Saverio Grandi pubblica “Segnali di fumo”: «Non sono solo canzonette» (intervista)

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Saverio Grandi

Oltre 300 brani composti, tra cui più di 100 singoli, 20 milioni di copie vendute come autore e 650 milioni di visualizzazioni su YouTube.
Sono questi i numeri di Saverio Grandi, uno degli autori più importanti della musica italiana dagli anni ’90 ai giorni nostri, che ha scritto per nomi del calibro di Vasco Rossi, Stadio, Laura Pausini, Eros Ramazzotti, Raf, Irene Grandi, Fiorella Mannoia, Nek e molti altri.

Ha vinto un Festival di Sanremo nel 2016 come autore con Un giorno mi dirai, cantata dagli Stadio, di cui è produttore da quasi 20 anni, oltre al Premio Lunezia e al Premio Siae come autore dell’anno nel 2007. Canzoni da lui composte hanno vinto due edizioni di XFactor (interpretate da Marco Mengoni e Chiara Galiazzo) e due di Amici (interpretate da Marco Carta e Virginio).

Oggi esce il suo nuovo album da solista, il terzo, dal titolo Segnali di fumo: un disco autobiografico contenente 9 brani (trovate tracklist e copertina in fondo all’articolo) e che vede come singolo apripista del progetto un brano di cui Saverio curiosamente non ha scritto nemmeno una parola, ovvero L’amore crede l’amore può, il cui testo è stato composto da Pacifico.

Abbiamo raggiunto Saverio Grandi per una chiacchierata sul nuovo album, i brani che lo compongono e la sua carriera di autore: buona lettura!

Partiamo proprio da questa “anomalia”: centinaia di canzoni scritte e proprio nel tuo album ne canti una con un testo di un altro…

È proprio così, è la prima volta che mi succede. Forse è la prima volta in vita mia che canto una canzone di cui non ho scritto nemmeno una parola, però ammiro moltissimo Pacifico come autore ed il suo testo era perfetto, mi sembrava il pezzo più giusto per presentare l’album. È una canzone positiva e anche propositiva, e volevo che facesse star bene le persone mentre l’ascoltavano e anche dopo.
Inoltre mi stimolava l’idea di cantare per la prima volta qualcosa che non avevo scritto, non era mai capitato prima, quindi è anche una specie di sfida nel trovarmi a fare io quello che solitamente gli altri fanno con le mie parole. Ho cercato di capire, di dare un peso a quelle parole, cercando di cantarle nel modo più leggero possibile per far sì che avessero il loro peso senza che io le enfatizzassi, perchè le parole che ha scritto Pacifico sono già importanti di loro.
Il brano non parla di una storia d’amore, ma di tutti quelli che cercano l’amore, perchè nel momento in cui tu smetti di credere all’amore, l’amore ti sorprende, perchè ci crede più di te.

Hai scritto oltre trecento canzoni per tantissimi artisti, ma ogni tanto pubblichi un album solista. Qual è la discriminante tra dare una canzone a qualcun altro oppure tenerla per fare un disco tuo?

Il mio primo lavoro è soprattutto quello di fare l’autore, poi faccio dischi miei quando sento di avere delle cose da dire che sono molto personali e che un’altra persona, per quanto brava, dotata vocalmente e molto popolare, potrebbe non raccontare queste storie come le racconto io.

Anche io ho avuto questa impressione in brani che sono molto autobiografici come Mi piace, Eroi silenziosi, Siamo noi e soprattutto A mio padre. Come se dicessi “queste sono storie mie e le posso cantare solo io”.

Esatto, diciamo che volendo è un po’ tutto il concetto dell’album. L’album si chiama Segnali di fumo, ma si sarebbe potuto chiamare anche Non sono solo canzonette, visto che stiamo vivendo un momento dove le canzoni sono soltanto filastrocche o tormentoni estivi. Io invece volevo fare un disco che contesse canzoni che fanno riflettere sui temi della vita, come la libertà, l’amore con la A maiuscola,o il tema degli ultimi, di cui nessuno parla, come in Eroi silenziosi. Però sono loro che si alzano alle sei e mezza la mattina e permettono agli altri di comprarsi le ville da quaranta milioni di dollari.
Alla fine quello che volevo cercare di fare, e chi ascolterà l’album mi saprà dire se sono riuscito nell’intento, era mettere insieme una decina di brani che avessero un minimo di spessore.

C’è un brano dal titolo Svegliami quando sarà finita, che racconta della pandemia che stiamo vivendo…

Parla delle difficoltà che stiamo vivendo in questo periodo, nate dal fatto che quando possiamo fare tutto diamo per scontata ogni cosa: incontrarsi, abbracciarsi, baciarsi. Improvvisamente, però, quando queste piccole cose vengono a mancare ti rendi conto che sono molto importanti.
Al tempo stesso il vero motivo della canzone è un po’ una contraddizione in essere: io ho sempre pensato che dormire fosse tempo perso e se fosse per me non dormirei mai, un po’ come il Vasco di Vita spericolata. Poi però quando vedi che le cose non vanno bene e cominci ad entrare in una sorta di depressione, anche se io non sono depresso, capisci invece che il sonno fa bene, come fosse un sonno rigeneratore, quindi Svegliami quando sarà finità arriva un po’ da quel concetto.

Facciamo un passo indietro e torniamo agli inizi della tua carriera come autore. Com’è cominciato il tutto?

Ho semplicemente fatto l’incotro giusto nel momento giusto.
In realtà io sono un compositore di musiche, perchè ho studiato al Conservatorio e sono diplomato in chitarra classica, e mi è sempre piaciuto scrivere canzoni, anche se non ci avevo mai provato seriamente.
Poi un giorno incontro Gaetano Curreri, il cantante degli Stadio, proprio subito dopo che Luca Carboni, che aveva scritto alcuni testi per i loro primi dischi, aveva deciso di intraprendere la carriera di cantautore. Curreri mi chiede quindi di scrivere alcuni testi per il loro album Puoi fidarti di me, dandomi pochi giorni di tempo. Così mi sono chiuso in casa e in soli dieci giorni oltre ai testi sono nate anche un po’ di musiche, e alla fine sono state 6 le canzoni con la mia firma che sono entrate a far parte di quell’album.
Da lì è iniziata la mia collaborazione con gli Stadio, che ancora va avanti, anche nei panni di produttore, e che ha portato anche alla vittoria del Festival di Sanremo nel 2016 con Un giorno mi dirai.

Quindi, anche un po’ per citare un brano che hai scritto proprio per gli Stadio nel 2002, Ci vuole fortuna

Come diceva anche proprio Carboni, “ci vuole un fisico bestiale per resistere agli urti della vita, e certe volte anche alla sfiga”, e ha perfettamente ragione.
Anche l’elemento fortuna è determinante, e bisogna farsi trovare pronti quando te lo richiedono, perchè non è una cosa che ti viene chiesta spesso in questo lavoro, un po’ come in tutti i campi: spesso tu bussi alle porte e quelle non si aprono, però quando sono gli altri che cercano te devi farti trovar pronto per cogliere l’occasione.
Io quella volta ci sono riuscito e poi da lì nel giro di tre mesi ho trovato pubblicate tante cose importanti: tutti i pezzi che avevo scritto per gli Stadio, un singolo per Raf dal titolo Il sapore di un bacio, più un altro pezzo che avevo scritto per un cantante messicano e che ha venduto un milione di copie. Quindi da lì mi sono detto “ok, proviamoci seriamente”.

E da lì sei arrivato a collaborare con il numero uno in Italia: Vasco Rossi.

Ci tengo a precisare che nella mia collaborazione con Vasco i testi li scrive sempre lui, perchè è lui il poeta, io non scrivo mai niente se non musiche. Lui è il mio maestro e, come dico sempre, quando ho la possibilità di scrivere di fianco a lui è come giocare in squadra con Leo Messi: ti senti sempre molto sicuro, perchè se anche magari tu non fai benissimo poi alla fine ci pensa sempre lui a risolvere la situazione per il meglio.
Io sono onorato e orgoglioso di poter collaborare con Vasco, la nostra collaborazione ormai va avanti dal 2001 e continua ancora oggi, visto che in Una canzone d’amore… buttata via c’è anche la mia firma, e credo che continueremo a lavorare insieme anche in futuro.

Hai scritto per tutti i più grandi della musica italiana, ma c’è qualcun altro con cui vorresti collaborare?

Ce ne sono diversi, per motivi diversi.
Il mio mito in assoluto, senza troppi giri di parole, è Francesco De Gregori: un poeta assoluto e sono totalmente affascinato da lui. Anche quando fa un’intervista per me è uguale a quando sta sul palco a cantare.
Mi piacerebbe scrivere anche per Renato Zero perchè è stato uno dei miei miti di gioventù: io ero piccolissimo ed abbastanza precoce, avrò avuto 12-13 anni quando ha pubblicato il suo primo disco che si chiamava No! Mamma no!, poi subito dopo ne è uscito un altro dal titolo Invenzioni, ed ero rimasto folgorato da questo artista che riusciva a coniugare poesia, musicalità, teatralità.
Ricordo che lo andai a vedere, ma non avevo l’età per entrare in discoteca, quindi chiesi di entrare di soppiatto e rimasi folgorato dalla sua esibizione.
Chiaramente poi dopo il suo percorso si è evoluto come tutti noi sappiamo, però è un artista che mi ha sempre affascinato e mi piacerebbe scrivere una canzone insieme a lui per chiudere quel cerchio iniziato con No! Mamma no!.

Segnali di fumo – Tracklist

1. L’amore crede l’amore può
2. Senza peso
3. Mi piace
4. Come è giusto che sia
5. Eroi silenziosi
6. Svegliami quando sarà finita
7. Siamo noi (feat. Gianni Novi)
8. A mio padre
9. Segnali di fumo

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