Quattro ottimi album per quattro formazioni completamente differenti. Dal solitario Craig Taborn al large ensemble dell’orchestra di fisarmoniche, archi, fiati e ritmi, passando per il “classico” trio di piano e la formazione variabile di un lavoro tipico da produttore-polistrumentista. Quella che non cambia è la qualità artistica e la capacità di tutti di confrontarsi con linguaggi nati in origine per ambiti sonori differenti e di tradurli con vocabolari personalissimi in un fluire di note jazz, fortissimamente jazz, esclusivamente jazz.

Craig Taborn

Craig Taborn
Shadow Plays (ECM/Ducale)
Voto: 8/9

È un musicista particolare il pianista di Minneapolis Craig Taborn. Si divide tra lo strumento acustico e quello elettrico senza soluzione di continuità, e lo fa con esiti quasi contrastanti, quasi esistesse in lui una doppia personalità, un dr. Jeckill e un mr. Hyde che non si incontrano quasi mai. Non è una dicotomia mente/cuore, bensì un motore che prosegue per strade diverse, ma ognuna disseminata di dubbi: sparsi, leciti, quasi inevitabili. In questo suo secondo album di piano solo (ha inciso anche sei brani in solitudine su Da’at del 2017), Taborn si allontana da quanto propose nel precedente Avenging Angel del 2010 per planare in un territorio senza orizzonti né frontiere, dove i brani sono costruiti da schegge di memoria, sono schizzi eleganti su un taccuino di appunti, sono l’ombra di concreti sospetti. Il suo jazz è fatto di accatastamenti e di improvvise svolte, di un confronto laico con la musica contemporanea, di approcci che sanno essere esplorativi e insieme astratti, di amori guardati in cagnesco e distillati in attimi, in pensieri, in sguardi, Thelonious Monk e George Winston, Cecil Taylor e Lennie Tristano… Registrato dal vivo poco prima della pandemia, Shadow Plays – sette brani per un’ora e 16 minuti di un inafferrabile volo di farfalle multicolori – è un ottimo esempio di come il jazz sia ormai un saldo baluardo della musica colta di oggi.

YORK – foto Nella Ostermayer

YORK
The Soul Jazz Experience vol. 1 (Upper Level)
Voto: 8

Ed ecco il jazz più scanzonato, leggero, sorridente, diretto che si possa ascoltare. Quello che fa storcere la bocca ai cosiddetti “puristi” e che fa innamorare le folle. Un sound vibrante ed esplosivo – che parte subito con una rivisitazione stimolante della rollingstoniana I Can’t Get No Satisfaction, seguita da un vivace simil-samba come The Days In Brazil, con la voce alata della portoghese Guida de Palma – che si dipana brillante tra soul jazz e nu-jazz, funky jazz e acid jazz, tutte “correnti” danceable distese con la passione del cultore. Del resto il sassofonista-tastierista tedesco Heiner Schmitz, in arte YORK (tutto maiuscolo per distinguerlo dal duo omonimo) e non più il divertente Smith The Cat, che debutta da solista pur rimanendo membro sia dei Jazzkantine che dei Bahama Soul Club, ha sempre amato questi sound e sa come maneggiarli perfettamente. Così li riempie di influenze distillate qua e là, dalla blaxploitation di Too Much Tension, uno dei due brani con l’ottima compagna dei BSC Pat Appleton, al rap, dal tributo agli idoli Charlie Parker e Paul Desmond in CP & PD a quello alle icone di stile Yves Saint Laurent e Brigitte Bardot in YSL & BB, con sample delle loro voci, dal funk condito in salse eterogenee di With A Bit Kurkuma con l’ottima cantante inglese Yane Singh (una tipetta da valorizzare) alle atmosfere da film anni 60 della conclusiva Move & Groove.

Marcin Wasilewski Trio – foto Arthur Krutowicz/ECM Records

Marcin Wasilewski Trio
En Attendant (ECM/Ducale)
Voto: 8

La musica del pianista Marcin Wasilewski è tutta tesa a levare, ripulire, sgrezzare. Punta all’essenziale, quasi più all’idea di jazz che al jazz stesso. Un progredire non verso il nulla annichilente la fantasia (vi ricordate La storia infinita?), ma verso un distillato sempre più aereo ed etereo di suono, realizzato in funzione di una superiorità del bisbiglio e del sussurro, ma insieme incapace di dimenticare il graffio nervoso, l’afferrarsi a un sostegno “concreto”, la pioggia di schizzi intuitivi. Wasilewski e i suoi – Michal Miskiewicz alla batteria e Slawomir Kurkiewicz al contrabbasso – procedono con assoluta adesione emozionale e progettuale. Si conoscono a memoria, visto che suonano insieme da più di vent’anni, prima come Simple Acoustic Trio, poi come gruppo del grande trombettista Thomas Stanko (e la sua influenza si sente), infine con l’attuale denominazione, con la quale vantano sette cd all’attivo. Questo è uno dei più riusciti, grazie a una solida filosofia sonora, cui il titolo, che richiama il capolavoro teatrale del premio Nobel Samuel Beckett En attendant Godot, dà come un’aura di smarrimento e attesa, di indefinitezza e immobilità. Eppure i tre, che rivedono anche una delle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach, la poderosa (nell’originale) Riders On The Storm dei Doors e un brano di Carla Bley, non a caso scritto nel 1963 per l’allora marito Paul, pianista di riferimento per il polacco, sanno mettere a frutto ogni dettaglio, ogni cavata di contrabbasso, ogni passaggio di spazzole sui piatti, persino ogni pausa del piano, per procedere verso quel “barlume di speranza”, titolo del brano più riuscito del lavoro.

Fuccelli Fisarmony Orchestra

Fuccelli Fisarmony Orchestra
Linaura (Alfa Music)
Voto: 8

L’orchestra del fisarmonicista Roberto Fuccelli – senza tema di smentita uno degli specialisti dello strumento migliori al mondo – fa il suo lavoro. Sembra un’affermazione sminuente, ma non è affatto così. Non è semplice come può apparire poi all’ascolto mettere le combinazioni sonore tutte perfettamente a fuoco, tutte con il sapore più adeguato, tutte con il feeling di cui hanno bisogno, specie se si passa da Gioacchino Rossini a Richard Galliano, dai temi di C’era una volta in America a quello dei Pirati dei Caraibi, dalla canzone leggera Un amore così grande a composizioni originali. E il direttore-arrangiatore, che da anni la porta in tour per mezzo mondo, ci riesce partendo dal sound pieno e vivo, swingante e zigzagante delle fisarmoniche, sua in primis, poi dell’ottima Valentina Cesarini (che firma il paradigmatico brano di apertura Inner Gravity, con la pungente tromba di Fabrizio Bosso) e di altri sette coordinatissimi solisti. È un plateau da big band vera, su cui si inseriscono il già citato Bosso, presente in altre due track, tra cui l’inevitabile omaggio al maestro Astor Piazzolla Primavera Porteña, l’altro ospite Arturo Valiante al piano nella deliziosa title-track che Fuccelli ha dedicato alle figlie, la cantante Valentina Rossi che non fa rimpiangere per potenza neppure Claudio Villa in Un amore così grande, il violinista classico giapponese Terukazu Komatsu, il chitarrista Pierluca Cesarini e tutti gli altri.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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