Bird Lives al Blue Note

Cochi Ponzoni & Emilio Soana 5et raccontano Charlie Parker

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Bird Lives. Ovvero Charlie Parker – il leggendario sassofonista americano, soprannominato Bird per le grandi scorpacciate di pollo che si faceva da ragazzo – è vivo, come alcuni fan scrissero sui muri del Village newyorkese l’indomani della sua prematura scomparsa il 12 marzo 1955, a 34 anni, sei mesi e 14 giorni. 

Una bella testimonianza della grande e immortale vitalità della sua arte è lo spettacolo Bird Lives: Cochi Ponzoni & Emilio Soana 5et, presentato ieri sera sul palco del Blue Note, la casa milanese del jazz. Un’ora e mezza di corroborante musica live inframmezzata dal racconto che l’attore, in scena come ideale sesto elemento della formazione composta da Emilio Soana (tromba), Gabriele Comeglio (sax alto), Claudio Angeleri (pianoforte), Marco Esposito (basso elettrico) e Federico Monti (batteria), fa in prima persona della parabola di Parker. A partire dall’adolescenza, passata a studiare alacremente lo strumento con il quale farà tanta strada e ad ascoltare di soppiatto sotto le finestre aperte dei jazz club di Kansas City (“ero ancora piccolo, non mi facevano entrare…”) le esibizioni dei grandi solisti del suo tempo, da Count Basie a Lester Young. Un apprendistato che si trasformerà ben presto in emulazione, alla ricerca di un suono unico e di una tecnica inarrivabile, intessuta di variazioni funamboliche che sembrano perderlo lontanissimo ma che sistematicamente lo riportano nel tema, come quei gatti che cadono dall’ultimo piano e atterrano, miracolosamente illesi, sulle quattro zampe. 

Ed ecco scorrere davanti ai nostri occhi, tra un brano e l’altro di un trascinante bebop anni ’40, le immagini evocate dalla musica, in sinergia con le parole, di una carriera e di una vita fuori dal comune, fatta, quest’ultima di vertiginosi alti e bassi. Cresciuto in una famiglia ‘monogenitoriale’, come si direbbe oggi, con una madre protettiva che sgobba anche per sopperire all’assenza di un padre ballerino di vaudeville che si è dato fin dal momento del parto (il figlio lo rivedrà solo da morto, il giorno del funerale), Charlie trascorre dalla somma euforia per l’ovazione che il pubblico dell’epoca inizia a tributargli, agli eccessi autodistruttivi favoriti dall’uso di droghe e alcol. 

Memorabile la scena in cui, ancora imberbe, si fa intortare da Jo Jones, mitico e iracondo batterista dell’orchestra di Basie che lo lusinga invitandolo a seguirlo in I’ve Got Rhytm di George Gershwin, ma poi accelera il tempo dell’esecuzione a una velocità folle che lo manda in tilt. Un piatto della batteria lanciato da Jones in mezzo alla sala pone fragorosamente fine all’impari match e impartisce al giovane sassofonista una inestimabile lezione: “mai sfidare quelli più bravi di te”. La narrazione ci porta ben presto a New York, sulla “swinging street”, e a Los Angeles, a inanellare successi da leader e favolose jam sessions insieme al compagno d’arte Dizzie Gillespie e, dopo la rottura fra i due, in compagnia di un promettente Miles Davis… Guadagnandosi, oltre al cachet, l’ammirazione e il rispetto universale per il jazz, non più solo musica da intrattenimento, e per “noi musicisti neri, parte di una minoranza da sempre bistrattata”. 

Ponzoni alias Parker, uomo di spettacolo che si intende di musica, è una presenza partecipe, che esprime il piacere di stare sul palco, in mezzo agli interpreti, dandogli ogni tanto il la e applaudendoli come il primo degli spettatori. Il format, basato su un montaggio di frammenti d’interviste d’epoca a cura di Comeglio, funzionerebbe bene anche alla radio, ma ci auguriamo venga replicato in molte altre date e piazze italiane, per tornare a battere il tempo e le mani sulle note sghembe di My Little Suede Shoese e degli altri brani scelti con cura in un classicissimo repertorio.

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