Giorgio Ciccarelli: “Suonare con Patti Smith? La guardavo come se fossi uno spettatore”

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giorgiorgio ciccarelli nuovo album
Foto di Giulio Mazzi

Giorgio Ciccarelli presenta al pubblico il suo terzo album da solista Niente demoni e dei, rinnovando la collaborazione con lo scrittore e autore di testi Tito Faracie con il produttore Stefano Keen Maggiore (Immanuel Casto, Romina Falconi, The Andre).

Un disco che percorre sonoramente e testualmente un vortice di storie, che vanno dalla ricerca dell’altra persona fino al rapporto con Dio. Un rapporto, quello con la divinità, che si manifesta in una terrena spiritualità, in cui ad essere contemplate sono le bellezze della vita, della natura fino all’arte stessa.

Giorgio Ciccarelli decide di concentrarsi , a partire dal 2015, sulla  propria dimensione dopo anni di collaborazioni come quella con gli Afterhours, Colour Moves e Sux! e di esperienza live tra cui Greg DulliMark LaneganPatti Smith e Mina.

La tracklist: Conto i tuoi passi, Non credo in Dio, Sei qui, Demoni e dei (prod. Luca Grossi), Non mi pento, Il giorno dopo l’ultimo giorno, Non basta, Cliché.

Giorgio Ciccarelli, l’intervista

Niente demoni e dei è il titolo di questo terzo album da solista. Quali esigenze esprime? Perché nasce questo un album?
Faccio musica per assecondare un’esigenza impellente che non so bene descrivere o decifrare. Quel che è certo, è che sento il bisogno di esprimermi attraverso la musica e non posso fare altro. Questo disco in particolare nasce durante i momenti più critici della pandemia. L’esigenza era dire quel che sentivo e vivevo in quei mesi.

Dal titolo fortemente evocativo anche delle tracce, il tema della spiritualità è forte. Cos’è per te la spiritualità? Cosa rappresenta?
Nonostante io sia ateo, credo di essere una persona spirituale, dove per spiritualità intendo l’essere capaci di contemplare le bellezze della natura, della vita, delle arti uscendo dalla propria individualità. In altre parole, per me spiritualità significa nutrimento dell’anima.

Vorrei così collegarmi al brano Non credo in Dio. Chi è per te Dio? E perché non credi?
Prendo in prestito le parole di Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica 2021: “Dio per me non è neanche un’ipotesi”.

La tracklist è composta da otto brani. Cosa li collega, se si collegano tra loro?
I brani sono collegati tra loro da un certo tipo di sonorità tipiche della new wave inglese degli anni ’80. Quando io, Stefano (il produttore artistico) e Tito Faraci (autore dei testi), abbiamo iniziato a parlare della direzione artistica da imprimere al disco, è subito venuta fuori, condivisa da tutti, la volontà di pescare proprio da quel periodo avendo ovviamente un occhio ed un orecchio ben vigile alla modernità

Altro tema ricorrente è quello del cercarsi. Che rapporto hai con il tuo orgoglio quando si tratta di confrontarsi con gli altri?
Visto che sono in vena di citazioni, anche se non è un premio Nobel, prendo in prestito le parole di Vasco Rossi “corri e fottitene dell’orgoglio, ne ha rovinati più lui che il petrolio”.  Diciamo che sono una persona riflessiva, prima di parlare penso e già questo fatto ti mette al riparo dagli eccessi che produce una fiammata d’orgoglio.

Come si traduce questo vortice di storie in musica? Ci parli della produzione di questo album per quanto riguarda la parte musicale? (es, la scelta degli strumenti, effetti etc).
La produzione artistica dell’album è stata affidata a Stefano Keen Maggiore, uno che fa dell’elettronica la propria ragione di vita. Con lui mi son trovato davvero molto bene, ha un percorso musicale molto diverso dal mio anche se partiamo tutti e due da una stessa base comune, un certo tipo di post punk anni 80, lui più elettronico, io più suonato. Poi ognuno ha preso strade diverse e coltivato gusti personali, ma lavorando insieme abbiamo scoperto di avere fondamentalmente lo stesso linguaggio, per cui ci siamo compresi a perfezione, direi di più, è l’incontro di queste nostre esperienze successive che ci ha portato a produrre  il disco in questo modo.

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Nel singolo Demoni e Dei c’è questa affermazione “…giusto quello che sei e che sarai”. Come ti senti, oggi, artisticamente? Che rapporto hai con la musica e come pensi si evolverà?
Artisticamente mi sento vivo, anche perché, come ti dicevo prima, il mio rapporto con la musica è assolutamente istintivo e quasi terapeutico, questo mi fa pensare che non smetterò mai di fare musica. Non ho idea di come si evolverà la musica, sono certo che da qui a breve nascerà ancora qualcosa di diverso, non per forza nuovo, ma diverso. È successo e sta succedendo così da una vita, per cui non dubito che possa ri succedere. Non so come evolverà. Posso dirti che personalmente spero tornino di moda gli anni 70 o una loro rivisitazione…

In questo progetto c’è anche l’arte di Milo Manara che ha curato la copertina. Cosa rappresenta? Inoltre, ci racconti del vostro incontro, come gli hai chiesto di collaborare?
Non c’è stato un vero e proprio incontro, è stato Tito Faraci a far da tramite. È successo che, mentre stavamo lavorando al disco, Tito stava curando la pubblicazione di un libro di/su Milo, “lo Scimmiotto” e le tematiche del disco “Niente demoni e dei” si intrecciavano meravigliosamente con quelle del famoso fumetto, per cui è stato naturale chiedere a Milo di poter usare una sua tavola. Per me avere una copertina firmata da Milo Manara è un motivo d’orgoglio immenso. Manara insieme ad Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Max Bunker, Magnus, Tamburini ed altri che al momento dimentico, rappresenta per me il mondo dei fumetti, facendo un’analogia col mondo musicale, Milo Manara sta al fumetto come Jimi Hendrix sta al rock…

Parliamo di live. Qual è stato il concerto che ti ha provato di più? Hai avuto l’onore di collaborare con molti grandi artisti come Patti Smith.
Quello che mi ha stressato di più è stato sicuramente il primo concerto, in anteprima mondiale, dei Gutter Twins, credo fosse settembre 2005, dove noi Afterhours facevamo da backing band al gruppo di Mark Lanegan e Greg Dulli. Io dovevo iniziare il concerto con un giro arpeggiato di chitarra, mi ricordo che ero stressatissimo, perché non era semplice e questo dannato arpeggio doveva sostenere le voci di due (per me) mostri sacri. Direi che come spesso succede, tutto si è risolto non appena ho preso la chitarra in mano, tutto ‘sto stress per nulla… Con Patti Smith, ricordo una strana sensazione: io ero sul suo stesso palco e stavo suonando con lei (Dancing Barefoot), ma la guardavo come se fossi uno spettatore, le mie mani andavano da sole sulla tastiera della chitarra, ma i miei occhi erano fissi su di lei…

Invece, come vorresti che fosse un tuo live? Ci sarà un tour?
Mi piacciono moltissimo i live dove riesco a coinvolgere anche un illustratore perché credo che il doppio canale, musicale e visivo, arricchisca infinitamente la performance e riesca a trasmettere in modo esponenziale emozioni e sensazioni a chi è presente. Per il live, mi accontenterei veramente di poco, mi basterebbe tornare a suonare e per il tour, al momento in cui ti scrivo, i club, i locali al chiuso, stanno timidamente riaprendo la programmazione. Spero davvero che da gennaio si torni ad una pseudo normalità e quindi ad organizzare un vero e proprio tour.

Cosa ti auguri?
Prosperità

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Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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