Flee

Fuggire. Da tutti i punti di vista

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Flee
di Jonas Poher Rasmussen

È un documentario, è una biografia, è un film di animazione, è una storia terribile raccontata con leggerezza pensosa, ha raccolto una valanga di premi e va allOscar con tre candidature. Sdraiato sotto una videocamera come un paziente su un lettino psicoanalitico, Amin racconta al regista la storia della sua lunga fuga dall’Afghanistan alla Danimarca: figlio di un pilota di linea arrestato e fatto sparire all’ingresso dei sovietici nel paese, sfuggito ai mujahiddin, spostato nella russia post sovietica a vivere nascosto guardando telenovele messicane, vessato dalla corrottissima polizia moscovita, in balia dei trafficanti di uomini tra la Russia e l’Europa, costretto alla perdita dell’identità: quando devi pagare una fuga clandestina devi anche riscrivere la tua biografia e Amin, alla pena sociopolitica, aggiunge il dolore interiore: da piccolo adorava giocare vestito come le sorelle e se guardava i manifesti dei film di Jean Claude Van Damme provava una strana attrazione. La famiglia è l’unico punto di riferimento per un iraniano sradicato, ma la famiglia e la tradizione iraniana in teoria non riescono a concepire l’omosessualità. E la famiglia di Amin? Con rara misura la narrazione alterna il disegno animato ricavato dai corpi ai frammenti di documentazione storica e a un certo punto nella mestizia generale emerge Take on Me degli A-Ha, e anche il pop assume una valenza quasi liturgica. Vale la pena.

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