Adam Duritz «Noi (i Counting Crows) amiamo l’Italia più di qualsiasi altro posto in Europa»

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© Mark Seliger

Cinque anni dopo la loro ultima volta in Italia, conclusa con l’apertura del concerto di Bruce Springsteen and the E Street Band al Circo Massimo di Roma il 16 luglio 2016, i Counting Crows hanno annunciato tre show italiani di presentazione del nuovo EP Butter Miracle Suite One: martedì 5 aprile 2022 al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, mercoledì 6 aprile al Tuscany Hall di Firenze e venerdì 8 aprile al Gran Teatro Geox di Padova.

Abbiamo contattato Adam Duritz, fondatore della band, per parlare di questo progetto e dei prossimi concerti.

Adam, la prima domanda è di rito: come hai passato gli ultimi due anni?
Io e la mia ragazza abbiamo cercato di avere un po’ di “quality time”. Ovviamente abbiamo avuto la fortuna di potercelo permettere. Ho fatto un po’ di cose, tra cui finire quest’ultimo lavoro, ho cucinato molto, ho letto molto, visto molti film, più o meno questo.

Non hai scritto canzoni per cinque anni. Come hai vissuto quel periodo e come ti sei sentito quando hai cominciato a comporre nuovamente?
Credo che stessi cercando di evitare di scrivere per un po’. Sai, la musica per me è un fattore molto personale e l’unico momento in cui voglio farla uscire è quando faccio un disco. Per realizzare un album, in fondo, serve un gruppo ristretto di persone (che sono molto affiatate), perchè per scrivere devo coinvolgere solo me stesso e per registrare servo io, la band e il produttore. Per rilasciarlo invece, bisogna coinvolgere tutto il mondo, devi rapportarti con la casa discografica, con la frustrazione, devi fare tante interviste. Credo di aver avuto bisogno di stare, per un po’, lontano da tutto questo.
E mi è stato bene, anche perché non è che non abbiamo fatto musica, siamo stati in tour fino al 2019.
Quando ho ricominciato a scrivere mi trovavo in una fattoria di un amico e semplicemente volevo suonare un pianoforte. Un paio di giorno dopo che ho iniziato a suonare ho scritto “Tall Grass” e tutto è partito da quello. Mi ha fatto stare bene scrivere una canzone e in particolare mi sono sentito bene quando, il giorno dopo averla scritta, ho cominciando a giocare con il finale, allungandolo e provando a immaginarlo come una canzone più lunga. La cosa che mi ricordo è che ho iniziato a cantare, sulla musica che avevo cambiato, questo verso: “Bobby was a kid from round the town”… e ho pensato che fosse molto valido, ma mentre ci lavoravo ho realizzato che non si trattava di una canzone più lunga, ma proprio di un’altra canzone (che poi sarebbe diventata “Elevator Boots”) e  così ho pensato quanto potesse essere “cool” che le due canzoni confluissero l’una nell’altra senza una vera e propria distinzione. Da lì mi è venuta l’idea di comporre proprio una serie di canzoni in questo modo. Ecco, questo mi ha davvero entusiasmato. È stata la prima cosa che mi ha davvero entusiasmato e mi ha fatto venire voglia di fare un album.

Hai parlato di “Elevator Boots”, una delle due canzoni contenute in Butter Miracle Suite One (un EP da quattro brani) che parla di musica dal vivo. Cosa significa per te la musica dal vivo e cosa ha significato la sua assenza in questi 18 mesi?
Queste due canzoni raccontano la stessa cosa da due punti di vista completamente diversi: “Bobby and the Rait-Kings” è più la prospettiva di un fan che ama profondamente questa band ed “Elevator Boots” è composta dal punto di vista di un musicista. Alla fine sono due aspetti della mia vita, perchè fin dalla nascita sono stato ossessionato dalla musica. Il protagonista di “Bobby and the Rait-Kings” sono io, perchè per i primi 20 anni della mia vita sono stato principalmente un fan, poi ho iniziato a scrivere e sono diventato una persona che, oltre ad amare la musica, la realizza. Queste due canzoni parlano della cosa più importante della mia vita da due prospettive differenti.
Per quanto riguarda l’assenza forzata della musica dal vivo, all’inizio è andata bene, poi ha iniziato a essere davvero strano, soprattutto quando ho realizzato che, in due anni, non abbiamo fatto nemmeno un concerto.
Noi abbiamo appena finito un tour, ma è stato particolare, perchè ci siamo chiusi in una bolla: nessuno nel backstage, non vedevamo alcuna persona… vedevi solo te stesso, la band, la crew e le band d’apertura, ma è stato davvero, davvero bello riuscire a farlo. Per due mesi ci siamo tenuti al riparo da tutto. In quel periodo sentivo e parlavo con altri amici musicisti e vedevo continuamente tour che venivano cancellati, come un effetto domino. Noi siamo stati molto rigidi (e attenti) e sono molto orgoglioso di questo. Ma anche gli show sono stati incredibili, è stato davvero figo suonare tutta la suite di Butter Miracle dal vivo, abbiamo fatto brani che non eseguivamo dal vivo da 20 anni… è stato fantastico tornare in tour.

Sono passati 5 anni dal vostro ultimo concerto in Italia, al Circo Massimo di Roma, in apertura a Bruce Springsteen. Cosa ricordi di quel concerto e qual è il tuo rapporto con il nostro Paese?
Alcuni dei miei amici più stretti sono italiani. Diciamolo chiaramente, il cibo è il migliore al mondo! Quando sei in una band, la cosa che più desideri fare è andare a suonare in Italia e in Spagna, perché il cibo, nell’Europa del sud, è incredibile. Poi c’è Milano che è questa incredibile città viva 24 ore al giorno in cui puoi fare cose pazzesche. Ho tanti cari amici lì, specialmente gente che ama il cibo e cucinare. Ma anche Claudio Trotta, il nostro promoter, è sempre stato molto gentile con noi. Pensa che credevo che scherzasse quando mi ha proposto, la prima volta, di aprire il concerto di Bruce Springsteen al Circo Massimo. Io gli ho detto che Springsteen non usa delle opening band, ma lui mi ha risposto «Si… ma credo di potercela fare!»… e poi, l’anno dopo mi ha detto «Ce l’ho fatta! Aprirete Springsteen! E verrete in tour in Italia». Ero davvero entusiasta. Anche perchè noi amiamo l’Italia più di qualsiasi altro posto in Europa, nonostante non abbiamo avuto sempre molto successo lì, perchè non abbiamo mai avuto l’occasione di suonare davanti a moltissime persone e in molti concerti trovavamo soprattutto degli americani espatriati. Probabilmente quando abbiamo suonato al Circo Massimo c’era più gente lì, che tutte le persone che abbiamo avuto complessivamente in tutti i nostri concerti in Italia (esclusi i festival). Perciò per noi è stata una grandissima occasione. E poi eravamo in un posto davvero storico, quello che abbiamo visto in Ben Hur! Di solito non puoi suonare in un luogo di questo genere, puoi visitare il partenone, ma non ci fai un concerto. Puoi visitare le piramidi, ma non ci fai un concerto. Ma noi abbiamo suonato al Circo Massimo!

Abbiamo parlato di “Butter Miracle Suite One”. Ci sarà una Suite Two?
Credo che ci sarà, ho già scritto le canzoni e ora sto facendo tutte le transizioni tra di loro, spero di registrarlo a gennaio.

Quando mi hai parlato della realizzazione di “Tall Grass” mi è venuto in mente il periodo di Paul McCartney di “Mull of Kintyre”, con il suo rinchiudersi in una fattoria in Scozia a scrivere e registrare. Non per quanto riguarda la musica, ma proprio per l’atteggiamento…
Pensa, sono tornato in quella fattoria a giugno, prima di andare in tour, e ci sono stato un mese! È stato lì che sono venute fuori le nuove canzoni. Per qualche ragione quella fattoria riesce a ispirarmi. È un posto davvero molto fertile!

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