È uscito l’Era della Rabbia, il primo album dei DELLARABBIA

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Più che una band, in altri tempi sarebbero stati definiti un collettivo musicale, si tratta dei DELLARABBIA, il gruppo indie costituito da Marco De Vincentis, Americo Roma, Adamo FratarcangeliFederico Garofali, Piergiorgio Tiberia e Paolo Notarsanti.

Il 19 novembre è uscito il loro album d’esordio, prodotto da Numero Tre Records e Sony Music. Nel titolo si ricalca il mood del nome d’arte scelto dal gruppo: L’era della rabbia. Lo raccontano come una versione musicale dello spaccato dell’epoca storica che stiamo vivendo: dove urla, rabbia e discorsi deliranti di pancia per affrontare i temi sociali più delicati, sono diventati il modus operandi comune.

Tra riferimenti pop – come quello a Forrest Gump o al proverbiale aneddoto social sul Molise che non esiste -, citazioni celebri (uno dei brani del disco si intitola Sottomarino giallo e ricorda John, Paul, Ringo e George nel testo) e tracce malinconiche o romantiche, l’album attraversa diversi generi tra cantautorato, indie-pop e folk e raccoglie 14 brani.

Quattro si essi sono già usciti come singoli: oltre a L’enigmista e La panchina, già pubblicati nel 2020, all’inizio del 2021 sono usciti Il Molise non esiste e Come Medusa. Di questi ultimi due pezzi e, in generale, della loro prima esperienza discografica ci hanno parlato in questa intervista.

Da dove arriva la scelta di Dellarabbia come nome del vostro gruppo?

Già ascoltando i brani che pubblichiamo si capisce che il nostro è un progetto da cantastorie, che cerca di raccontare la contemporaneità. E, nel momento stesso in cui dovevamo scegliere un nome che ci rappresentasse e descrivesse questa idea di fare musica  la rabbia era ciò che vedevamo di più intorno a noi. Perché cercavamo qualcosa che ci connotasse anche all’epoca e al momento storico. Poi la fonetica Dellarabbia in realtà si ispira anche a una vecchia storia di Tiziano Sclavi “della morte e dell’amore” da cui fu tratto anche un film. È anche una citazione perché ci piace anche, a volte, citare questo immaginario grottesco.

Anche l’album Si intitola L’era della rabbia: pensate che sia questo il sentimento portante della nostra epoca?

Beh, si. quando questo periodo sarà nei libri di storia, quello che verrà ricordato saranno i personaggi come Donald Trump o Matteo Salvini o tanti altri ancora. Quelli che raccontano una rabbia sociale repressa, frustrante, frustrata, infantile e semplicistica. È così, volevamo fotografarlo in qualche modo.

In cosa questo vostro primo lavoro discografico vi rende orgogliosi?

Ci piace che il disco racconti a modo nostro i tempi che viviamo, le sensazioni che ne conseguono fatte di distanze e assenze. In copertina, realizzata da Leonardo Roma, (il visual artist che ha seguito tutto il progetto) c’è una coppia che si tiene per mano guardando le macerie di una città.  Non è prettamente un concept album, ma di sicuro è un disco che parla di noi, della nostra precarietà emotiva e sociale, passata, presente e probabilmente, futura. E siamo felici che finalmente sia di tutti.

Nell’era della rabbia si raccontano anche tante fake news. E questo è il leitmotiv del primo singolo del 2021 estratto dal disco, Il Molise non esiste. Come mai la scelta di affrontare in un brano un tema come questo?

In generale ci troviamo bombardati e tempestati da informazioni distorte molto spesso strumentalmente proprio per accendere continuamente micce sociali. Spesso persone che non si sono mai viste e provengono da storie che non conoscono reciprocamente e spunti diversi del pianeta, si odiano senza motivi concreti. Spesso per notizie ce non sono nemmeno vero. Questo aspetto che ha  trasformato in realtà le leggende metropolitane – come i vecchi coccodrilli che venivano fuori dalla doccia – per qualcuno sono diventati realtà. Per noi provare a raccontare questa cosa, era vitale. Da questo è nata il molise non esiste che racconta un’italia che non esiste, la società occidentale che non esiste e una generazione ch enon esiste. Anzi due generazioni che non esistono. Il molise che non esiste, ede è un titolo provocatorio è il simbolo dell’Italia intera che “non esiste”.

Il videoclip di questo pezzo utilizza una tecnica innovativa che voi in Italia avete inaugurato per primi…

Il videocilp è realizzato in cinematica 3D, una tecnica che in prevalenza viene utilizzata per i videogame e la realtà virtuale, di cui oggi tanto si discute. Essendo questa, come dicevamo, una canzone che parla di realtà vera e di realtà simulata, scegliere quest’utlima per il video ci sembrava una chiusura del cerchio molto precisa. Oltretutto i videogame che noi conosciamo bene perché facciamo parte di quella generazione cresciuta con internet e che quindi non vogliamo demonizzare in alcun modo, un po’ simulano una vita diversa da quella vera. A tutti gli effetti fanno perdere il senso della realtà perché mentre giochi entri in un mondo che non esiste. Un po’ quello che raccontiamo nel brano.

Come è nato invece  Come Medusa, altro singolo estratto? 

Come nascono spesso le canzoni, almeno le nostre, da un arpeggio di chitarra molto semplice e da un riff fischiettato. Il testo nasce da una riflessione sui rapporti di coppia difficili, sul senso di incompletezza e sulle incomprensioni.

Il tema di questo pezzo è l’amore verso una persona che ha sempre la tristezza negli occhi, da cosa viene la scelta di trattare una questione così delicata?

I sentimenti sono la diretta conseguenza di un punto di vista che è molto, anzi, completamente personale. Ognuno sente il dolore, l’amore o la tristezza in modo unico. È difficile comprendere fino in fondo gli altri, quello che provano,  e come si sentono davvero. Questo è ancora più complesso quando avviene tra due persone che stanno insieme. Noi in fondo proviamo a raccontare storie, questo tipo di situazione ci sembrava qualcosa di interessante da affrontare.

Quanto questo pezzo, e in generale l’album, è figlio del lockdown e del periodo successivo a quell’esperienza che stiamo tuttora vivendo?

Gli effetti psicologici e psichiatrici del lockdown e di tutto quello che ne è conseguito saranno materia di studio accademico per decenni. In effetti, eventi come quelli di questi tempi sommati al nostro essere unici, come società globale, ci ha trasformato in cavie perfette per antropologi, sociologi, in pagine strane dei libri di storia futuri e in un grande enigma per gli archeologi tra qualche secolo. Come può la musica, come più in generale l’espressione umana, non essere figlia del proprio tempo?

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