Il mio canto libero

In un mondo che non ci vuole più, il mio canto libero sei tu, e l’immensità si apre attorno a noi e libera è l’immagine degli occhi tuoi. Nasce il sentimento, nasce in mezzo al pianto e si innalza altissimo e va. E vola sulle accuse delle gente, a tutti i suoi retaggi indifferente, sorretto da un anelito d’amore. Di vero amore.

Di cosa parlava Lucio Battisti in questa canzone? Sappiamo capirlo? Può una canzone andare oltre i limiti del proprio tempo e rappresentare con lucida precisione gli aneliti e i bisogni propri di un tempo che ancora non esiste al momento in cui essa è stata scritta?

Fioriscono ovunque e da tempi remoti scoperte di opere che pur essendo state composte in epoche diverse e talvolta lontane dalla nostra, rivelano tutta la propria potente e incredibile tenuta o preveggenza se lette oggi, al punto da parer scritte, composte, dipinte ora, un attimo fa.

Ma questo cosa vuol dire?

Che il mondo è sempre lo stesso, forse.

Oppure che a qualcuno tocca il dono di vedere le cose che saranno e che ancora non sono.

O ancora, che le cose sono tutte previste, tutte già pre-esistite e devono solo tornare ad essere, come in un ciclo, in cui ogni passaggio si avvicendi all’altro sino al ritorno di ogni singolo frammento di ciò che ha già avuto modo di essere vero prima di sparire per un po’. Così sino al suo ritorno, in movimento circolare.

Forse tutte queste ipotesi sono vere allo spesso tempo.

Qualcuno allora osserverà saccente che, comunque stiano le cose, per quanto riguarda il testo in esame, non fosse Battisti l’autore delle parole. Le parole erano di Rapetti.

Questo è ciò che passa alla storia come dato concreto.

Vi sono però altri livelli di lettura.

Il primo è il più brutale di tutti, quindi affrontiamolo subito con una interrogazione: qualcuno ricorda un testo memorabile di Rapetti successivo al sodalizio con Battisti?

E per memorabile non deve intendersi la notorietà dell’opera, bensì la sua potenza mostrata dalla tenuta nel tempo.

Il secondo è già più sottile, e vuole che le cose siano vere per vie complesse, e dunque la mano del paroliere poteva essere guidata da un insieme di suggestioni emanate dalla volontà di un artista-demiurgo di esprimere più di quanto egli stesso non riuscisse a realizzare.

Traducendomi, dirò meglio: Battisti sentiva e voleva, Rapetti metteva su carta. Questa versione dei fatti sarebbe confermata dalla capacità adattativa del paroliere alle diverse figure per le quali nel tempo si è adoperato.

Quando il più celebre e felice sodalizio della canzone popolare italiana ha ternine, è per esaurimento di volontà di Battisti, o per meglio dire, per via del fatto che il valore del compositore aveva preso il volo verso altri lidi, non più condivisi o compresi dal paroliere.

Alcuni ritengono che la definizione di “paroliere” risulti alquanto limitante, riduttiva, indicando quasi un manovale dell’arte di scrivere canzoni. Così sembrerebbe pensarla lo stesso Rapetti, che nel tempo chiede e ottiene di poter aggiungere al proprio nome di battesimo anche lo pseudonimo “Mogol”.

Dalla presa di distanza dalla figura di “semplice” paroliere, ci si avventura tuttavia verso ambizioni piuttosto imbarazzanti da reggere.

Comunque stiano le cose, quale che sia l’esempio portato, la poesia è chiamata in causa sempre impropriamente quando si parla di canzone, giacché i due campi d’azione, quello della canzone e quello della poesia, sono due ambiti affatto differenti.

Si potrebbe addurre come dimostrazione essenziale di differenza che la poesia non necessita ad ogni costo di musica per essere vibrante e assoluta nel suo scopo di rappresentarci l’interno delle cose. Per contro, il testo di una canzone solo di rado resta in piedi in modo emozionante e potentemente significativo se privato del supporto armonico-melodico che ce lo fa digerire quando è parte testuale di una canzone. Per saperlo basta provare.

Inoltre è vero che ogni testo musicato assuma una dimensione che in qualche misura lo nobilita all’istante, per il semplice fatto che la musica ha la proprietà di fornire una “cornice” che distingue e giustifica, anche se ciò è vero solo apparentemente.

A questi argomenti si aggiunga il fatto che comunque il testo di una canzone nasce il più delle volte per incastonarsi appunto in una trama metrico-armonica precisa e limitante, e che i testi che vengono pensati indipendentemente da musica e solo in un secondo momento adattati ad una forma musicale, spesso debbono subire restringimenti, adattamenti, rimaneggiamenti, e il più delle volte accorciature, sforbiciature, incollaggi e altre operazioni chirurgiche dagli esiti più o meno felici.

Il risultato è quanto di meno vicino alla poesia, per il semplice fatto che il testo di una canzone è assai spesso un compromesso.

La poesia invece è sempre uno slancio.

Sempre un imponderabile volteggio.

Se dunque torniamo al testo di “Il mio canto libero”, scopriamo meglio che non si tratta di un testo poetico, bensì di uno scenario politico in senso libero, appunto. Sembra un manifesto, il proclama di una liberazione totale da ogni sorta di condizionamento e imprigionamento di stampo sociale e culturale, lo svincolarsi elegante da obblighi e da impedimenti, la dichiarazione di indipendenza da qualunque forma di cliché o di regola intesi come limiti all’espansione naturale della vita come esperienza animistica e in completa con-fusione con la natura.

Piaccia o no, è un testo politico in senso totale, ovvero nel più stretto senso. Laddove politica è da intendersi nella sua accezione più piena e ampia: una visione dell’insieme delle scelte e dei desideri degli uomini, e dell’organizzazione che essi si danno per il loro raggiungimento o mantenimento.

È un fatto, lo si voglia riconoscere oppure no.

Viene da ridere pensando a quante volte ci è stato proposto Battisti come compositore di brani “non impegnati”, mentre “impegnati” lo sarebbero stati di contro i testi di ben altri autori, indicati con la nomea un po’ fessa di “cantautori”.

Già, perché va ricordato a chi sfuggisse, che il cantautore viene chiamato così per essere egli stesso autore sia del testo come della musica di base. Uno che canta ciò che ha composto.

Niente di più antico, in fondo.

Erano cantautori i trovatori, i menestrelli, i compositori di corte, e lo era massimamente Leonardo Da Vinci, il quale riponeva nell’arte di comporre inventando all’istante rime e frasi che prontamente egli stesso accompagnava con la lira.

Per questa via, Battisti non potrebbe rientrare nella categoria.

E sia.

Ma già il fatto che uno non rientri in alcuna categoria depone in suo favore.

Poi, nel caso specifico del compositore Battisti, il respiro della sua azione musicale travalica e sorvola a volo d’aquila la stitica categoria cantautoriale. Egli è ben altra cosa.

Ma soprattutto ben altro respiro, ben altra apertura di mente e ben altri sono gli obiettivi di tutta la sua produzione di canzoni.

In questo e per questo le sue canzoni non hanno un limite temporale o epocale, culturale o politico.

A essere schietti, ben poche delle canzoni dei “noncolleghi” del nostro col passare del tempo riescono a non risultare datate col trascorrre degli anni.

E questo vale tanto per le parole quanto per la musica e gli arrangiamenti.

Datate lo sono in maggioranza e maledettamente, anche quando questo essere datate conferisce loro una patina di gradevolezza che all’origine era assai meno forte. Diventano datate cioè anche quando acquistano quella ruggine che fa più belle le cose solo perché non sono più del nostro tempo, e per ciò solo assumono il fascino del passato.

Non si pone confronto alcuno con la potenza musicale messa in atto da Battisti, e ciò risulta vero sino all’ultimo tratto della sua produzione, alquanto bistrattato o persino rifiutato al suo primo pronunciarsi, quando il compagno di stesura delle canzoni sarà cambiato, – e cambiata leggi rivoluzionata sarà persino la forma stessa della canzone -, e a Rapetti sarà subentrato il non ben definibile e non certo più simpatico Panella.

Come il suo predessore, anche Panella, curiosamente, non brillerà in importanza attraverso le opere sfornate con e per altri autori. Come Rapetti, vi è un prima e un dopo Battisti che si assomigliano, risultando notevole solo il periodo battistiano e privo di vette significative tanto quello prima tanto quanto quello dopo il sodalizio con il compositore di Poggio Bustone.

E allora?

Di chi sono i testi delle canzoni?

Di chi li scrive fisicamente o di chi li sa ispirare o interpretare, significare?

È un enigma del quale occorre sposare intimamente una risoluzione personale. Non rimane altra via.

Ed ecco l’altra attesa bordata critica: Panella aveva già scritto i suoi testi quando Battisti li ha ricevuti, a distanza, traducendoli in solitudine nella dimensione di canzone. Da testi criptici a canzoni epiche. Nell’inarrivabile compito di cucire intorno a parole poco immediate la dimensione di “oltrecanzone”.

Giusto.

Con ciò facendo tuttavia Battisti ha conferito a quegli intrecci lessicali una dimensione in più, trasformandoli da componimenti di semionanistico virtuosismo letterario in forme viventi, ricche di anfratti e di luci altrimenti non percepibili. Da qualche parte deve esservi una delle sparate dello stesso Panella in cui l’autore dichiara che non credesse neppure lui tanto in quegli scritti, e che Battisti invece se ne sarebbe appassionato facendone poi quello che tutti possiamo andare a verificare, se solo armati di buona volontà di scoperta e approfondimento. Mente libera necessaria, sia chiaro.

Come nel canto del titolo.

E sul testo che oscuramente oggi si rivela manifesto di presa di distanza dalla realtà che oggi stiamo vivendo? Ci si torna e ritorna, come su un terreno che protegga segreti che ci si attende possano emergere da un istante all’altro, e conservi il rinvenimento di reperti decisivi per capire la storia, quella di ieri, e di più quella attuale.

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gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

2 COMMENTI

  1. Battisti/Panela, Battisti/Mogol…ovvero Battisti.
    Battisti nella suo stupefacente volo panelliano ha definitivamente scavato un solco invalicabile per il resto dello stantio e noiso mondo canzonaro..
    Potrebbe trattarsi di un alieno..

  2. Sì, c’è una dichiarazione di Panella circa la sua convinzione che i suoi testi non sarebbero piaciuti a Battisti e che anzi, li avesse scritti appositamente così incomprensibili proprio per non farli musicare…
    Lo ha detto in un programma televisivo, non ricordo quale, ma ricordo benissimo ciò che ha detto.

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