Un libro racconta chi era Nanni Svampa

0
Nanni Svampa

Cantante, compositore, cabarettista, attore di film e sceneggiati, cantore e studioso della canzone milanese e lombarda, traduttore e interprete della poetica del grande chansonnier Georges Brassens, autore a tutto campo, talent scout… La poliedrica figura di Nanni Svampa, scomparso nel 2017 a 79 anni, torna a far parlare di sé attraverso un libro in uscita (dal 3 febbraio) che ha un titolo giustamente inclusivo: “Il mondo di Nanni Svampa. Vita, morte e miracoli di un cantastorie” (Sagoma Editore, pp. 304, 22 euro). Per parlarne abbiamo raggiunto l’autore, Michele Sancisi, giornalista e critico non nuovo al lavoro biografico (al suo attivo ritratti di Walter Chiari, Mariangela Melato, Marcello Marchesi e Nik Novecento), il cui incontro professionale con Nanni Svampa va fatto risalire a un documentario, “Nanni 70”, realizzato nel 2009 con Simone Del Vecchio in occasione del settantesimo compleanno di Svampa…

<<Fu una bella occasione per stargli dietro nei suoi concerti, intervistandolo, facendogli recitare brani di “Scherzi della memoria”, sorta di scanzonata autobiografia, oggi introvabile, e raccogliendo una serie di testimonianze riprese in parte nel mio libro (da Lino Patruno a Roberto Brivio, da Enzo Iacchetti a Davide Van De Sfroos ed Elio e Le Storie Tese) realizzato durante la pandemia con il supporto di molti nuovi contributi, tra cui quelli di Cochi Ponzoni, Carlo Tognoli, Vito Molinari Paolo Rossi (che firma la prefazione), Flavio Oreglio e Enrico De Angelis, autori di due generose “postfazioni”. E naturalmente Dina Svampa, moglie e custode della memoria di Nanni e della sua lunghissima e prolifica carriera>>.

Che è fatta in realtà di una somma di stagioni e ruoli diversi. Come si intersecano nel libro?
«Ho ricostruito tutta la sua vita e il suo percorso artistico, attingendo a un archivio vasto quanto caotico e complesso da decifrare. E mi sono avvalso di numerose citazioni dalla sua autobiografia, piena di battute, riportate in corsivo. I primi successi di Nanni sono come è noto nel cabaret musicale dei Gufi, straordinaria band che negli anni Sessanta del secolo scorso aveva messo a punto una formula geniale, molto milanese, anche nell’idioma, in cui teatro e musica si sposavano in azioni sceniche dissacranti e mai fini a se stesse, come invece è poi accaduto in una certa deriva del cabaret televisivo. Ne facevano parte anche Gianni Magni, Lino Patruno e Roberto Brivio, intervistato per il libro poco prima della sua scomparsa, un anno fa. L’esperienza durò pochi anni, dal ’64 al ’69 (Enzo Iacchetti, che da ragazzo voleva fare il cantante e per cui Svampa fu una sorta di mentore, li definisce “i Beatles italiani”), ma rimangono i dischi e i testi delle canzoni, che arricchiscono il racconto. Così come quelli della sua produzione cantautorale autonoma. E naturalmente il repertorio dedicato a Brassens».

Un caso di traduzione tutt’altro che banale, vero?
«Assolutamente, perché Nanni non si limitava a tradurre e adattare musicalmente le canzoni di Brassens da una lingua a un’altra (anzi due: l’italiano e il milanese), operazione di per sé delicata, ma le fece sue riambientandole in un altro contesto, a lui più familiare: un personaggio della Francia rurale o della periferia di Parigi poteva rinascere tranquillamente alla Bovisa o all’ombra di Porta Romana. Da cant’attore qual’era le tarsformava sul palco, in moltissimi concerti in cui il repertorio si fondeva con quello della tradizione lombarda, magistralmente interpretata. In pochi, credo, hanno affrontato un mostro sacro come seppe fare lui».

In Nanniland, come chiami simpaticamente l’universo di Svampa, si passa molto tempo in osteria, secondo luogo topico dopo il cabaret, e in Valtravaglia, sulle sponde del lago Maggiore…
«Sì, perché la sua vena autenticamente popolare andava a braccetto con il microcosmo delle osterie milanesi, dove si era spesso esibito ma di cui era anche un assiduo frequentatore. E il lago era per lui un po’ una seconda patria, essendoci cresciuto da sfollato, durante la guerra, perché qui erano le origini dei suoi genitori, come documenta anche la ricca sezione fotografica. Un capitolo a parte è poi dedicato all’Insubria, una regione di cui parlava spesso, che accomuna per somiglianze di dialetto, abitudini e gusti musicali Lombardia e Canton Ticino, dove non a caso lui era molto attivo e amato». 

Chi sono oggi i suoi eredi?
«A ispirarsi a lui sono in molti, giovani e meno giovani, diciamo fra i venti e cinquant’anni. Ne parlo diffusamente nell’ultimo capitolo, dedicato agli “svampiani”. Nomi come i Barlafus, i TecaP e Duperdù… Anche una donna: Cristina Meschia, cantautrice, folgorata sulla via del Verbano».

Nanni Svampa

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome