Quando si dice black music si pensa immediatamente agli Stati Uniti, e in particolare ai musicisti di colore. Eppure sono decenni e decenni che il sound di origine afroamericana – e non stiamo parlando di quello jazz, che pure ha avuto lo stesso sviluppo in anni ancora precedenti – è diventato “patrimonio immateriale dell’umanità”, per utilizzare una denominazione cara all’UNESCO e perfettamente calzante. Ed è proprio per questo che esempi di grande caratura artistica e propositiva di questo sound, che ormai travalica anche gli stessi generi che l’hanno identificato, il soul, il funk, il rhythmʻn’blues e via dicendo, ci arrivano dai più svariati territori dell’orbe terracqueo, compresa la Nuova Zelanda con una cantante maori. Se non è universalità espressiva questa…

Lance Ferguson

Lance Ferguson’s Rare Groove Spectrum
Rare Groove Spectrum Vol. 2 (Freestyle)
Voto: 8

Secondo volume dei rare groove del DJ e produttore, chitarrista e compositore neozelandese, ma con base operativa a Melbourne. Lance Ferguson è cresciuto in una famiglia di musicisti: suo nonno, il chitarrista hawaiano Bill Wolfgramm, è stato il primo del suo Paese a registrare un intero LP nel 1956. I suoi brani appaiono in oltre 200 compilation e vanta 860 milioni di stream su Spotify. Ha suonato, tra gli altri, con Alice Russell, Roy Ayers, Durand Jones, Quantic, mentre a suo nome è il leader dei Bamboos, formidabile band soul-funk, e manda avanti i progetti Menagerie, Machines Always Win, Lanu. E ovviamente Rare Groove Spectrum, con i quali è al secondo album di rielaborazioni di brani significativi del passato.
«Possiamo dire che si tratta di riedizioni alla maniera dei DJ, allungando le varie track ne sollecitiamo soprattutto le caratteristiche che le fanno funzionare su una pista da ballo. Con l’aggiunta e la forza di proporre tutto con una grande band che suona e canta dal vivo», dice. Erano stavolta in 11, alcuni dei Bamboos e altri dei Menagerie, a proporre live in studio il classico degli Chic Why così come il jazz latino Hot Dog del percussionista Mongo Santamaria (scritto dal suo pianista Rodgers Lee Grant), la brasileira Estrelar di Marcos Valle e la Sueno Con Mexico del superchitarrista jazz Pat Metheny, la Far Beyond del deejay inglese Joey Negro e persino il brano new age Glastonbury dei People di Nick Harrison. Tutto suona proprio bene, con elaborazioni intriganti delle diverse tracce, che mantengono atmosfere differenti e si colorano di jazz, balearic, funk, tropical, a seconda del momento e dell’inventiva di Ferguson e dei suoi.

Carwyn Ellis

Carwyn Ellis & Rio 18
Yn Rio (Legère)
Voto: 8

Carwyn Ellis, multistrumentista, cantante, compositore e produttore, è personaggio eclettico quanto altri mai. Il suo progetto di più lunga durata è Colorama, alt indie pop di ampio respiro realizzato in solitudine, ma portato in tour con vari collaboratori (ultimo cd il riuscito Chaos Wonderland del 2020). Del 2017 sono i Bendith, gruppo di folk celtico, il cui cd eponimo è stato nominato album dell’anno in lingua gallese del 2016. Dopo un’apparizione nel 2012, dal 2017 è il tastierista dei Pretenders, band rock di lunga data della carismatica Chrissie Hynde. Importante anche la sua collaborazione con Edwyn Collins, il rocker scozzese colpito da due ictus e ritornato nel 2020 con l’ottimo Badsea che allinea anche Ellis. Last but not least in questo caleidoscopio espressivo sono arrivati – grazie a un suggerimento dell’acuta Chrissie durante un tour in Sudamerica – i Rio 18, che propongono una prospettiva musicale completamente diversa: proprio quella che indica il nome, la musica brasiliana. Ma… Ma cantata in gallese!
Carwyn, che colleziona da anni dischi brasileiri, se la cava perfettamente, come dimostra anche questo terzo cd dell’ensemble, «basato su un giorno trascorso a Rio, influenzato da quanto successo nel 2020 e antidoto contro ciò che potrebbe accadere ancora», spiega. Dopo i piacevoli Joia! del 2019 e Mas di inizio 2021, Carwyn ci propone la registrazione del concerto tenuto il 20 marzo scorso per la BBC Galles con il supporto della BBC National Orchestra of Whales, che rende il flusso sonoro dinamico e pop, emozionale e vibrante. Canzoni à la Jorge Ben, versioni di poemi popolari portoghesi, brani che ricordano Morricone e l’exotica, momenti romantici, voli sensuali e un richiamo ai Gorkys Zygotic Mynci di The Blues Trees. Eccellente.

Jamie and The Numbers

Jamie and The Numbers
You Don’t Love Me (Super Fly)
Voto: 8/9

La trentenne cantante di Tonga Jamie Mavusa, che ha iniziato nel coro gospel della sua chiesa a Wellington, ha trovato Simon Bayliss, inglese emigrato tra i kiwi (ovvero i neozelandesi) e bassista del quartetto The Numbers, durante uno dei concerti per nuovi talenti organizzati dall’agenzia Tapestry Music. Cantava lo spiritual Wade In The Water ed era così emozionante che Simon decise di presentarla subito ai tre fratelli Lerwill – Mark, voce e chitarra; Geof, tastiere; Craig, batteria – che completano la band. Una band molto attiva sia in prima persona, avendo inciso ormai quasi 40 brani su 7” per diverse etichette, tra cui ottime composizioni dei diversi membri, sia come supporto di altri artisti locali.
Le migliori prove finora espresse dai cinque e alcune novità sono raccolte in questo album, che allinea 11 titoli di autentica musica nera, soul vibrante e senza concessioni pieno di spruzzate gospel, errebì, rock, a partire dall’iniziale title-track (scritta nel 1967 per gli Epitome of Sound, gruppo spin-off dei Megatones), con il suo fulgido soul e il cameo parlato dell’autore Robert Paladino, e chiudere con la ballad da brividi Let’s Make It Last, solo chitarra e voce, scritta da Mark e da non confondere con l’omonimo brano dei Funkadelic.
Cinque sono le altre cover di alto livello: i classici rhythmʻn’blues con i fiati in parata If This Is Love (Then I’d Rather Be Lonely) dei Precision e Magic Touch, ultimo singolo dei Bobby Fuller Four prima della tragica scomparsa del leader (ancora oggi un cold case, nonostante l’ufficialità del suicidio), The Seeker degli Who in veste rock-soul forte e immediata, Boys Don’t Cry dei Cure che vola sulle ali di un errebì scorrevole e sorridente, Shout To The Top degli Style Council, in un’incisiva versione acustica. Di Bayliss invece due pezzi decisamente funky, la sincopata Breeze e la strumentale The Fugitive, e di Mark Lerwill le restanti ballate soul-pop, liriche e toccanti. Fa rifulgere tutto il materiale la duttile e incisiva vocalità di Jamie.

Alan Evans Trio

Alan Evans Trio
Elephant Head (Vintage League Music)
Voto: 8

Quinto album per il trio spin-off dei Soulive, messo in piedi dal batterista, produttore e ingegnere del suono Alan Evans oltre dieci anni or sono. Con il musicista di Buffalo (a due passi dalle cascate del Niagara), che suona anche nei Crushed Velvet and the Velveteers, negli AE3 ci sono due terzi dell’On The Spot Trio, di cui Alan ha prodotto i due cd. Sono i californiani Kris Yunker, tastierista dedito anche al trio che porta il suo nome, e Danny Mayer, chitarrista attivo anche con il progetto Star Kitchen. Quando Yunker sostituì, dopo il terzo album Woodstock Sessions Vol. 1 del 2015 il veterano Beau Sasser, già con il mito Melvin Sparks e oggi a capo di un suo trio, il leader cambiò per qualche tempo nome all’ensemble chiamandoli Playonbrother, ma poi è tornato alla precedente denominazione. Di certo perché insieme offrono un marchio di fabbrica consolidato, che parte dal funk e arriva al sound da colonna sonora anni 70, capace di superare la blaxploitation grazie a un’apertura mentale di alto livello e a una capacità di cogliere l’attualità nelle atmosfere e nei climi sonori.
Nell’album si passa dall’oscillante ritmo bluesy di Route 68 alla psichedelia black di Book It, dal funk psichedelico della title-track al sound quasi da film western di Sunset Trails, dal groove avvolgente dell’ottima Strangest Thing alla ballad quasi ambient Birth Of Peace. Un itinerario che evoca momenti nostalgici, ma che sa sempre riprendere il filo di un discorso attuale e diretto, trovando una via modernissima al funk, grazie alle contaminazioni con un soundtrack sound che si mantiene nel tempo vivo e propositivo. Questo power soul organ trio guidato da un batterista è decisamente personale e disegna una sorta di introspezione emotiva, che è dura oppure groovy, oscura oppure potente, grazie a progressioni appassionate e melodie profonde, che vanno subito al segno, nonostante siano sempre più nebbiose che solari, più graffiate che distese. Se esistesse ancora sarebbe proprio così l’acid jazz del XXI secolo.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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