Nel corso di una terribile notte di gastrite, ti sistemasti per recuperare la visione di un’antica pellicola di fantascienza il cui tema ti girava nelle cavità del pensiero così come gli acidi potenti del tuo stesso malsentire ti rimestavano le viscere.

Si trattava di un vero classico del genere, di quelli in cui il “genere” deborda dai confini non detti ma normalmente accettati, e sfocia in cinema-di-ogni-genere, come forse dovrebbe essere ogni opera di pensiero.

Una certa cittadina di una certa America felice e soleggiata, si sveglia un mattino con strani casi di psicosi, che fa sì che alcuni dei cittadini del villaggio, bambini o adulti indistintamente, non riconoscano più alcuni tra i propri cari, conoscenti o amici.

Bambini che non riconoscno più la madre nella donna che cerca di accudirli, nipoti adulte e sagge che improvvisamente notano che lo zio non è più lo zio.

Si tratterebbe di mutamenti impercettibili ma inequivocabili. Che cosa essi sarebbero diventati non appare chiaro, ma l’unica certezza è che sarebbero divenuti altra cosa.

Un medico cordiale e noto, bello di scienza e di bontà, sopraggiunge a verificare lo stato di salute di coloro che già sono sue conoscenze, e pur capendoci poco, si interessa all’evento sinceramente e con piglio squisitamente scientifico decide di NON archiviarlo in fretta.

La sua indagine si scontra presto contro delle anomalie speciali.

La copia di un suo amico, scambiato a tutta prima per un cadavere sconosciuto, sarebbe comparsa nel giardino della coppia, i due più stampati prototipi di “lui e lei felici”, che cade in uno stato di agitazione speciale. Il medico ha la netta sensazione che ciò non sia normale, e benché intorno a sé non raccolga alcuna approvazione tra medici e inquirenti, inizia una proria personale campagna di lotta contro una misteriosa epidemia di cloni pervenuti da chissà dove.

Finché scopre l’orrore.

E l’orrore ha il viso pulito e rasserenato, mondato da ogni sentimento, di un numero sempre più elevato di abitanti della soleggiata, tiepida e normalissima cittadina.

La scoperta dell’insorgenza in giardino (tutte le villette medioborghesi americane, almeno quelle del cinema degli anni cinquanta ma anche ben oltre, è dotata di una graziosa porzione di giardino/orto, qualcosa che oggi è il desiderata di chiunque voglia affrontare un mondo nuovo evitando la dipendenza dal supermercato) di una curiosa varietà sconosciuta di ortaggio che prende lentamente la schiumosa forma di un grandissimo baccello, all’interno del quale si mette in formazione la copia fisica dei proprietari di casa, compresa a breve la personale copia del medico stesso, dà il via per l’infelice difensore del bene a una lotta senza quartiere verso la finissima, invisibile, invasione aliena.

Dallo spazio devono essere sopraggiunte, volate, calate, piovute delle microparticelle che, in quanto invisibili e inodori, hanno potuto depositarsi sino a fecondare la cittadina di qualcosa in grado di far sbocciare cloni delle persone. Gli individui sbocciati all’interno dei baccelli vegetali, copie identiche in tutto e per tutto dei corpi designati, durante il sonno rubano la coscienza dell’umano, trasformando l’individuo stesso in un essere abulico e remissivo, docile e governabile, affidabile così a qualunque condizionamento.

Piattamente felice di non avere più alcuna visione attiva del mondo.

Il film è il celeberrimo “L’invasione degli Ultracorpi” di Don Siegel del 1956, tratto dal romanzo di Jack Finney dell’anno precedente, e l’opera va a unirsi felicemente alla folla eccellente di riflessioni su un tempo iniziato con la rivoluzione industriale e la conseguente massificazione di ampie porzioni di umanità, trasformate lentissimamente ma con flusso inesorabile in strumenti ebeti di produzione, e mantenuti in uno stato perenne di apatia.

Non possiamo negare che sia questo il tema potente della storia a partire almeno dai prodromi biopolitici dei primi anni venti del secolo scorso.

Né possiamo negare sia il nostro vero cancro, da che ci siamo affidati a una visione sempre più protettiva e fessamente garantista dei basali bisogni dell’uomo, barattati questi ultimi con una crescente cessione di volontà, coscienza critica e persino diritti fondamentali.

Quelli che distinguono un uomo da un vegetale.

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gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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