Ligabue e Tondelli, un legame di luoghi e parole

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Un paese di provincia di appena 20 mila abitanti. Luoghi, profumi, ma soprattutto persone. Quando vivi in una realtà piccola ma allo stesso tempo multisfaccettata, e magari hai anche l’amore per la scrittura, non è semplice farsi strada. E spesso neanche incrociare lo sguardo di qualche concittadino. La storia di Pier Vittorio Tondelli si incrocia con quella di Luciano Ligabue più volte, eppure, tra i due, nati nello stesso paese e per un periodo anche vicini di casa, non c’è mai stato un dialogo. Solo sguardi, un sorriso, nulla di più. Ma tanto è bastato perché Luciano conservassse nel cuore quei momenti. Lui, ventenne ancora lontano dai sogni di rock and roll. E Pier Vittorio, per tutti Vichy, di pochi anni più grande e già deciso su cosa avrebbe voluto essere. Fin dall’adolescenza aveva iniziato a scrivere i primi articoli per i giornali di Azione Cattolica e quelli delle ACLI. Un percorso professionale variegato ma tutto diretto alla scrittura, fatto di giornalismo, libri, teatro. Luciano ha raccontato più volte quanto la produzione di Vicky sia stata fondamentale, ed in particolare il primo romanzo, Altri libertini, del 1980, diventato libro culto di per la generazione degli anni ’80 ma non solo. Libro con una storia sicuramente avventurosa: fu infatti sequestrato per oscenità e poi assolto dal tribunale “con formula ampia”, mentre veniva giudicato dalla critica un’opera fondamentale per la letteratura italiana contemporanea. Sei racconti con protagonisti i giovani degli anni ’70 alle prese con viaggi, lotte studentesche, droga, sesso, utopie ma soprattutto la ricerca assoluta della libertà.

Luciano resta inevitabilmente folgorato dalla vitalità e dalla crudezza di questo “romanzo a racconti”, come lo ha definito Vichy. E non solo lo ha aiutato in uno dei momenti più difficili della sua vita, quello della leva militare, ma ha instillato in lui uno sguardo nuovo e la scintilla del raccontare le cose attorno a lui. Non importa tanto cosa racconti, ma come. Gli occhi con cui osservi, le parole che usi, la differenza è tutta lì. Questo passaggio per Luciano è stato fondamentale, e leggendo le opere di Vichy, oltre ad essere travolti da una sferzata di verità, vita, libertà, disperazione, non si fatica a trovare in quelle pagine non solo un talento cristallino che tanto ancora avrebbe potuto dare, ma il seme di quella vita che Luciano avrebbe raccontato qualche anno dopo, a suo modo, ma con la stessa sincerità.

La riconoscenza di Luciano nei confronti di Vichy è evidente ogni volta in cui ne parla o gli chiedono di lui. L’affetto, il pudore, la malinconia con cui racconta la sua figura riesce a farne capire l’essenza anche a chi, purtroppo, non ha avuto modo di conoscerlo e neanche incrociarlo per caso. La notte in cui Vichy se ne è andato a causa di alcune complicazioni dovute all’AIDS, Luciano era a casa, tre piani più sotto, costretto a letto da un’influenza improvvisa che lo aveva obbligato a rimandare un concerto a Modena. Lo ha raccontato bene anche in un racconto dell’amato Fuori e dentro il borgo, con amara riconoscenza nei confronti di una persona con cui non aveva mai parlato, ma con cui forse non era necessario dirsi nulla. Il rimpianto di non aver mai approfondito un rapporto con lui ed essere lì, a pochi metri, mentre Vichy se ne andava, è qualcosa che continua ad accompagnare Luciano ancora oggi. Ne ha parlato anche pochi giorni fa, in un incontro dedicato a Tondelli al Teatro Ariosto di Reggio Emilia, ricordandone la figura in modo agrodolce, come accade ogni volta che qualcosa resta in qualche modo irrisolto, insoluto. Eppure, nelle canzoni di Luciano, vive ancora tanto dell’anima di Vichy, così come nei suoi libri, che restano un punto fermo del postmoderno e di tutto un mondo, quello della provincia e di Bologna, che nessuno aveva mai raccontato allo stesso modo.

Oggi, 30 anni fa, Vichy ci lasciava, a soli 36 anni. Probabilmente con la consapevolezza di avere, comunque, vissuto pienamente ogni suo giorno.

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