Sgrò racconta “Macedonia”, il suo album d’esordio: «Siamo alla frutta. Ma voglio essere ottimista»

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Foto di Emma Zazio

Si intitola Macedonia l’album d’esordio del cantautore Francesco Sgrò: è il biglietto di presentazione di un artista che  guarda alla quotidianità analizzandola con sensibile distacco, affidandosi alle personali influenze: da Battiato a Glass Animals e Frank Ocean.

Sgrò, l’intervista

Partiamo dal titolo. Cosa rappresenta? Come sei arrivato a scegliere proprio questo? Avevi altre opzioni?

No, non ci sono state altre opzioni credibili. Macedonia mi è sembrato il titolo giusto. La frutta è inevitabilmente un pretesto, mi piaceva questo essere della frutta così diversa sia come colori che come consistenza che come sapore. Mi sembrava riuscisse bene a descrivere i vari stati d’animo che attraversano queste canzoni. E poi la macedonia è qualcosa che uno prepara o per sé o per qualcun altro e questa idea del preparare e dell’offrire, del consegnare mi piaceva emergesse, visto che per troppi anni ho tenuto nascosto a tutti, perfino ai miei amici e alle mie amiche, che scrivevo canzoni.

Qual è stato il brano che ha dato inizio a tutto e quale, invece, ha messo un punto?

Essendo il mio primo disco non c’è un brano che sento sia venuto prima di un altro. Avevo queste canzoni da tempo e nel 2017 le ho portate al mio produttore artistico e con lui ho iniziato a lavorarci. Le avevo in tasca, tutte insieme, tutte così.

Inoltre, la tracklist che logica segue? Perché questa disposizione dei brani?

Ha una logica, sì, ma è la logica dell’istinto, e quindi è una logica che non si lascia definire e che non saprei spiegarti.

Parliamo di musica. A livello sonoro, come definiresti questo album? Quali sono, secondo te, gli aspetti interessanti e quelli che ti rendono “riconoscibile”?

Lo definirei un album che ha a cuore anche la musica. Ecco perché quando mi presentano come cantautore lo sento come limitante. È un album fatto con la voglia di far emergere anche la musica, basta mettersi in ascolto della sezione ritmica. L’aspetto interessante è proprio questo secondo me. Attenzione e rispetto in ugual modo alla parola e alle parti di tutti i musicisti. Per quanto riguarda l’aspetto riconoscibile, credo che sia la voce, o meglio, quello che la voce trasmette. Cioè, mi spiego, penso di essere il solo, e lo dico anche con un po’ di dispiacere, ad aver fatto un disco con l’ansia di far uscire la voce, di cantare, di esprimermi. C’è una sorta di apatia mista a timidezza mista a vergogna che adesso, a distanza di anni da quando è stata registrata la voce, mi mostra chiaramente quanto avessi caricato simbolicamente queste canzoni. Fare un disco non è mai semplicemente suonare e registrare delle canzoni, ma significa fare i conti con tutti i nomi che ci diamo e che ci danno, con il modo in cui ci vediamo e ci vedono gli altri. Insomma, vuol dire affrontare i propri nuclei di sofferenza. Perlomeno per me con Macedonia è stato così.

Molti dei brani che lo compongono sono stati già presentati al tuo pubblico. Con che criterio hai scelto le uscite?

Il criterio è sempre stato quello di condurre l’ascoltatore piano piano all’interno del mio sguardo sul mondo. Senza strattoni, senza prese in giro.

Nel brano “Mi manca la frutta”, canti: “Scusa se a volte ti guardo e non parlo”. Quali sono i pro e i contro dei silenzi all’interno di una relazione?

Il più grande contro è che rischia di saltare per aria qualsiasi principio di cooperazione. Io credo poco a chi pensa che due persone si capiscano attraverso il silenzio. Però sono di parte, perché ho vissuto, da adolescente, e ancora ne sento gli strascichi, un silenzio che non era una volontà consapevole a non parlare, ma una volontà a frenarsi, a castrarsi. Cosa c’è di meglio che spiegarsi? Cosa c’è di meglio che confrontarsi? Dopo che parlo vivo un silenzio bellissimo. Dopo che mi parlano vivo un silenzio bellissimo.   Sempre e solo dopo la parola. La parola però è faticosa, lo capisco e lo vivo anche io. Ma si deve parlare, anche solo per rassicurare l’altro e noi stessi che siamo vivi, che respiriamo, che ci siamo. Non vedo alternative, all’interno di una relazione, alla parola.

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Restando nel tema del silenzio e trasportandolo al mondo della musica. Di cosa si parla ancora poco di questo ambiente? Come sta la musica, secondo te?

Si parla poco che nella musica non esistono spinte. Che tutti quelli e quelle che stanno in cima sono persone che hanno faticato tantissimo. Questo non vuol dire che basta faticare per stare lassù. No, per niente. Vuol dire che bisognerebbe avere più rispetto. Invece sento sempre una valanga di odio e frustrazione che non capisco, e che riduce i musicisti bersagli di turno a persone in 2D, dimenticandosi, più o meno consapevolmente, che sono persone in 3D come tutti.

 Tornando ai tuoi brani. In “La ginnastica migliore” canti: “E vorrei divorziare dalla malinconia che è tutta mia”. Che rapporto hai con la malinconia?

Per me la malinconia è un modo per non stare solo. Credere che tutto possa riesistere, ritornare. Non è così però. Un tempo ero molto più malinconico di adesso, perché ero molto spaventato dal presente, da quello che accade e che sarebbe potuto accadere.

Facciamo un passo indietro e parliamo del prima di Macedonia. Cosa c’era?

C’era un segreto che ho chiamato canzoni. Molti anni passati a scrivere canzoni senza farle mai ascoltare a nessuno. C’è stata una grandissima forma di castrazione che ha condizionato tutta la mia vita. Ero passivo e non pensavo di esserlo. Mi sono fatto scegliere dalle mie paure.

Ci consigli tre dischi da ascoltare e perché?

Te ne consiglio tre molto diversi. Anima latina di Lucio Battisti, Scacco Matto di Lorenzo Senni e Prisoner 709 di Caparezza. In ognuno ci trovo tantissima urgenza e tantissimo rispetto per la musica. La grandissima professionalità di questi tre artisti mi stimola tantissimo.

Cosa ti auguri?

Che nel 2022 io riesca a offrire questa macedonia a molte persone. Ho proprio bisogno di capire che sapore in bocca resterà a chi avrà voglia di gustarsela.

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Classe 93, anno in cui David Bowie pubblica Black Tie White Nois. Campana di nascita, adottata dalla toscana Cortona (sì, la stessa di Jovanotti), da qualche anno vivo a Milano, di cui mi sono innamorata il 29 giugno del 2013. Perché ricordo la data? Perché a San Siro c’erano i Bon Jovi a infiammare il palco, ed io ero lì a sognare di intervistare la band. Ed eccomi qui: giornalista e studente di musicologia, il mio mantra è Long Live Rock, ma guai a chi disprezza i cantautori….e Beethoven (non il cane).

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