Proponiamo agli amanti del jazz più vivo e moderno una carrellata di quattro proposte italiane di alto livello. Insieme rappresentano come – repetita iuvant – il sound afroamericano di casa nostra abbia raggiunto livelli di eccellenza a volte apprezzati più all’estero che in patria.

Leonardo De Lorenzo Quintet

Leonardo De Lorenzo
on fiVe (AlfaMusic/Egea)
voto: 8/9

“Ogni brano racconta una storia, e tutte le storie di questo lavoro sono legate a un filo rosso che porta l’ascoltatore per mano, avvolgendolo nel suono moderno del gruppo.” Così il batterista campano, docente al Conservatorio di Benevento, presenta il suo nuovo album, il quinto come spiega il titolo e con tutti i simbolismi e le cabale – è il numero dell’armonia, della grazia, dell’equilibrio, di vari organi umani, degli oceani e così via – indicate nel booklet. Attivo da metà degli anni 80, De Lorenzo ha attraversato diversi territori sonori, dalla contemporanea alle colonne sonore teatrali, dall’amato progressive (con i mai troppo lodati Malaavia) alle varie vie del jazz attuale.
Questo cd, registrato live in studio con la presenza di pubblico, ne conferma l’intelligenza espositiva e le doti compositive in sei brani di grande spessore e sostanza, articolati come delle suite minimali, ricche di variegati sviluppi e stimolate continuamente dalle diverse combinazioni strumentali. Difficile scegliere tra i numerosi pregi di ciascuna composizione, che parte da una linea melodica semplice quanto diretta e solida, per poi svilupparsi in continui rimandi e intenzioni, in assolo mai fine a sé stessi e armonie altamente descrittive, atmosfere e colori che si avvicendano convincenti e incisivi. Da segnalare i solidi e lirici partner del leader, dal fido contrabbassista Vincenzo Lamagna al giovane talento del sax alto Ciro Marone, agli agili e stimolanti Ergio Valente a piano e piano elettrico e Giacinto Piracci alla chitarra.

Mauro Ottolini e l’orchestra Ottovolante
foto di Roberto Cifarelli

Mauro Ottolini & l’Orchestra Ottovolante
Il mangiadischi (Azzurra Music)
Voto: 8

Il trombonista veneto, per anni nell’orchestra dell’Arena di Verona, è uno dei più stimolanti e divertenti jazzisti di casa nostra. Vanta una carriera di altissimo livello, con collaborazioni al top (da Carla Bley a Tony Scott, da Han Bennink a Maria Schneider) e docenze alla New York University e al Conservatorio Superiore di Jazz a Parigi. Con i Licaones, i Sousaphonix e la sua Orchestra Ottovolante ha sviluppato un discorso musicale solido e variatissimo, in cui mette in luce la sua abilità assoluta nel trattare le più diverse materie sonore. Del resto ha suonato spesso anche in ambiti non strettamente jazzistici, già il suo primo cd vedeva la presenza di un rapper nel 1998, poi ha sviluppato sia un’attenzione speciale alle valenze orchestrali degli ottoni sia alle combinazioni sonore più varie – anche con strumenti non convenzionali -, diventando un arrangiatore eccellente di standard e di brani provenienti dai più disparati universi sonori, da Bix Beiderbecke e il jazz anni Venti al fado di Amalia Rodriguez oppure dall’acid jazz a Luigi Tenco, per fare solo alcuni esempi.
L’ironia e le canzoni del varietà sono la cifra stilistica dell’Orchestra Ottovolante, protagonista di questo doppio album registrato dal vivo a Perugia per Umbria Jazz e al teatro Martinelli di Sandrà (VR), con l’aggiunta di ospiti come Fabrizio Bosso alla tromba, la cantante Vanessa Tagliabue Yorke, il sassofonista Emiliano Vernizzi, il Coro A. Moreschi e altri. Con la sua voce simpatica alla Fred Buscaglione e arrangiamenti godibili, sciolti, equilibrati, gustosi, con riferimenti anche “storici”, di brani celeberrimi che intrecciano il repertorio latino di Perez Prado e Xavier Cugat con quello di Celentano, Nilla Pizzi, Carosone, Rabagliati, il Mambo italiano di Sophia Loren e Dean Martin, Mina, la Mi va di cantare di Luis Armstrong e la Goomba Boomba di Yma Sumac, Trio Lescano, Ernesto Bonino e soprattutto l’amatissimo Buscaglione, di cui propone quattro canzoni in maniera molto aderente al personaggio.

Roberto Magris

Roberto Magris
Match Point (Jmood)
Voto: 8

Ci sono musicisti capaci di esprimersi nei contesti più diversi senza mai perdere i propri riferimenti e la propria linea espressiva, solida come uno scoglio e insieme leggera come un’imbarcazione a vela nell’affrontare i marosi volubili del mare magnum che è il jazz contemporaneo. Il pianista triestino Roberto Magris è uno di questi: non per nulla è il jazzista italiano che ha inciso più album di tutti negli States, terra dove non amano i voltagabbana nemmeno in ambito musicale. Questo suo ennesimo lavoro è un disco internazionale a tutti gli effetti, registrato a Miami con il vibrafonista cubano Alfredo Chacon, il batterista costaricano Rodolfo Zuniga e il contrabbassista (ma suona anche una varietà di altri strumenti come mostra il suo debutto da solista Ivy) americano Dion Kerr.
Match Point – che risale a fine 2018, ma è uscito da poche settimane cogliendo ottimi apprezzamenti perché, come ci dice Magris, «renderebbe bene, secondo gli statunitensi, lo spirito solare della Florida» – è un perfetto esempio di straight jazz, lirico, versatile, equilibrato, aperto da una brillante versione della Yours Is The Light di santaniana memoria e sviluppato con energia e apertura mentale. Sono opera di pianisti i tre brani che il quartetto rielabora dal songbook jazz USA: quasi monumentale la revisione in crescendo, attualissima e levigata della Search For Peace di McCoy Tyner, profondamente empatica quella in solo della magnifica Reflections di Thelonious Monk che definisce tutte le qualità del Nostro, vivace e luminosa appare poi la Caban Bamboo Highlife di Randy Weston. I restanti quattro brani, firmati dal leader, confermano il power play del quartetto, filante e moderno, con il vibrafono che fa da contraltare al piano, una ritmica pulsante e un appeal latineggiante sempre vivo, ma mai invadente.

Germano Mazzocchetti Ensemble

Germano Mazzocchetti Ensemble
Muggianne (AlfaMusic/Egea)
Voto: 9

Il fisarmonicista abruzzese si fa un regalo di grande pregio in occasione del suo 70esimo compleanno. Muggianne è un album di enorme qualità e ricchezza espressiva, che Nicola Piovani nelle note di copertina definisce “di musica swing-folk-post-espressionista-politonoangolàna”, dove angolàna indica il dialetto di Città Sant’Angelo, dove Mazzocchetti è nato. Il sestetto dei protagonisti (con il soprano e i clarinetti di Francesco Marini e la chitarra di Marco Acquarelli in evidenza) è arrivato al terzo album insieme, il quarto lavoro jazz nella lunghissima discografia del Nostro, raggiungendo insieme una solidità e una nonchalance espressive di alto livello, che danno lustro ai nove brani che il leader ha scritto – «qualcosa di mio, solo mio», dice – senza legarle al commento di immagini o di situazioni, siano esse teatrali o cinematografiche, ovvero la specialità della casa,
Il risultato è un cd di una mobilità intrigante, dai riferimenti world pieni e intensi, dalla grande ricchezza melodica e dal procedere avvincente. Musica che galoppa sulla riva, sollevando schizzi d’acqua e rena, scivolando e inzuppandosi, spumeggiante vitalità e vigore, dalle mille e una variazioni, con una punteggiatura ritmica sapiente e un incedere, sempre corposo su cui volteggiano le ali lievi della viola di Paola Emanuele e cui la fisarmonica offre una pienezza fiera, a volte quasi orchestrale. Brani più world-jazz come l’iniziale La giostra della monachella oppure più à la Mingus come Incroci dolosi, compongono una carrellata ricchissima chiusa dal post-free della title-track, il cui titolo non a caso in dialetto significa “sta’ zitto”.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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