si aprono e il titolo che hai scelto per questo capitolo è SILENZIO. Ma anche il nome dell’opera per intero, OFF, è emblematico: spento. È, immagino, perché si tratta di un settore che è  stato spento per troppo e anche ora si sta accendendo ma molto lentamente…

Tutto il progetto è stata un’evoluzione di mesi che ha portato poi al risultato finale, l’idea di inserire altre cose, proprio come le pagine che si aprono e che in sostanza diventano una sorta di finestra sul passato, è arrivata dopo. Quando le apri e vedi un live club in condizioni “normali” hai questo incontro con il passato, un periodo che sembra così lontano ma che in realtà non lo è. Però, anche se è strano doverlo fare, quella finestra devi richiuderla e tornare al silenzio, per capire cosa abbiamo vissuto durante le chiusure. E anche il titolo dell’intero libro, OFF, si riferisce a un silenzio, ma che va oltre quello della musica. Chiudendo un live club si spegne tutto l’universo che gravita attorno alla musica. Si perde tutto, si perde vita. Abbiamo perso un anno e mezzo delle nostre vite che nessuno ci ridarà mai.

Oltre all’aspetto puramente economico, che ovviamente non va sottovalutato, hai voluto quindi soffermarti sul fatto che impedendo in molti casi ai live di ripartire, stiamo perdendo un forte veicolo di diffusione culturale e umano…

Ovviamente l’aspetto economico per le persone che ci lavorano è vitale ed è fondamentale parlare, anzi per fortuna se n’è parlato tanto. Con questo progetto però volevo puntare su altro e far riflettere sul valore culturale e sociale che la musica dal vivo ha. Perché in Italia, ma anche in altre parti del mondo, che peccano un po’ in questo come accade nel nostro Paese, non viene dato a questo settore il valore culturale che si dovrebbe. Nonostante la musica sia la forma d’arte che più si avvicina alle persone e le coinvolge. Anche la frase d’apertura che ho scelto e che dice “un popolo che non è in grado di preservare la propria cultura, sta già camminando sulle proprie macerie” vuole sottolineare questo mio pensiero. È una provocazione: l’identità di un popolo è creata anche dagli aspetti culturali e se tu non ci investi abbastanza su, stai lasciando morire una parte dell’identità del popolo ma anche il popolo stesso. Il focus era questo.

La frase che mi hai citato poco fa è anche affiancata a un confronto di alcune immagini: nella prima parte del libro infatti i club vuoti vengono paragonati ad alcuni resti archeologici. Da cosa è arrivata l’idea di questo confronto un po’ provocatorio?

Quando ero a fare le foto nei club avevo proprio la sensazione di muovermi in mezzo a dei resti di templi antichi, sentivo di camminare in un luogo in cui c’è stata vita e in quel momento non ce n’era più. Mi è venuta in mente questa cosa e ho cercato anche di creare delle associazioni visive con riferimenti ed elementi architettonici tra i vari locali e le rovine, proprio per andare a rinforzare il concetto di questa frase di apertura. Quelle dei reperti sono foto che avevo fatto in giro per il mondo negli anni, sono andata a ricercarle e gli ho dato una collocazione nel progetto di OFF.

I luoghi fotografati – vuoti o pieni – sono principalmente i live club che sono forse i posti maggiormente colpiti dalle chiusure dei mesi scorsi, anche se oggi si parla di riaprirli al 50% della capienza. Questi sono anche i luoghi da cui solitamente si parte come esordienti. Tu che nella tua carriera hai fotografato tanti artisti, molti del mondo indie, hai visto qualcuno di quelli che oggi sono considerati grandi nomi passare dai club? E riesci per questo a dire quanto sia state reale e complessa la mancanza attiva di luoghi come questi nel settore musicale?

Questo è un altro dei motivi per cui mi sono focalizzata sui live club: sono quelli da cui parte tutto a livello musicale e anche quelli che hanno sofferto di più perché non hanno la forza economica che c’è dietro a posti più grandi. Spesso chi gestisce un locale di musica dal vivo è una persona che lo fa per passione ed è difficile sostenere una chiusura perchè anche nella normalità a volte più che guadagnarci, ci si va in pari. Senza dimenticare che questi posti non hanno neppure sovvenzioni pubbliche come accade a teatri e altri centri culturali. Le prime tappe di un percorso per un artista sono i live club, spesso anche per chi arriva dai talent o per chi passa dai locali prima di arrivare al talent. Si fa una gavetta e suonare in un posto del genere è anche un modo per creare un rapporto più diretto e intimo col pubblico. Anche io come fotografa preferisco i club invece di luoghi grandi: le condizioni di luce sono peggiori, ma c’è un’energia che nelle avenue più grandi non trovi. Si, ne ho visti “nascere” di artisti in questi posti: penso a Calcutta che ha fatto un salto enorme ma è partito da qui, o Colapesce e Dimartino che dopo Sanremo sono delle vere e proprie star ma hanno iniziato nei live club. Ma credo che sia un discorso che possiamo fare un po’ su tutti quelli che oggi, dopo l’apertura mainstream al mondo indie, ritroviamo in TV. Di certo molte band agli esordi suonavano nei club davanti a 15-20 persone.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome