In un libro la storia del jazz secondo Gaetano Liguori

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Gaetano Liguori

Uno egli artisti ormai storici del panorama Jazz italiano si è rivelato anche un bravo scrittore di libri, infatti nel corso degli anni ha collezionato una serie di volumi. Gaetano Liguori ha pubblicato di recente «La mia storia del Jazz» (Jaca Book, 214 pagg – 25€) che vuole essere una visione del Jazz attraverso l’esperienza diretta. Dopo il primo album «Cile libero Cile rosso» (PDU, 1974), l’artista nato a Napoli e cresciuto a Milano, ha inanellato una buona serie di album molto apprezzati dal pubblico giovanile. Siamo nei Settanta quando il nome di Liguori appare in molte occasioni live organizzate dal cosiddetto «movimento» per autofinanziarsi. Frequentatore dei circuiti della sinistra giovanile, dei concerti all’Unità, nelle Università e nelle fabbriche occupate, Liguori con il suo pianoforte ha proposto un Jazz apprezzato anche da coloro che seguivano prevalentemente il Pop. Non a caso si è trovato spesso a condividere lo stesso palco degli Stormy Six e Area. Lo abbiamo raggiunto per alcune domande sul libro e per un aggiornamento del suo percorso.

Gaetano era necessaria un’altra Storia Jazz?

No, quella di Arrigo Polillo va ancora bene ed è una delle migliori in circolazione, ma nel mio caso non ho voluto propriamente scrivere una storia del jazz, quanto una mia visione e appartenenza a questo filone musicale. Sono ormai 50 anni che gravito attorno al mondo del Jazz in maniera personale, ma dovrei anche tenere conto di quando ero ragazzo, quando insieme al ragù della nonna cominciavo ad ascoltare quello che mio padre, anche indirettamente, mi trasmetteva. È stato un batterista conosciuto e ha suonato con tanti artisti, sia nei dischi che dal vivo, e poi avevo uno zio che suonava la batteria per Carosone, si chiamava Gegé Di Giacomo. 

Siamo già tornati al periodo storico, quello dei Sessanta e dei Settanta. Cosa c’era in giro? 

Ricordo che prendevo l’autobus da piazzale Corvetto e scendevo in via Larga al Teatro Lirico dove ho avuto la fortuna di ascoltare artisti che solo nominare fanno venire i brividi, da Duke Ellington a Ella Fitzgerald e Count Basie, miti assoluti del Jazz. Siamo a Milano, ma prima del Lirico il Jazz lo si ascoltava al Teatro dell’Arte dove adesso c’è la Triennale. Mio padre c’era al famoso concerto di John Coltrane nel dicembre 1962, dove in formazione militava Miles Davis. Ebbene quella volta vennero fischiati e anche il pubblico non era poi così numeroso. Era un pubblico perlopiù borghese, i giovani non avevano ancora scoperto la forza del Jazz, così se qualche artista usciva dai canoni tradizionali veniva fischiato.

 Un certo Jazz, quello definito «free», non era certo facile da digerire. Cosa resta di quell’ondata dissacrante?

Resta molto, perché il «free» era fuori dagli schemi: mentre prima c’era una base armonica, una base ritmica e una melodica, a un certo punto questi elementi si sono mischiati in modo non sequenziale producendo qualcosa anche di caotico. Certamente ha aperto nuove strade espressive. Nel «free» di Ornette Coleman dei Sessanta c’era anche Don Cherry e con altri grandi come altri grandi come Cecil Taylor ha aperto un filone che poi si è sviluppato. Se vogliamo le ultime composizioni di Coltrane hanno una buona dose di «free» e poi John Zorn ha ereditato la vena del «free», lui che ha trovato agganci con alcuni rapper. Infatti gli incazzati che nei Settanta amavo il «free» oggi gli incazzati amano i rapper.

Lasciamo al lettore il piacere della lettura del libro e parliamo di quello che fa adesso Liguori.

Ho insegnato pianoforte al conservatorio fino al 2016 e dopo aver raggiunto la pensione sono tornato a scuola e dopo una settantina di esami sto per consegnare la tesi in Teologia dal titolo «Silenzio, grembo del mistero». Ho voluto approfondire quello che andavo cercando da anni recandomi per soggiorni in alcuni monasteri, ma non cambio mestiere, mi sentirete ancora suonare e incidere dischi. 

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Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018), Che musica a Milano (Zona editore, 2014) e Cose dell'altro suono (Arcana, 2020).

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