“Non al denaro non all’amore né al cielo”: compie 50 anni il capolavoro di De André

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Fabrizio de André non al denaro non all'amore né al cielo

L’11 novembre del 1971 veniva pubblicato uno degli album più belli e, per certi versi, anche più autobiografici di Fabrizio De André, ovvero Non al denaro non all’amore nè al cielo.
Quinto album di inediti del cantautore genovese, arriva esattamente un anno dopo La buona novella, che all’epoca non ebbe il successo aspettato, almeno dal punto di vista prettamente commerciale.

Come lo stesso Faber ebbe a dire, «sono l’invidia e la scienza i due temi cardine di questo lavoro. L’invidia che oppone gli umili ai potenti ma anche i potenti agli umili: il potere ci invidia quello che non può avere, l’innocenza, la solidarietà, l’utopia. Quanto alla scienza, la sua funzione dovrebbe essere quella di migliorare la nostra vita. Invece si mette al servizio del potere, implicitamente contro o malgrado noi: guarda le macchine da guerra, sempre più perfette e micidiali, che i governi fanno costruire agli scenziati».

L’ispirazione: “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters

Non al denaro non all’amore né al cielo è un concept album, liberamente ispirato dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, pubblicato negli Stati Uniti nel 1915 ed arrivato in Italia nel 1943 grazie alla traduzione di Fernanda Pivano per Einaudi.
Fu la prima moglie di De André, Enrica Rignon (detta Puny), a regalargli il libro.

Racconta ancora Faber: «Spoon River l’ho letto da ragazzo, avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto, e non so perchè mi fosse piaciuto, forse perchè in questi personaggi ci trovavo qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri. Nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perchè non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.
A questo punto ho pensato che valesse la pena ricavarne temi che si adattassero ai tempi nostri, e siccome nei dischi racconto sempre le cose che faccio, racconto la mia vita, cerco di esprimere i miei malumori, le mie magagne (perchè penso di essere un individuo normale e dunque penso che queste cose possano interessare anche gli altri, perchè gli altri sono abbastanza simili a me), ho cercato di adattare questo Spoon River alla realtà in cui vivo io. Perchè ho scelto Spoon River e non le ho addirittura inventate io, queste storie? Dal punto di vista creativo, visto che c’era stato questo signore Edgar Lee Masters che era riuscito a penetrare così bene nell’animo umano, non vedo perchè avrei dovuto riprovarci io»
.

Il disco

La scelta dei collaboratori per la realizzazione dell’album riflette la grande intelligenza di Fabrizio nello scegliere il team con cui lavorare: troviamo infatti Giuseppe Bentivoglio per la parte delle liriche ed un giovanissimo Nicola Piovani, appena ventiduenne e fresco di diploma al conservatorio, per la parte musicale e gli arrangiamenti. Ma il vero colpo di genio è stato chiamare proprio Fernanda Pivano, che per prima aveva tradotto le poesie di Masters per l’edizione italiana, che affianca da De Andrè per fare da “consulente” riguardo la stesura dei nuovi testi in confronto con l’edizione originale.
A supervisionare il tutto il produttore Roberto Dané, affiancato da Sergio Bardotti.

Come detto, Non al denaro non all’amore né al cielo ha due temi principali, l’invidia e la scienza, con il lato A dedicato all’invidia ed il lato B alla scienza.
Ci sono diverse particolarità da annotare già semplicemente guardando i titoli: mentre La collina è una specie di prologo introduttivo del disco, dove si fa una carrellata dei personaggi che dormono sulla collina del cimitero di Spoon River, praticamente tutti gli altri otto protagonisti delle storie raccontate non vengono mai nominati ma solo riferiti in base alla loro caratteristica principale, che va a definire anche il titolo del brano (un matto, un giudice, un blasfemo, ecc). Fa eccezione solamente Il suonatore Jones, citato sia nella canzone d’apertura che chiamato per nome nel brano a lui dedicato, per rimarcare la forte somiglianza che con lui aveva proprio lo stesso De Andrè, come a volerlo personificare dandogli un’identità più definita per accostarlo a se stesso.

Dieci canzoni invece delle nove pubblicate?

Probabilmente nei progetti iniziali le canzoni sarebbero dovute essere dieci e non nove, dato che nelle note di copertina dell’unico 45 giri estratto da questo album, ovvero Un matto/Un giudice, troviamo scritto “L’argomento del disco è liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River di E.L. Masters. Nella galleria degli innumerevoli personaggi di Masters, De André ha identificato dieci modi di un vivere tipo di dieci esseri umani e ne sono uscite dieci canzoni nuove, graffianti, pienamente immerse nel nostro mondo. Un disco che cambia, ancora una volta, la faccia della musica leggera italiana”.

Siccome nella copertina del 45giri viene riportato anche il numero di catalogo dell’album, PA/LP40, questo sta a significare che la sua uscita è posteriore a quella dell’LP. Quindi non si tratta, ad esempio, di un singolo lanciato in anticipo e poi durante la lavorazione dell’album sono stati cambiati i programmi, ma più probabilmente De Andrè, Bentivoglio e Piovani stavano lavorando su dieci canzoni, poi ridotte a nove nella tracklist finale, ma le note di stampa che hanno accompagnato la pubblicazione del singolo non sono state aggiornate di conseguenza.
C’è inoltre un altro errore: l’annotazione che accompagna il 45gg riporta che l’album racconta le storie di “dieci esseri umani”, mentre comunque nelle nove canzoni le storie raccontate sono otto, visto che il brano di apertura, La collina, funge da introduzione per tutto il lavoro.

C’è infine un’ultima curiosità da annotare, sempre riguardo il 45 giri Un matto/Un giudice: come è visibile su alcune delle primissime stampe, anche la canzone Un giudice presentava un sottotitolo, ovvero “dietro ogni giudice c’è un nano”. In alcune delle ristampe successive il sottotitolo è stato cancellato a penna, mentre le ultime versioni non ne riportano alcuna traccia, presentando il titolo del brano così come è stato effettivamente pubblicato sull’album.

Andiamo ora ad analizzare Non al denaro non all’amore né al cielo brano per brano, indicando anche i titoli delle rispettive poesie dell’Antologia di Spoon River, per chi volesse andare a confrontarle coi testi delle canzoni di Faber.

La collina

È il brano introduttivo dell’album così come la poesia introduttiva del libro di Masters (di cui conserva anche il titolo esatto), quello che ci trasporta nel cimitero di Spoon River e ci fa fare una carrellata sull’umanità qui sepolta: c’è di tutto, dai morti accidentali sul lavoro (Herman bruciato in miniera, Charley caduto da un ponte mentre lavorava), a quelli uccisi per rissa come Bert, oppure Tom, che uscì già morto di galera. Ci sono donne morte per amore, come Kate, oppure di aborto, come Ella, o ancora uccise in un bordello dalle “carezze di un animale”, come Maggie.

Un’intera strofa è dedicata ai caduti in guerra, con l’indice puntato, come sempre, sull’inutilità dei conflitti: “Dove sono i generali che si fregiarono nelle battaglie con cimiteri di croci sul petto? Dove i figli della guerra, partiti per un ideale, per una truffa, per un amore finito male? Hanno rimandato a casa le loro spoglie nelle bandiere legate strette perché sembrassero intere”.

L’ultima strofa è dedicata completamente al suonatore Jones, sorta di alter ego di De André, che viene qui presentato nella sua totale libertà umana e artistica, visto che“offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero, non al denaro, non all’amore né al cielo”, frase che dà anche il titolo a tutto il lavoro.

Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio)

Frank Drummer è il protagonista della poesia di Masters, ma nella trasposizione in italiano particolare importanza viene dal sottotitolo del brano, che sta a significare che il tema della pazzia dipende molto dalla sua interpretazione sociale. Il protagonista, infatti, viene ritenuto pazzo dagli abitanti del paese in cui vive per il fatto di non essere in grado di comunicare i suoi pensieri attraverso il linguaggio (“tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”). Allora, per invidia, arriva a studiare la Treccani a memoria (l’Enciclopedia Britannica nella poesia originale), ma la sua invidia viene risolta in maniera negativa, perchè “dopo maiale, Majakovskij, malfatto continuarono gli altri fino a leggermi matto” e facendolo quindi rinchiudere in un manicomio fino alla fine dei suoi giorni.

Il matto, inoltre, è un riferimento all’omonima carta dei tarocchi, argomento che ha da sempre affascinato De Andrè: una carta senza numero, anzi col numero zero, ovvero che è tutto e niente, indecifrabile e ambigua, che sfugge alle definizioni, che può essere considerata la fine di un percorso o l’inizio di uno nuovo. Traslando il tutto nella canzone, potrebbe darsi che il matto sia anche l’unico che si può considerare davvero sano, o al massimo disadattato nella sua incapacità di adeguarsi alle convenzioni imposte dalla società, come appunto il matto di questa canzone.

Un giudice

Siamo di fronte ad un’altra storia di invidia, che stavolta però il protagonista riesce a risolvere in maniera positiva (almeno per se stesso): è quella del giudice, che riprende la poesia dedicata a Selah Lively, nel testo originale alto 5 piedi e 2 pollici, ovvero circa 157 cm, che De André sintetizza con “un metro e mezzo di statura”.
Un uomo che, vessato per la propria statura, studia la legge “nelle notti insonni, vegliate al lume del rancore” solo per diventare giudice e poter a sua volta vendicarsi su chi aveva riso di lui, dimostandosi spietato nel mandarli a morte (“di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio”).

La caratterizzazione del protagonista ce la racconta lo stesso Fabrizio: «Si tratta di uno che diventa giudice per un senso di rivalsa e che, per invidia, raggiunge abbastanza potere da umiliare chi l’ha umiliato. È un personaggio che diventa una carogna perchè la gente carogna lo fa diventare carogna: è un parto della carogneria generale. La frase “un nano è una carogna di sicuro perchè ha il cuore troppo vicino al buco del culo” è una specie di emblema della cattiveria della gente».

Proprio su questa frase, che all’epoca valse la censura radiofonica per il brano, c’è un aneddoto raccontato da Nicola Piovani: «Io dissi a Fabrizio “cantala un po’ sottovoce, che non si capisca troppo”. Venne Fernanda Pivano, lui iniziò a cantare, cercammo di rimanere impassibili e lei rimase a sua volta impassibile. Solo più tardi, a cena, chiese: “a proposito, com’è venuto fuori quel buco di culo?” Poi si mise a ridere: era fatta».

Un blasfemo (dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato)

La storia raccontata in questa canzone è quella di Wendell P. Bloyd, un blasfemo che lo stesso De André definisce “un esegeta dell’invidia e per salirne alle origini la va a cercare in Dio, accusandolo pubblicamente di aver mentito al primo uomo, costringendolo a sognare in un giardino incantato, facendogli ignorare che al mondo esistevano il bene e il male. Quando poi l’uomo ha cercato di autodeterminarsi e affrancarsi dalla divinità, Dio decise di punirlo con la cacciata dall’Eden e la morte.

Il parallelismo tra potere spirituale e potere costituito è dato dall’incontro dei due nel verso “non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte” e le parole di Faber ce lo spiegano meglio: «Non mi bastava il fatto traumatico che il blasfemo venisse ammazzato a botte: volevo anche dire che forse è stato il blasfemo a sbagliare, perchè nel tentativo di contestare un determinato sistema, un determinato modo di vivere, forse doveva indirizzare il suo tipo di ribellione verso qualche cosa di più consistente che non contro un’immagine così metafisica. Per il blasfemo il giardino incantato non è stato creato da Dio ma è stato addirittura inventato dall’uomo e comunque “la mela proibita” è ancora sulla terra e noi non l’abbiamo ancora rubata. A questo punto hai capito che cosa voglio dire io per sognare: voglio dire pensare nel modo in cui si è costretti a pensare dopo che il sistema è intervenuto a staccarci decisamente dalla realtà».

Un malato di cuore

Il brano che chiude la prima facciata dell’album parla di Francis Turner, malato di cuore che a causa della sua condizione fisica, nell’opera originale dovuta dai postumi di una scarlattina, anch’egli prova invidia verso gli altri (“e ti vieni la voglia di uscire e provare cosa ti manca per correre al prato / e ti tieni la voglia e rimani a pensare come diavolo fanno a riprendere fiato”).
Ma a differenza degli altri personaggi raccontati finora, il malato di cuore riesce a vincere la sua invidia e lo fa grazie alla forza dell’amore, che gli regala un unico momento di estrema felicità nell’istante in cui sfiora le labbra della donna di cui è innamorato, appena prima di morire d’infarto per la troppa emozione.

Un personaggio in controtendenza con gli altri, e la motivazione ce la spiega sempre De André: «Gli altri personaggi si sono lasciati prendere dall’invidia e in qualche maniera l’hanno risolta, positivamente o negativamente (lo scemo che per invidia studia l’Enciclopedia a memoria e finisce in manicomio, il giudice che per invidia raggiunge abbastanza povere da umiliare chi l’ha umiliato, il blasfemo che è un esegeta dell’invidia e per salirne alle origini la va a cercare in Dio); invece il malato di cuore pur essendo nelle condizioni ideali per essere invidioso compie un gesto di coraggio e scavalca l’invidia grazie all’amore, dimostrando che a trionfare sono i “disponibili”».

Un medico

Il lato B dell’album, dedicato alla scienza, si apre con la storia del dottor Siegfried Iseman, uomo puro di ideali e spinto da una vera passione per la medicina e la professione medica, la cui indole caritatevole viene cinicamente sfruttata dai propri colleghi, che dirottano su di lui i pazienti poveri (“e i colleghi d’accordo, i colleghi contenti nel leggermi in cuore tanta voglia d’amare mi spedirono il meglio dei loro clienti, con la diagnosi in faccia, e per tutti era uguale: ammalato di fame, incapace a pagare”).
Questa anomalia del sistema porta egli stesso sul lastrico, disprezzato perfino dalla moglie e dai figli, fatto che lo porta a diventare un truffatore che vende estratti di quei fiori di ciliegio che tanto amava da bambino spacciandoli per elisir di giovinezza, fino a venir condannato all’ergastolo, “bollato per sempre truffatore imbroglione, dottor professor truffatore imbroglione”.

Un chimico

Trainor, il farmacista è l’ispiratore di questa canzone. Un uomo di scienza che si chiude nella certezza e nel conforto della perfezione delle leggi chimiche per il timore di affrontare l’incerto, le variabili, l’amore.
Trainor osserva l’amore, ne è tentato, e De André glielo fa raccontare con le parole probabilmente più poetiche a riguardo di tutto il disco (“primavera non bussa, lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura. Ha le labbra di carne e i capelli di grano, che paura, che voglia che ti prenda per mano, che paura, che voglia che ti porti lontano”), ma la sua razionalità estremizzata lo riporta solamente sulle sue formule ed unioni chimiche dal risultato certo e conosciuto.
In una sorta di pena del contrappasso, però, il chimico muore “in un esperimento sbagliato, proprio come gli idioti che muoion d’amore”.

Riguardo questa canzone c’è una curiosità da annotare: fu inserita, all’inasaputa del cantautore, in gara al Festivalbar 1972, su decisione unilaterale della casa discografica. Pochi giorni dopo la presentazione del cast fu direttamente De André a ritirare la sua candidatura dichiarando: «Non ho, ovviamente, nessun motivo per dubitare che la notizia sia stata pubblicata in buona fede, ma avrei gradito essere avvertito, dal momento che la mia risposta è assolutamente negativa. Mi hanno trattato come un ortaggio». Il brano rimase comunque disponibile nei juke box come facente parte della kermesse.

Un ottico

Il protagonista di quella che è una delle canzoni con l’arrangiamento più particolare di tutta la discografia di Faber è Dippold, l’ottico.  Attraverso l’azzeccato e onirico intreccio di testo e musica, l’ottico viene dipinto come una sorta di spacciatore (“non più ottico ma spacciatore di lenti, per improvvisare occhi contenti”): come chi vende droga spinge i propri clienti a vedere altre realtà, lui non vuol limitarsi a fornire alla gente occhiali per vedere meglio quello che gli sta intorno, ma vuole costruire occhiali nuovi, speciali, che facciano vedere oltre la realtà, perché le pupille abituate a copiare inventino i mondi sui quali guardare”.

Questa canzone presenta diverse unicità rispetto alle altre: nonostante tutti i brani dell’album (e del libro) siano delle epigrafi di personaggi che si trovano al cimitero di Spoon River, l’ottico è l’unico nel disco che non fa accenno alla propria morte (come nella poesia a lui dedicata). Inoltre la canzone ha una struttura diversa, mutuata dalla poesia originale: non troviamo raccontata solo la storia del protagonista che racconta la sua vita, infatti è l’ottico a parlare in prima persona solo nelle prime due strofe, mentre nelle altre quattro ci sono rispettivamente quattro diversi clienti che raccontano quello che vedono attraverso le lenti speciali. Infine, altra differenza sostanziale, tutti quanti, ottico e clienti, parlano al presente, come a voler significare che sono ancora in vita (mentre tutti gli altri personaggi nel disco parlano di loro stessi al passato). Il culmine di questa sorta di paradosso arriva con la frase finale, al futuro, “faremo gli occhiali così!”

Il suonatore Jones

Insieme alla canzone che apre l’album, La collina, Il suonatore Jones è l’altra canzone di Non al denaro non all’amore né al cielo ad aver mantenuto il titolo originale rispetto al libro di Master (Fiddler Jones, letteralmente Il violinista Jones, venne tradotto da Fernanda Pivano come Il suonatore Jones, titolo mantenuto da De Andrè, sebbene abbia “scambiato” il violino col flauto per ragioni di metrica).

È certamente il personaggio con cui Faber si identifica di più, sia perchè “collega” in quanto musicista sia per il suo approccio verso la vita, ed è per questo che viene raccontato col suo nome così come riportato nel libro di Master, invece della totale spersonalizzazione riservata a tutti gli altri personaggi raccontati nei precedenti brani.
Jones nella sua vita ha scelto sempre la cosa che per lui era più importante di tutte ovvero la libertà. Quella stessa libertà che aveva visto “dormire nei campi coltivati”, ma “protetta da un filo spinato”. Per lui invece la libertà si materializzava ogni volta che suonava “per un fruscio di ragazze a un ballo, per un compagno ubriaco”.
Le ultime frasi, che riprendono quasi letteralmente quelle della poesia originale, identificano in modo inequivocabile gli ideali di De André con la vita vissuta da Jones il suonatore: “Finì con i campi alle ortiche, finì con un flauto spezzato. E un ridere rauco, e ricordi tanti, e nemmeno un rimpianto”.

Ricorda Nicola Piovani: «”Il suonatore Jones” la scrissi una mattina molto presto, di getto: è comprensibile, nacque da un testo così toccante, che parla di un tale che vive dando la sua musica agli altri. Anch’io sognavo di passare la mia vita dando la musica agli altri, così mi rispecchiai in quei versi».

Chiudiamo con le parole di De André su questo brano: «Il suonatore di violino (che è diventato per ragioni metriche di flauto) è uno che i problemi esistenziali se li risolve, e se li risolve perchè, ancora, è un “disponibile”. È disponibile perchè il suo clima non è quello del tentativo di arricchirsi ma del tentativo di fare quello che gli piace: è uno che sceglie sempre il gioco, e per questo muore senza rimpianti. Non ti pare che sia perchè ha fatto una scelta? La scelta di non seppellire la libertà?
Non c’è dubbio che per me questa è stata la poesia più difficile. Calarsi nella realtà degli altri personaggi pieni di difetti e di complessi è stato relativamente facile, ma calarsi in questo personaggio così sereno da suonare per puro divertimento, senza farsi pagare, per me che sono un professionista della musica è stato tutt’altro che facile. Per Jones la musica non è un mestiere, è un’alternativa: ridurla a un mestiere sarebbe come seppellire la libertà
».

Tracklist

LATO A
1. La collina
2. Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio)
3. Un giudice
4. Un blasfemo (dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato)
5. Un malato di cuore

LATO B
6. Un medico
7. Un chimico
8. Un ottico
9. Il suonatore Jones

Testi di Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio
Musiche di Fabrizio De André e Nicola Piovani
Arrangiamenti e direzione d’orchestra di Nicola Piovani
Prodotto da Roberto Dané e Sergio Bardotti

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