Se a tutti gli altri non avesse portato sfiga lo scriverei anche io. Quello che scrisse Jon Landau la notte del 9 maggio 1974, dopo aver compiuto 27 anni e aver assistito a un concerto di Bonnie Raitt. Parlava dell’artista di spalla della blueswoman dai capelli rossi, tale Bruce Springsteen, giovanottone allora di sole belle speranze. Jon vide lungo, e del Boss divenne anche produttore e amico, ma gli altri che poi usarono l’ormai “classica” definizione affondarono nella mediocrità, almeno dal punto di vista delle vendite. Massimo Priviero, ad esempio, docet.
Dunque questa intro è come se non fosse stata scritta, però spero vi lasci una suggestione forte. Una curiosità almeno nei confronti di un rocker di razza, dalla forza visionaria e dal respiro potente, capace di volare tra gli schematismi dei generi e dei sottogeneri cogliendone il meglio, intenso come un uppercut al cuore. Parlo di Simone Cicconi, di cui è uscito da qualche mese il terzo album Cosa potrebbe mai andare storto?, un piccolo-grande chef d’oeuvre, cesellato come un diamante da mettere al collo e grezzo come lo sbuffo di petrolio di Spindletop (il 10 gennaio 1901 in Texas venne scoperto per la prima volta l’oro nero: prima che riuscissero a tapparla, la colonna di liquido alta 45 metri eruttò più di 4000 barili l’ora per nove giorni). Un rock venato di elettronica con riferimenti a certo Franco Battiato, ai Disciplinatha, ai Subsonica, ma soprattutto un rock che graffia, che non lascia remore, che “può sovvertire l’equilibrio interiore”, come scrive Andrea Scarfi. Assolutamente da ascoltare, anche per i testi mai banali, incisivi e personali. Dopo cercherete anche i due precedenti lavori, che sono altrettanto diretti, suggestivi, ispirati.
Raccontaci le difficoltà che trova un emergente oggi nel panorama musicale, prima e dopo l’avvento della pandemia.
«Per fortuna mi trovo in una posizione privilegiata rispetto a un emergente puro: lavoro nell’ambito delle colonne sonore e del sound design da 20 anni ormai e ho la possibilità di registrare nel mio studio a tempo indeterminato. Ho parecchi strumenti e diversi amici che corrono in mio aiuto quando sono palesemente inadatto (vedi le parti di chitarra o di sax). Se non avessi questa struttura e dovessi vivere di sola musica dal vivo o di questo progetto artistico non me lo potrei permettere e dovrei cambiare lavoro: credo che in molti stiano vivendo questo disagio, soprattutto in tempi così difficili.
Però se si imparano più cose possibili e si diversificano le competenze rispetto al semplice “suonare uno strumento” direi che anche gli emergenti possono limitare la quantità di fortuna che devono avere per essere notati. Magari il mio progetto artistico rimarrà per sempre una nicchia, però sono comunque uno che scrive musica per lavoro, e già questo lo considero un successo.»
Raccontaci l’evoluzione musicale e narrativa dei tuoi tre album.
«Mi piace considerare il mio primo album Troppe note (ma in compenso anche troppe parole) come una specie di esperimento di potenza grezza. Venivo da anni di prog e mi stuzzicava l’idea di fare una roba più semplice e diretta rispetto a ciò a cui ero abituato. Nel linguaggio e nei suoni, diciamo che quella è la mia versione punk.
Il mio secondo cd Rumore invece è la mia versione incattivita, è la cosa più dura e coriacea che abbia mai prodotto, si incrocia l’elettronica, il metal, i temi politico-sociali e una rabbia di fondo che non risolve, ma che mi ha fatto tanto sfogare in quel periodo. Ne avevo davvero bisogno.
Con Cosa potrebbe mai andare storto? sono tornato al mio vecchio amore per le strutture articolate e i suoni ricercati. Non a caso in molte recensioni è stato detto che è il mio lavoro più maturo, ma solo perché probabilmente non avevano idea della roba che facevo prima (sorride...)»
Da quale ispirazione oppure quale idea di racconto è nato l’ultimo cd e come l’hai sviluppata?
«Sostanzialmente dal fatto che dopo 4 anni in UK, dove avevo una vita ormai regolare, a un certo punto ho perso il lavoro. Questo ha portato a tutta una spirale di eventi che mi ha costretto a reinventarmi nel giro di qualche mese. Volevo comprare casa e stabilizzarmi e invece mi sono ritrovato a fare scatoloni e valigie e ricominciare a peregrinare in giro per l’Europa. Mentre lavoravo all’album ho traslocato in quattro Paesi europei diversi.
La perdita del lavoro e della persona amata, la ridefinizione dei propri ruoli nella famiglia, il rapporto con la terra di origine e con il pianeta in pericolo, riabituarsi alla solitudine e a bastare a sé stessi e la catarsi finale attraverso l’accettazione del dolore e delle avventure che inevitabilmente arriveranno nel futuro: questo è il viaggio attraverso Cosa potrebbe mai andare storto? Spero di essere riuscito a esprimere queste esperienze nelle mie canzoni.»
Come ti fanno sentire le recensioni più che positive ottenute? Apriranno a nuove prospettive oppure nuovi progetti?
«Sono molto felice che il mio lavoro sia apprezzato. Fortunatamente gli ascolti sui principali siti di streaming hanno riflettuto il plauso delle recensioni, con dei numeri senza precedenti per me. Per quanto riguarda il futuro, a differenza di tanti miei colleghi, non ho lavorato molto durante i mesi di pandemia. Probabilmente ero arrivato a un passo dal burnout e ho dovuto prendere una pausa.
Ne ho approfittato per mettere a punto un nuovo sistema che mi permette di lavorare a pieno regime senza portarmi dietro tutto lo studio. Ora abito di nuovo in Germania dopo sei mesi passati in Italia per stare vicino a famiglia e amici in questi tempi difficili. Ho molte idee e sto già lavorando ai pezzi nuovi, che ovviamente saranno completamente diversi da tutto ciò che ho fatto finora, come sempre.»

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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