I Ministri presentano il nuovo singolo “Scatolette”: «Ci difendiamo dalla “majorizzazione” della musica»

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In attesa di tornare in tour da fine marzo, i Ministri scaldano l’atmosfera con il nuovo singolo Scatolette, pubblicato lo scorso 4 marzo per Woodworm.
La band torna per scrivere una nuova pagina di musica dopo il singolo Numeri, una canzone che nasce come uno sguardo sul mondo e diventa un’azione nel mondo.
Con Scatolette i Ministri anticipano l’arrivo del nuovo album, dal titolo Giuramenti in uscita il prossimo 6 maggio e prenotabile tramite questo link: https://umi.lnk.to/giuramenti

Di tutto questo abbiamo parlato con Davide “Divi” Autelitano, cantante e bassista della band, nella nostra intervista.

Il nuovo singolo, Scatolette, è un brano decisamente amaro…
Per quello che riguarda la fase compositiva la canzone è stata scritta prima del Covid, del lockdown e di tutto quello che è successo in questi ultimi due anni, e voleva soffermarsi su questo inevitabile e continuo adattarsi, per noi che abbiamo delle radici e un modo di far musica molto diverso da quello che c’è oggi, e quanto questo continuo adattarsi poi non sia anche pericoloso da abbracciare del tutto. Insomma, quando comincia il momento di rimanere un po’ fermi sulla posizione e quanto invece è giusto aprirsi verso i cambiamenti.
Quindi è un pezzo che ripercorre in maniera un po’ nostalgica quello che per noi è stato tutto il percorso del fare musica, ovvero quello delle serate in nero, di questa vita un po’ piratesca che è far gavetta in Italia, cosa che oggi vediamo sempre meno, anzi, vediamo proprio poco, e quindi un po’ ce ne lamentiamo facendo polemica.
Noi osserviamo che la tendenza non è più quella di muoversi verso la passione di far musica, quanto proprio il fatto di farla diventare quasi una scelta imprenditoriale e che va un po’ troppo d’accordo col business, mentre invece per noi rompeva letteralmente una regola e voleva produrre una cultura differente.

Il ritornello della canzone dice “Voi ci volete comprare / noi ci vogliamo salvare / Ma ci volete davvero / non ci farete del male”. A chi vi riferite?
Al nostro stesso pubblico. La domanda in realtà è “voi ascoltate musica perchè pensate che fare musica oggi sia un modo per salvarsi o un modo semplicemente per arricchire e arricchirsi?”.
Cosa significa oggi anche per noi artisti fare musica? Salvare le nostre vite, perchè alla fine ha anche quella proprietà un po’ terapeutica per le anime?
In questi anni un po’ particolari di tempo sospeso penso che il valore della musica abbia dato un po’ di leggerezza durante le fasi un po’ più oscure della pandemia. Dall’altra parte c’è il fatto che comunque è inevitabile che il mercato musicale sia stato stravolto e tenda molto a far pesare i numeri, come dicevamo nel singolo precedente, sottolineando però come sia anche importante riuscire a metterli da parte, per certi aspetti.

Facendo quindi un piccolo passo indietro proprio a Numeri, quanto riuscite davvero a slegarvi e non farvi infuenzare dal concetto dei numeri, in un’industria musicale che va avanti contando le riproduzioni su Spotify e le views su YouTube?
Ti dico la verità: ormai tutti sappiamo perfettamente che il mercato si è spostato lì, e quindi non siamo dei talebani che vogliono vivere dentro le proprie regole diventate ormai obsolete, però sappiamo anche che quel modo di fare musica è diverso da come lo intendiamo noi. Dobbiamo guardarli quei numeri perchè tutto sommato fanno capire il peso che hai, anche a livello economico, ma a noi quello interessa poco, sono cose più da addetti ai lavori.
Quello che possiamo constatare nel rapportarci con quella struttura è che comunque noi la musica ai tempi l’andavamo a cercare dentro ai dischi, mentre oggi i ragazzi più giovani la cercano sul cellulare. Mi chiedo quale tipo di esplorazione si possa fare in questo modo.
Al massimo la cosa di cui si potrebbe discutere è come gestire editorialmente quella materia, perchè un tempo la musica era gestita da persone di cultura, tutto sommato. Potevano esserci anche aspetti dovuti a giochi di clientelarismo, però erano persone che avevano una cultura e un sapere musicale non indifferente. Se questa cultura oggi viene soverchiata da un linguaggio alfanumero che ti fa capire tramite un algoritmo cosa va di più e cosa va di meno, e questo consacra il valore artistico, per me non ci siamo.

Effettivamente adesso siamo passati dall’andare a cercare musica, da soli o con l’aiuto dei “veri” dj radiofonici di un tempo, che scovavano i brani di valore e li proponevano al pubblico, al trovarci di fronte playlist (sul telefono o in radio) create apposta per noi da algoritmi e che magari al loro interno hanno canzoni di qualità discutibile ma che sono lì per il semplice motivo di essere sponsorizzate economicamente dalle etichette.
Esatto. Anche perchè mi sembra che oggi la musica sia diventata quasi come la pubblicità in tv, che te la ritrovi in faccia. Una volta esistevano lo stesso questi meccanismi, però la musica era molto più selezionata, mentre oggi il discorso è più “questa è la musica che va, mettiamogliela sotto il naso e prima o poi il ragazzino ci inciamperà”. Ecco, nella musica oggi ci si inciampa, mentre una volta si andava davverso a scovarsela.
C’erano anche i concerti che facevano questo lavoro. La tendenza che ogni tanto notiamo e che ci lascia abbastanza stupefatti, è vedere come non ci sia assolutamente una correlazione tra i numeri di Spotify e quelli dal vivo, perchè molte volte succede che i concerti degli artisti che fanno grandi numeri su Spotify e sui servizi in streaming in generale, siano in realtà vuoti, quindi non equivale a una consacrazione “de facto”, nella realtà.
Per assurdo, anche noi come Ministri, che non sbarchiamo di certo il lunario su Spotify, di contro dal vivo siamo una realtà prolifica, che ha il suo pubblico.

Parlando proprio di musica dal vivo, molti locali, pur di sopravvivere alla crisi durante la pandemia, si sono legati a doppio filo a grandi multinazionali di organizzazione eventi. Non si rischia di appiattire la proposta, con cartelloni di eventi in fotocopia, rischiando di tagliare fuori una grossa fetta della scena emergente, che potrebbe non avere più un palcoscenico?
Qui si apre anche un discorso per me delicato e che ha messo un po’ le basi anche della scelta che abbiamo voluto intraprendere per il tour che inizierà a fine mese.
Anche il modo di raccontare la musica sui palchi è letteralmente cambiato: oggi si tende a portare gli artisti velocemente dentro le grandi venue, in modo tale che sia la gente ad andare e ad accorrere numerosa al concerto nella location più grande possibile, mentre una volta la musica andava molto più in giro, era più capillare, cercava di arrivare anche nelle province per dare la possibilità anche a chi è distante dalle grandi città di trovarsi nel proprio locale di riferimento un artista che aveva una certa notorietà.
Questa cosa è cambiata e di conseguenza è andata anche un po’ a dissanguare i locali, che a questo punto hanno anche meno potere per poter rischiare.
E infatti oggi le leve emergenti, soprattutto quelli che fanno la musica che solitamente va in scena in quel tipo di locali, stanno diminuendo, e sicuramente non sono incentivate a fare un percorso come quello che abbiamo fatto noi quindici anni fa.
Poi col Covid c’è stato ovviamente il colpo di grazia, però diciamo che le basi perchè questo accadesse sono state messe molto prima, con questa “majorizzazione” anche dei luoghi per far musica, oltre che della musica stessa.

E arriviamo al vostro tour: si parte il 31 marzo dal New Age di Roncade, in provincia di Treviso. Una data casualmente simbolica, visto che segna anche la fine dello stato d’emergenza. Un po’ come se l’inizio del vostro tour possa coincidere con una sorta di “liberi tutti” generalizzato.
Sì, facciamo che basta, perchè quello che bisognava fare l’abbiamo fatto davvero tutti, quindi non siamo più disposti ad accettare compromessi, anche perchè ormai non sono né giustificati né tantomeno c’è più un pericolo percepito tale da poter fare diversamente rispetto alla riapertura totale.
Andremo a fare questi concerti dentro le nostre “chiese”, che sono i locali di cui parlavamo prima, che oggi hanno più bisogno che mai di ripartire da progetti come il nostro, quindi più che ripartire sarà quasi un ricominciare, sia per il pubblico che per noi.

Anche perchè dopo l’ultimo tour estivo, dove era obbligatorio stare seduti e distanziati, anche il vostro pubblico avrà una voglia matta di tornare a far casino sotto il palco. Cosa vi aspettate?
Sicuramente ci aspettiamo tanta gente che ha voglia di riappropriarsi di quella che oramai chiamiamo normalità, ma che in realtà è più che normalità, è un rito speciale. Quello che avviene ai concerti per me non è mai una cosa normale, quindi speriamo di ritrovare tutto quel tipo di sensazioni.

Il vostro nuovo album uscirà a maggio. Che disco sarà?
In generale è sicuramente un disco che è stato scritto e realizzato durante questo grande momento di tempo sospeso che sono stati i due anni di Covid, in cui è stato difficile riuscire a trovare degli stimoli e degli input per proiettarsi verso un futuro, per come è concepito questo presente. Quindi sicuramente è un album che ha delle tinte amare, perchè questi sono i momenti in cui è stato scritto.
Detto questo, lo veicoleremo nella maniera più costruttiva possibile e come vedi anche il nuovo singolo Scatolette, per quanto amaro, ha un suo fascino costruttivo, come Numeri. Quindi sarà un disco che poterà sia il vestito della malinconia e della nostalgia, ma al tempo stesso quello del proiettarsi verso un presente migliore.

A proposito di presente migliore… Non siamo neanche fuori da una pandemia che potremmo ritrovarci da un momento all’altro dentro la terza guerra mondiale. Un musicista, un artista, che ha quindi anche una sensibilità diversa, come vive questo momento, e come condiziona a livello lavorativo?
Ovviamente ti condiziona in molti modi. La cosa che io ho sentito più di ogni altra, rispetto a tanti altri mestieri, è che il fatto che ti venga impedito di farlo può portare a una vera e propria crisi d’identità.
Quello che ha un po’ secondo me ferito noi artisti è stato proprio sentirsi persi. Non a livello economico, perchè perso che il sostegno in questo caso fosse più corretto per gli addetti ai lavori, ma proprio per il fatto di vedere che molte delle cose che venivano fatte e create, come dischi e canzoni, venissero in qualche modo buttate fuori, ma non alla gente. Non venivano consegnate alle persone ma ai servizi di streaming, senza che ci fosse la possiblità di poterle raccontare veramente e fisicamente.
Questa cosa secondo me ha un po’ depresso la categoria, e adesso ripartire può essere anche un po’ traumatico. Infatti ti dico che dal mio punto di vista vedere la possibilità di poter ricominciare sembra quasi davvero impossibile: non ci credo neanche più di tanto e temo che possa succedere qualcosa che alla fine ce lo impedirà, perchè oramai ci hanno abituato così.

Queste le date del tour:
31 marzo – Roncade (TV), New Age
4 aprile – Torino, Hiroshima Mon Amour
7 aprile – Roma, Orion
8 aprile – Santa Maria a Vico (CE), Smav
15 aprile – Perugia, After Life
16 aprile – Pinarella di Cervia (RA), Rock Planet
23 aprile – Firenze, Viper
24 aprile – Bologna, Estragon
29 aprile – Trezzo sull’Adda (MI), Live Club

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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

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