“Strappare lungo i bordi” di Zerocalcare: al netto delle polemiche rimane l’emozione

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zerocalcare strappare lungo i bordi

Da una decina di giorni Strappare lungo i bordi, la prima serie animata di Zerocalcare, è disponibile su Netflix, arrivando al numero 1 dei contenuti più visti in Italia. Un boom forse anche inatteso per Michele Rech, che oltre al successo ha portato con sé anche delle inevitabili polemiche.
Partiamo proprio da queste ultime, per disinnescarle, prima di dedicarci all’analisi vera e propria della serie.

Il romanesco

Per chi accusa Strappare lungo i bordi di essere poco comprensibile a causa dell’uso del romano da parte di Zerocalcare, mi viene in mente un ricordo di quando, appena adolescente, sentivo le chiacchiere e le lamentele di qualche parlamentare leghista (quando ancora si chiamava Lega Nord e odiava i terroni, prima di dire di amare anche loro e spostare l’indicatore dell’odio un po’ più a sud della Sicilia) che voleva sottotitolare Viaggi di nozze di Carlo Verdone perchè l’episodio di Jessica e Ivano si capiva poco. Diciamo che il livello di credibilità di chi accusa Strappare lungo i bordi di essere poco comprensibile è questo.

Cito Verdone non a caso, perchè quello di Zerocalcare non è l’antico dialetto romanesco, la lingua di Trilussa, che ormai non è parlata più neanche dai romani più anziani, ma è una semplice cadenza, comprensibilissima senza l’aiuto dei sottotitoli, come ce l’ha appunto Verdone in alcuni suoi personaggi, come la parlata di Alberto Sordi, Gigi Proietti, Christian De Sica. O, se vogliamo rimanere nell’ambito delle serie tv, il linguaggio di Zero è esattamente quello di Biascica di Boris. Eppure nessuno si è stracciato le vesti per il personaggio interpretato da Paolo Calabresi.

Biella, la città dove “si muore dentro”

Per non parlare poi dell’altra sterile polemica sulla città di Biella, dopo le parole di Michele Rech a La Stampa: «Ho scelto Biella perché una volta al bar mi hanno detto che è un posto dove si muore dentro».
E quindi tutti contro al fumettista, anche se guardando la serie non c’è nulla che lasci trasparire un orientamento del genere, anzi tutt’altro: Biella è la città dove Alice torna a rifugiarsi quando non può più permettersi di vivere a Roma, dove ha i suoi affetti e dove, attraverso la boxe, trova uno slancio vitale, seppur non sufficiente. La città non viene dipinta come un luogo “dove si muore dentro” ma, al contrario, è l’ultimo rifugio sereno di Alice.

Ma allora perche tanto astio?

Fondamentalmente, nell’epoca digitale, qualsiasi cosa che diventi di tendenza e di cui parlano tutti porta con sé un corollario di articolucci di dubbio gusto e di scarso contenuto dove si crea una polemica a solo uso e consumo del clickbait, ovvero per far cliccare l’utente sulla news e far guadagnare di conseguenza il sito con la pubblicità. Poco importa se poi dentro c’è scritto il nulla. Basti pensare alle tonnellate di notizie su Squid Game (dalla ridicola petizione per fermare la serie fino a vere e proprie fake news) o, sempre per rimanere nell’ambito delle Serie TV, alla quantità di articoli su La casa di carta con dentro scritto tutto e il contrario di tutto, solo per fornire un link da cliccare ai propri lettori.

Il mio personalissimo pensiero è che probabilmente chi scrive queste news non lo fa nemmeno per criticare davvero Strappare lungo i bordi o il suo autore (e, spesso, non ha nemmeno visto la serie, data la superficialità degli articoli), ma scrive semplicemente per un tornaconto personale in termini di visibilità, ed economico per il sito per cui scrive.

Alle stesse conclusioni, tra l’altro, è arrivato anche il fumettista in un’intervista al Messaggero di qualche giorno fa: «La serie la si può criticare per mille motivi: può essere brutta, può essere che la mia recitazione sia inadeguata. Ma la questione del romanesco è ridicola, non vale nemmeno la pena di discuterla. Chiunque sia capace di andare a fare la spesa da solo è in grado di capire Strappare lungo i bordi. Le altre persone o sono in malafede, o hanno un bisogno di un pretesto per andare sui giornali».

Al netto delle polemiche, rimane l’emozione

Ma lasciando da parte queste pseudo-polemiche basate fondamentalmente sul nulla, rimangono i sei episodi di Strappare lungo i bordi: brevi (saltando intro e titoli di coda si finisce la visione in circa un’ora e mezza), ma che al loro interno contengono tutto: risate, lacrime, amicizia, paranoie, dubbi esistenzali, insicurezze.

La trama non è lineare, ma d’altronde proprio come noi cerchiamo di vivere la vita strappando lungo i bordi tratteggiati e non riuscendoci mai perfettamente, non è necessario seguire un senso logico neanche nel racconto degli episodi collaterali alla trama principale, quella sì raccontata in senso cronologico.

Se si ha fra i 30 e i 40 anni è letteralmente impossibile non identificarsi in Zero, con le sue frustrazioni e le sue paranoie altalenanti tra pensieri autodistruttivi, inframezzate da battute per stemperare il tono, facendoci abbassare le difese emotive, prima di riportarci di nuovo nell’abisso di noi stessi.

E così, tra una risata e l’altra, dalla distinzione sui “cessi dei maschi” a confronto coi “cessi delle femmine” fino all’autodeterminazione maschile (poi catastrofica) nel cambiare una ruota alla macchina, diventiamo tutti Zero, accomunati a lui dalle situazione che noi stessi viviamo tutti i giorni. E allora lui ci prende e ci porta con sé, arrivando a farci riflettere sul senso della vita e sul posto che occupiamo al suo interno, in relazione a noi stessi ma soprattutto agli altri.

E proprio su questo tema arriva la vera botta emotiva, nella seconda metà dell’ultimo episodio: a parte l’armadillo, la voce della coscienza, interpretato da Valerio Mastandrea, Zero doppia tutti i personaggi che appaiono nella serie. Poi, quando grazie all’intervento di Sarah a seguito di uno dei suoi soliti trip mentali ego-riferiti, ha un’epifania sul fatto che Alice non si è suicidata per colpa sua, avviene come una catarsi, e la sua cappa di egocentrismo si sgretola. Quella stessa cappa che, talmente preso dalla sua persona e dal ruolo che si attribuiva nella vita degli altri, non gli faceva nemmeno ricordare il suono della loro voce, facendoli semplicemente diventare una proiezione del suo stesso ego.
Ma ecco che, quando realizza di non essere al centro della vita di chi gli sta intorno, gli altri personaggi riprendono la loro interezza, la loro autonomia rispetto al potere che lui credeva di avere su di loro e tornano quindi ad avere anche la loro voce reale.

È il colpo di genio finale, quello che dopo oltre un’ora di risate agrodolci, in cui ci siamo identificati col personaggio di Zero, spalanca le porte all’emozione, commuove e ci mette a nudo, con la nostra coda di paglia: soli davanti alle nostre paranoie, insicurezze, con la nostra fragilità e le nostre frustrazioni per il senso di inadeguatezza che ci attanaglia, pressati da una società che corre a ritmi che non sono i nostri.

Zerocalcare riesce a sbatterci in faccia quel lato di noi stessi che non mostriamo mai agli altri, perchè ci vergogniamo, come se non esistessero lati negativi nelle nostre vite. Quindi, rivedendoci e immedesimandoci in Zero, riusciamo a sentirci meno soli e arriviamo ad emozionarci, perchè quelli rappresentati siamo proprio noi.
Ci accorgiamo quindi che c’è almeno qualcun altro che è esattamente così come noi, che ha gli stessi problemi, le stesse insicurezze, e cerca di far andare avanti la vita provando a strappare lungo i bordi per evitare gli imprevisti, per poi accorgersi che il proprio foglio è stropicciato e strappato male, ma che in realtà è malconcio proprio come quello di chiunque altro, e che quindi siamo più simili ai nostri simili di quanto pensiamo.
Probabilmente lo sapevamo già, ma troppo spesso ce ne dimentichiamo e avevamo bisogno di qualcuno che ce lo ricordasse.

Se volessimo condensare tutto in una semi-citazione di Strappare lungo i bordi potremmo dire: “Se vabbè, ma io volevo vede’ una serie, mica fa’ psicoanalisi”.
È vero, ma ne avevamo bisogno.

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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

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