Enrico Rava, che da poco ha varcato la soglia delle 82 primavere, è uno dei monumenti del jazz italiano. Un musicista che ha attraversato il free jazz, ha vissuto a New York suonando con tutti i big, ha incrociato il meglio dell’avanguardia europea, ha scoperto l’opera lirica in chiave jazz, ha influenzato il jazz italiano e internazionale in maniera determinante. Con il sestetto completato da Gianluca Petrella al trombone, Francesco Bearzatti al sax tenore, Francesco Diodati alla chitarra, Giovanni Guidi al piano, Gabriele Evangelista al contrabbasso ed Enrico Morello alla batteria, ha festeggiato con un importante tour i suoi 80 anni.
Oggi esce la registrazione di una di quelle serate entusiasmanti, registrata al Middelheim Festival di Anversa. Il cd, ottimo, si intitola Edizione Speciale e raccoglie «brani che ho scritto molti anni fa e non sono invecchiati, c’è lo standard di Michel Legrand Once Upon A Summertime, il cui titolo originale era La Valse de Lilas, un pezzo che suono da poco perché me ne sono innamorato recentemente, poi c’è un’improvvisazione con la chitarra distorta, che viene dalle mie ricerche con l’elettronica più di fresca data».
Enrico Rava è un uomo sempre avanti, sempre alla ricerca. Anche quando non suona e non cerca la nota giusta da suonare al momento giusto, del timbro corretto, della sonorità adatta, parla denso di musica, di melodia, di lirismo, sempre utilizzando quella parola che esprime appieno il suo pensiero.

Quando ha deciso di scegliere il jazz?

«Io non ho deciso di scegliere il jazz. Io non sono un musicista di jazz, sono appassionato di jazz che suona. Ero appassionato di jazz fin da bambino, avevo dei dischi di mio fratello in casa che conoscevo a memoria e ascoltavo cento volte al giorno, andando malissimo a scuola. Quando poi mi è venuta voglia di suonare, mi sono comprato uno strumento per suonare la musica che mi piaceva. Non mi è mai neanche balenato per il cervello l’idea di fare il musicista di jazz, mi sono messo a suonare dal primo momento la musica che mi piaceva. Avessi dovuto suonare altro non avrei fatto il musicista.»

La tromba è stata subito la sua prima opzione?

«No, la prima opzione non è stata mia, ma di un gruppo di dixieland che aveva bisogno di un trombonista. Sapevano che, benché avessi 16 anni, conoscevo a memoria tutti i brani che suonavano, così mi hanno comprato un trombone e mi hanno obbligato a imparare i primi rudimenti. Per un po’ ho suonato con loro, da dilettanti, divertendoci molto con un repertorio che io adoro, dal sound di New Orleans a Louis Armstrong e Bix Beiderbecke. Poi, in un secondo tempo, quando avevo già quasi 18 anni, ho visto quel concerto strepitoso di Miles Davis a Torino, nel ’56, con Lester Young. Io avevo tutti i dischi di Miles, li amavo alla follia, ma non immaginavo mai che dal vivo mi colpisse così, come un uppercut. Dopo pochi giorni mi sono comprato una tromba e ho cominciato a cercare di suonarla. Ci sono riuscito.»

Cosa le ha lasciato il periodo in cui ha vissuto a New York?

«Io sono stato lì dal ’67 al ’78, quindi in anni particolari, quando c’era l’esplosione della nuova musica, la new thing o free jazz o avantgarde, come vogliamo chiamarla, di cui ero un attivo esponente. Suonavo con i grandi, con Cecil Taylor, con Steve Lacy, c’era la forza di una nuova musica che stava nascendo e prendendo piede. Contemporaneamente c’era quello che stava succedendo fuori dalla musica, che era la guerra in Vietnam, con manifestazioni tutti i giorni, di veterani feriti e mutilati, di giovani contro la guerra, e poi c’erano i black panthers cui portavo dei film che mi inviavano dal Sudamerica amici politicizzati.
Andavo nella sede dei Black Panthers in piena Harlem, con questi militanti vestiti quasi in divisa, con il colbacco e soprattutto i mitra imbracciati. Erano davanti a una casa a due piani dipinta di blu elettrico con in cima la bandiera con la pantera nera. Si vedeva a un miglio, mentre io credevo la prima volta dovesse essere una situazione seminascosta. Questo era il clima, di una violenza pazzesca, con microcriminalità ovunque. Sono stato anche rapinato con il coltello alla gola. La notte, mentre si girava per New York, era come se fosse la giungla, si camminava quasi al centro della strada perché chissà chi poteva essere nascosto dietro un angolo.

Enrico Rava ©Andrea Bocccalini/ECM

Ma c’era anche un’energia pazzesca, specie per chi veniva dall’Italia, che negli anni Sessanta era ancora un Paese molto piccolo borghese, anche nell’aspetto delle persone, vestite tutte in giacca e cravatta. Arrivare a New York era come essere dentro un film, perché ogni persona era un personaggio fin dall’aspetto esteriore, uno choc veramente. Tantissimi neri, specie per me che ero arrivato con il mito del musicista di colore, mi sembravano tutti musicisti di jazz, perfino il tassista, lo spazzino, l’avvocato, chiunque.
Poi ho imparato a suonare ogni volta come fosse l’ultima, che era la cosa grande che avevano gli americani all’epoca. Veramente c’era un’energia che a noi era sconosciuta. Oggi l’abbiamo acquisita, ma allora anche agli europei in generale erano dei mollaccioni nel suonare, mentre gli americani erano formidabili, anche perché lì la competizione era fortissima. E c’erano i grandi ancora vivi e attivi. Io ho visto Monk, Miles suonare in un club, Bill e Gil Evans, c’era Armstrong, Coleman Hawkins… Se uno usciva la sera e voleva sentir suonare si trovava una scelta che era una roba impressionante. Vado a sentire Blakey oppure Hubbard, ma c’è anche Coleman oppure Miles, ed è tornato Chet Baker
New York oggi non è più così, neanche paragonabile. Allora il livello era quello, quindi per uno come me, appassionatissimo di questa musica, era un’esperienza pazzesca, che mi faceva passare sopra al fatto di essere in una città violentissima, difficile.»

Qual è stato il momento di maggiore difficoltà della sua carriera?

«Sicuramente i primi due anni a New York. Molto difficili, perché, benché si suonasse parecchio con questa nuova musica, si guadagnava pochissimo. Per un paio di anni è stato difficile, anche se poi, quando ho iniziato a registrare per ECM, è cambiata la mia vita. Ho iniziato tournée negli Usa e in Europa, ma già prima suonavo molto. Erano i tour in Europa che poi mi permettevano di lavorare a New York per quattro soldi, perché avevo guadagnato in Europa. Come tutti gli americani del resto, che suonavano per 25 dollari in un club e poi venivano in Europa per concerti pagati benissimo.
Il jazz è sopravvissuto e sopravvive grazie all’Europa e al Giappone, perché, se parliamo degli Sati Uniti, che è la patria del jazz, non gliene frega niente a nessuno tolta New York, tolta un poco Chicago, un pochino Washington e la California. Se uno va in Ohio e parla di Coleman Hawkins nessuno sa chi sia stato, pensano a uno sportivo. Non c’è questa cultura, non c’è la conoscenza di questa musica. È abbastanza pesante, perché lascia che moltissimi musicisti, tranne alcune rare eccezioni, soprattutto quelli delle generazioni dal bebop in poi, in difficoltà. Inoltre è sempre una musica che si identifica in generale con la comunità afroamericana e ancora oggi il razzismo c’è, eccome.
Ascoltando dischi pazzeschi come il live con il quintetto di Konitz, Bill Evans, Jimmy Garrison, Wayne Marsh e Paul Motian, che suonano in un club di New York una musica formidabile, uno si aspetta alla fine di un solo incredibile un boato del pubblico, invece ci sono quattro gatti che fanno un applauso stentato, le persone in più chiacchierano, si sente la cassa del bar, un telefono che suona… Questo dà l’idea di come può essere la situazione. Poi certo ci sono le superstar come Davis, ma le superstar sono state pochissime. Quel quintetto era composto da grandissimi, che però non sono mai diventati superstar se non in Europa o in Giappone.»

Invece ha un momento che considera il più esaltante della sua storia?

«No, non credo. In un certo qual senso tutti i momenti li ho vissuti e li sto vivendo con la stessa energia.»

Con lei hanno suonato quasi tutti i giovani più bravi del jazz italiano. Come li ha scelti e cosa le hanno dato?

«Beh, innanzitutto la loro musica. La loro energia, la loro voglia di suonare, il loro desiderio di farcela. E hanno contribuito fortissimamente alla riuscita dei miei gruppi con la loro voglia e creatività. Inoltre, specialmente negli ultimi anni, durante i quali esco poco quando non suono e non sto seguendo quello che succede oggi in America, loro mi tengono in un certo qual senso in contatto con le novità del mondo del jazz. Devo dire che non mi entusiasma quello che succede negli USA, musicisti come Steve Lehman non mi emozionano, sarà un problema mio. Li ammiro, ma non mi arrivano. Se quello fosse stato il jazz di quando ho iniziato io, non avrei suonato jazz.

Enrico Rava Special Edition ©Caes Van De Veen/ECM

Comunque so cosa succede perché suono con musicisti giovani che amano quella musica lì e mi propongono idee, mi tengono al corrente, mi fanno ascoltare.
Però devo dire che io non scelgo i musicisti in base all’età, non li cerco giovani. Chiamo musicisti che più o meno condividano la mia visione musicale, almeno quando suonano con me. Quindi potrebbero avere 15 anni o 95. Per esempio a volte suono con Dino Piana che ha 91 anni e mi trovo benissimo, perché ha un’apertura mentale eccellente. Quello che cerco nei musicisti è l’apertura mentale, la voglia di ascoltarsi quando si suona, di dialogare e riuscire a entrare in questa piccola democrazia che si sviluppa sul palcoscenico.
Devono capire che possono ricevere quello di cui hanno bisogno ma che devono dare quello di cui hanno bisogno gli altri. Sembra elementare ma non è così, anzi. Ci sono moltissimi musicisti bravissimi che non hanno questo tipo di capacità di partecipazione, di ascolto. Non hanno questa generosità, fiducia negli altri musicisti. Tutto ciò per me è indispensabile. Chi ha queste capacità è perfetto, la sua età è assolutamente irrilevante.»

L’impressione in Italia è che ci siano ottimi musicisti giovani, mentre invece per il pubblico non c’è stato un cambio generazionale…

«In generale l’età media del pubblico è abbastanza alta. Però contemporaneamente, a Siena, dove faccio dei seminari da trent’anni, mi arrivano dei musicisti giovani bravissimi. Quindi se ci sono i musicisti giovani c’è una riserva, una coltura. I musicisti sono la punta dell’iceberg sicuramente di un gruppo di persone, perché, se un 16/17enne suona jazz, bisogna che ci sia chi gliel’ha fatto sentire, che abbia trovato coetanei cui piace la stessa musica e che magari suonicchiano anche loro. Vuol dire che c’è una base reale. In Svezia, ad esempio, a volte mi è capitato di suonare in posti dove l’età media era sui settant’anni, con tutti che fumavano la pipa e avevano i maglioni con i cervi. Mi veniva una depressione terribile. Qui non è ancora così, il mio pubblico ha una componente anche abbastanza giovane. Non ci sono solo anziani, per fortuna, anche se ovviamente non ho niente contro gli anziani. Ma anche una volta era così, un pubblico di ragazzini non c’è mai stato. Il pubblico del jazz è sicuramente più maturo, ma questo da sempre.»

È pronto anche a tornare in sala di registrazione…

«Sì, a metà novembre dovrò registrare a Lugano con il pianista americano Fred Hersch. Mi sono divertito molto a suonare con lui per la prima volta quest’estate: è stato molto bello, ci siamo piaciuti. E Manfred Eicher, il boss della ECM, quando ha seguito uno dei nostri concerti, ci ha proposto di registrare. Ne siamo ben contenti, dobbiamo solo affinare i dettagli affinché tutto funzioni.»

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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