Roberta Giallo, viaggio d’artista. La libertà, l’amore e… Lucio (Intervista)

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Roberta Giallo
© Valerio Mengoli

È disponibile dallo scorso 4 marzo La città di Lucio Dalla, il nuovo singolo di Roberta Giallo (QUI il video ufficiale), un’intensa dedica al cantautore bolognese e alla sua città, che da sempre apre le porte ai giovani talenti. La cantautrice ha voluto così omaggiare la città che anni fa le ha spalancato le porte e le ha reso possibile fare incontri che hanno influenzato il suo percorso artistico.

Prodotto dal polistrumentista Enrico Dolcetto, La città di Lucio Dalla rappresenta l’eterna gratitudine, l’amore e la riconoscenza che Roberta Giallo prova nei confronti della città di Bologna e di uno dei suoi artisti-simbolo di più grande valore: «Questo brano è un’ode-pop all’Artista che ho avuto il privilegio di frequentare e a Bologna, città che mi ha adottata e che mi ha concesso di incontrare Lucio, mio amico e mentore speciale —racconta Roberta — Bologna è testimone della mia esistenza e mi ha sempre fatto sentire a casa, così del resto ha sempre fatto Lucio, che mi invitava a sperimentare, a osare di più: “sbaglia e impara, Robertina” mi diceva e così ho fatto. Questa canzone è dedicata all’artista, alla sua città e a chi, come me, li ama con la A maiuscola»

La città di Lucio Dalla è un racconto in musica che coinvolge tutti i sensi, catapultando l’ascoltatore in un mondo fatto di immagini tangibili, di persone che si incontrano e di sogni che si realizzano. Attraverso questo brano, la versatile cantautrice narra una storia autobiografica che inizia nella città dei portici: è qui che si incrociano sogni da realizzare, timori, incontri e soprattutto amicizia e gratitudine.

Roberta Giallo, cantautrice, attrice teatrale e cinematografica, autrice di romanzi e colonne sonore, pittrice, vincitrice di diversi premi della critica, è un’artista decisamente eclettica, dalla timbrica orchestrale in grado di viaggiare tra i più diversi stili con un bagaglio sempre perfettamente in linea col tempo delle sue note e una originalità stilistica tale da saper coniugare con tutt’altro che consueta omogeneità lirismo e passione, filosofia e ironia, espressività e intimismo, a disegnare un profilo di rara multidimensionalità in un panorama sempre più tristemente uniforme di mestieranti di bassa collina in termini di estro e di coraggio creativo.

In una lunga e piacevole chiacchierata, Roberta ci ha aperto le porte del suo universo, spaziando tra ricordi, introspezione e riflessioni profonde sul senso ultimo del fare Arte. Con il sorriso pungente e affettuoso di Lucio Dalla a far da inchiostro d’ogni pensiero.

 

TESTO E COVER DE “LA CITTÀ DI LUCIO DALLA”

Roberta Giallo

Arrivai così
con la valigia piena di sogni
qui, sì, proprio qui
volevo aprirla per liberarli
e per non rimpiangerli
quando sarebbero passati gli anni
per ritrovarli
una volta diventati enormi

Ed andò così
feci progressi e tanti tanti incontri
fino a confondermi
con l’essenza di molti altri
e quel che ho trovato qui
non me lo ha dato mai nessuno
nessun artista, nessuna città
per questo io resto qua…

Bologna Bologna Bologna… la città di Lucio Dalla…
mi sei un po’ madre e mi sei un po’ figlia
è te che chiamo la mia famiglia
Bologna Bologna Bologna… ti voglio bene e non so stare senza!
E non resisto più di mezzo mese
senza la Piazza delle Sette Chiese

“Sbaglia e impara”, Lucio mi diceva
“Sbaglia e impara”, Lucio mi insegnava…

Sono tutti qui
i giovani più educati
ma anche quelli un po’ così
i più sbandati e disadattati
e poi quanti libri
c’è chi a pensarci si sente male
o chi diventa un intellettuale
e te la viene a raccontare…

Bologna Bologna Bologna… la città di Lucio Dalla…
mi sei un po’ madre e mi sei un po’ figlia
è te che chiamo la mia famiglia
Bologna Bologna Bologna… ti voglio bene e non so stare senza!
e non resisto più di mezzo mese
senza la Piazza delle Sette Chiese

“Sbaglia e impara”, Lucio mi diceva
“Sbaglia e impara”, Lucio mi insegnava…

Ad essere libera,
Angelica e Diavola
Persino un po’ zingara
e senza, senza, senza, vergogna…

Bologna Bologna Bologna… la città di Lucio Dalla…
Bologna Bologna Bologna… la città di Lucio Dalla…

 

LA NOSTRA INTERVISTA 

Roberta Giallo

Partiamo proprio dal principio: come ti sei avvicinata al mondo del cantautorato?
Guarda, che io ricordi, da quando sono in vita ho sempre amato la musica. Sembra una risposta banale, ma è la verità. Già dai tre, quattro anni, nella libreria musicale di casa c’erano dischi di Dalla, Pino Daniele, De André , Battiato… ricordo anche questa cassettina di De André che ascoltavo in continuazione, e i viaggi in macchina durante i quali in continuazione volevo ascoltare “Caruso”. Quindi l’ascolto dei cantautori, unito anche a quello di molte voci della musica black quali quelle di Aretha Franklin, poi Lauryn Hill, e i Beatles, mi ha accompagnato fin da piccolissima.

Crescendo, ho perseverato e, dopo l’incontro umano e professionale con Lucio Dalla ho cominciato a studiarli ulteriormente e ad approfondire molto di più. Infatti, anche la poetica di Lucio Dalla legata a Roversi e i dischi meno conosciuti ho iniziato a studiarli dopo averlo conosciuto. Ho amato e amo anche molto cantautrici quali Carmen Consoli e Cristina Donà. In generale, sono stati questi i riferimenti a me più vicini. 

Invece il primo approccio a una scrittura tua quando è arrivato, e in risposta a quale urgenza comunicativa?
Anche quella direi, per inclinazione naturale: io ero molto portata a creare, oltre che a eseguire. Ho studiato pianoforte classico, ma fin da allora destinavo del tempo a comporre musica. Già dai cinque anni mi piaceva improvvisare, e la prima canzone la scrissi a 11 anni perché volevo creare un luogo astratto dove le parole e la musica potessero incontrarsi. Dopo tanti tentativi, più o meno riusciti, sono poi riuscita a diventare una cantautrice.

Ricordo il periodo dei 15 anni, in cuia scoltavo molto musica americana e inglese, e ho dovuto cercare una strada per utilizzare la mia lingua. Come accade a molti che si formano ascoltando musica straniera, non è semplice trovare fin da subito il proprio stile, che unisca suono e significato. Intorno a quell’età ho iniziato a lavorare proprio su questo: sul dare autenticità alla voce, sul costruire un percorso che fosse autenticamente mio. 

Soffermiamoci sulla nascita della canzone: qual è il core del tuo scrivere, quello sul quale edifichi poi l’intera creazione?
Tutto secondo me si genera o da un’intuizione, cioè da un fatto quasi intellettuale, o da un fatto legato all’istinto e all’ispirazione. Diciamo che, quindi, alcune canzoni hanno una spinta più intellettuale, legata alla riflessione, mentre altre sono figlie di una spinta legata al concetto greco di ispirazione, il “daimon”, il demone interiore che ti suggerisce anche in modo patetico — intendendo proprio l’accezione nobile della parola, il pathos — la strada per arrivare a un senso. Mi muovo su queste due onde: la libera ispirazione o la scintilla intellettuale legata anche a una riflessione, a una parola che ti suggerisce un discorso, o ancora l’esigenza di raccontare una parte del proprio vissuto  o del vissuto di altri che mi ha colpito.Esistono molteplici generi di canzoni, e le canzoni possono avere tante chiavi di lettura. Il piano, poi, è senza dubbio lo strumento che mi aiuta nella scrittura e anche nell’ideazione.

Molto interessante è l’uso della metafora naturalistica nel parlar d’amore: di solito, la si adopera in una forma molto più “intimista”, andando a giocare sui piccoli dettagli. Nel tuo caso, la natura viene osservata con un respiro molto più ampio, più “universale”.
Ti dico la verità: come tutte le persone su questa Terra, anch’io subisco il fascino della natura. Tant’è vero che la prima Arte, così dicono gli antichi, è nata per emulazione: il primo soggetto che noi possiamo imitare è proprio la natura. Quindi nelle mie canzoni, onestamente talvolta anche in modo inconsapevole, la natura ci rientra perché  è tra le prime cose che ho potuto ammirare sia da un punto di vista estetico che empatico.

Un altro aspetto degno di nota è il modo nel quale descrivi la libertà: una esigenza imprescindibile, ma anche uno specchio che intimorisce perché ti costringe al confronto con le tue stesse contraddizioni. Qual è la tua definizione di “libertà”? Ritieni che in quest’epoca di socialità forzata si sia più o meno liberi rispetto al passato?
Mi concenterò su un tipo di libertà, perché esistono la libertà e le libertà: avendo studiato filosofia, facco molta attenzione a non pontificare sul significato che si vuole associare a una parola così importante.

La libertà della quale ti voglio parlare è quella alla quale do l’accezione di “espressione artistica libera”, non vincolata. Dici bene: credo di essere una persona equilibrata nei miei conflitti e nelle mie contraddizioni, nel senso che mi piace molto vedere e ascoltare i miei contrasti. Da giovane vedevo molto di più le cose in una dimensione di bianco e nero, crescendo mi sto rendendo conto che la complessità del mondo e la complessità nella quale si muove un artista che vuol essere libero il più possibile — io amo definirmi un’artista libera perché costruisco la mia musica seguendone tutto il progetto creativo dalla nascita agli arrangiamenti pur appoggiandomi a collaboratori dettando un filo rosso che lega quello che scrivo al risultato finale — incontra a volte un compromesso, o comunque il bisogno di dover trovare delle vie di mediazione per riuscire a fare qualcosa. Nel momento in cui si entra nel mercato della musica pubblicando un album, non esiste più solo la canzone che nasce al piano e resta nella tua camera: esiste anche tutta quella fase nella quale la tua opera dev’essere messa al mondo.

Diciamo che il momento di libertà più grande, che ci tengo a preservare, è quello della scrittura: quando scrivo e quando arrangio, la mia libertà mi mette inconflitto col il tempo in cui vivo e con le regole di questo tempo, incluse quelle commerciali. Però quella libertà la preservo. Poi c’è una fase due, il veicolare l’opera nel mondo: lì mi rivolgo a dei professionisti, e inizia un confronto che a volte può darti la sensazione di limitare la tua libertà; ma a quel punto si tratta della necessità di apprendere alcune regole che possano far sì che ciò che hai realizzato abbia la giusta diffusione.

Facendo un bilancio, mi reputo una persona molto libera, nonostante lo schiavismo psicologico di questi tempi: noi, dobbiamo riconoscerlo, siamo molto schiavi del politically correct. Un vero male dei nostri tempi che, se da una parte ci preserva dagli scandali, dall’altra parte ha annullato completamente il senso critico. Pacatamente, delle verità scomode è bene anche dirle, e io provo a farlo assumendomene le mie responsabilità, come quando una volta criticai il Festival di Sanremo di qualche anno fa nel quale la presenza femminile era davvero esigua. Poi, chiaramente, spero di farlo sempre nel modo più rispettoso e decoroso, però molti artisti sono bloccati da questo “killer del pensiero” che uccide lo spirito critico e la libertà che nel nostro lavoro dovrebbe comunque essere salvaguardata il più possibile. 

Io ho trovato questo mio equilibrio per sentirmi libera, e magari anche rispetto ai social network ogni tanto faccio quel post che so che non avrà particolare consesi perché più intellettuale, e lo intervallo con una foto più simpatica e leggera. Ognuno deve trovare il proprio sistema per veicolare il messaggio senza perdere di vista la propria identità, né modificarla per consenso. 

Tornando alla libertà di parlare di ogni argomento secondo il proprio equilibrio, il tuo album L’oscurità di Guillaume è un vero e proprio concept sulle stagioni dell’amore, dalle primissime fasi alla rottura, passione compresa: come hai strutturato questo viaggio? Ti sei mai sentita pudica rispetto al racconto dell’intimità?
Diciamo che la scrittura mi dà questa libertà che non sempre ho incontrato nella vita, tant’è vero che, prima di diventare più adulta, mi dichiaravo alle persone delle quali ero innamorata scrivendo. Fa parte di me la scrittura come luogo nel quale sentirmi libera e trovare il coraggio di dire ciò che di persona non riesco ad ammettere. “L’oscurità di Guillaume” non è un album pudico: lo è forse nella forma, ma è una scelta: sia le sonorità sia il testo hanno una potente aulicità. Per esempio, in “Non amarmi due secondi” descrivo l’amore legato al tatto, in “Notte di luna senza stelle” di fatto descrivo l’atto sessuale, tutto ciò in modo cifrato o poetico ma senza vergogna. Ho voluto raccontare l’amore in tutti gli aspetti che ho incontrato: questa luce aulica dettata anche dagli arrangiamenti è un occhio sull’amore che tocca varie sfaccettature ma in una forma più poetica, che ammorbidisce e permette di non avvertire nemmeno una eventuale scabrosità.

Dal punto di vista delle sonorità, spazi tra i generi, dallo swing alla ballad classica, con una maestria e una fluidità degne di nota. Come arriva quel suono ad accompagnare le parole? Sono esse stesse a suggerirlo o ne originano?
Dipende: inizialmente, tendevo a partire dalla musica per poi scrivere il testo, ma è capitato poi che accadesse il contrario. Tendenzialmente, dal momento nel quale ho abbracciato l’idea di esprimermi nella mia lingua — le prime canzoni le ho scritte in inglese e poi facevo una sorta di adattamento all’italiano —, parola e suono nascono insieme, il suono si appoggia alla parola e viceversa, influenzandosi reciprocamente.

Quali sono le differenze più rilevanti, se ci sono, tra il creare musica in inglese e il farlo in italiano?
Da italiana, quando scrivo in inglese abbandono la mia italianità per entrare a contatto con un mondo che non mi restituisce tutti i significati che io posso padroneggiare nella mia lingua. Se scrivo in inglese, quindi, non eprdo le sfumature ma mi sento come un bimbo che scrive, ed è più semplice essere essenziali non solo perché non si dispone di tutte le scelte messe a disposizione dal vocabolario. Cerchi quasi la cosa più semplice, ti viene spontaneo andare all’essenza delle cose senza perderti nelle sfumature del linguaggio, ma è una operazione interessante perché anche la tua anima si dispone nel cercare subito l’essenzialità. In quel caso, il suono forse precede tutto, anche la parola.

Diverso è lo scrivere in italiano: chiaramente, ho a disposizione una conoscenza della lingua molto più approfondita che influenza anche ciò che vado a raccontare o a interpretare. Se scrivo in italiano, sono molto più matura, come se avessi letteralmente più anni. 

Il progetto di cover Vicina vicina, nato durante il primo lockdown, ti vede reinterpretare alcuni tra i brani più belli di cantautori quali Dalla, Tenco e De André. Li hai selezionati “per s0lo amore” o seguendo una precisa linea di racconto?
Intanto, quando si parla di brani preferiti di grandi autori e autrici, faccio fatica a dare una risposta: ho scelto quei brani che in quel momento ascoltavo di più e che secondo me avevano un legame con quel tempo storico. Tant’è vero che se parlo, ad esempio, di “Hotel Supramonte” di De André, quella canzone fa riferimento a un rapimento e noi stavamo segregati in casa, se parlo di “Anidride solforosa” di Lucio Dalla, è un brano che tratta delle macchine che ci diranno quando fare l’amore, scritto diversi anni fa ma che aveva predetto questo tempo delle applicazioni nel quale siamo soggetti al dominio, al controllo da parte delle macchine. Se penso a Luigi Tenco, scegliendo “Vedrai vedrai”, anche in quel caso, in un momento di depressione e segregazione totale, manifestavo l’idea e la speranza di un futuro più roseo ma con una forte malinconia di fondo.

Quindi diciamo che ho seclto dei brani che, nel loro essere eterni, ben si sposavano con le emozioni che tutti stavamo vivendo. “Vicina vicina” ero io al cuore delle persone: ho cercato gli altri attraverso la condivisione di emozioni simili. 

Veniamo al tuo incontro e poi all’amicizia con Lucio Dalla: si dice spesso che non bisognerebbe mai incontrare i propri idoli perché si rischia di restarne delusi. Ovviamente, non è stato il tuo caso: com’è nato e come è cresciuto il vostro legame?
Guarda, io adoravo Lucio da prima di conoscerlo, ma la cosa meravigliosa è stata che lui ha scovato me: io non ho mai bussato al suo portone, ma le casualità della vita hanno fatto sì che il produttore Mauro Malavasi, con il quale stavo lavorando, un giorno mi dicesse «Voglio farti conoscere Lucio Dalla, voglio fargli ascoltare cose tue perché secondo me lui è l’unico che può capire fino in fondo chi sei e cosa vuoi fare». Quindi lui fece avere a Lucio questi provini e fu Lucio ad alzare la cornetta e a dirmi che voleva conoscermi. Quando avvenne questo incontro, poi Lucio volle anche frequentarmi, e mi coinvolse in tanti progetti. Produsse con Malavasi lo spettacolo che portava in scena “L’oscurità di Guillaume”, e dunque partecipava anche alle sessioni di prove nelle quali recitavo e cantavo.

Abbiamo passato tanto tempo insieme, sia in teatro che in studio di registrazione, ma anche al cinema e al ristorante, a casa sua e a casa mia: uscivamo dal momento professionale per condividere il tempo della vita. L’aspetto che più mi ha colpito di Lucio era questa sua contraddizione risolta nelle sue sfumature: era una persona estremamente seria ma anche scherzosa e giocherellona. In lui questi contrasti incredibili trovavano un equilibrio, un equilibrio per il quale mi è parso sempre da una parte come una specie di compagnetto di giochi, un amico di famiglia più adulto, e dall’altra parte come un grande professionista dal quale imparare. Lucio poi abbatteva completamente anche tutte quelle che sono le regole umane della conoscenza: la prima sera che siamo usciti insieme non c’era posto nella macchina e lui mi fa «Siediti su zio, Giallina»: sedetti sulle sue gambe in un modo così grazioso che suonava tutto come un rapporto tra due persone di famiglia. Un modo per avvicinarsi anche affettivamente. Lui rompeva gli schemi e le distanze, e poteva permetterselo perché sapeva come fare.

Quando a volte qualcuno mi dice «lo hai idealizzato, aveva anche lui dei momenti e degli aspetti negativi», io rispondo sempre «che vi devo dire, io questo Lucio ho conosciuto»; probabilmente, avendolo frequentato negli ultimi due anni e mezzo della sua vita, l’ho trovato più intenerito, o comunque ha voluto mostrarmi prevalentemente questi lati. Non credo di averlo idealizzato, e anzi, con tutto il lavoro che sto facendo per la salvaguardia del suo patrimonio, anche di quello meno conosciuto, spero di dare vita a una continuità con questo grande artista poliedrico che ancora ci parla attraverso le sue canzoni, Lo sento quasi come un dovere morale quello di parlarne, di diffondere la mia testimonianza, una testimonianza di ciò che era lui ma anche di ciò che posso essere io, perché nel mio percorso ha significato moltissimo questo incontro

Ho aspettato anche a parlarne, ti dico la verità, perché quando Lucio morì non ne feci parola, e anche le pubblicazioni delle mie opere in cui lui c’entrava sono avvenute postume, a distanza di anni. Adesso che non posso essere tacciata di sfruttarne il nome, mi sento libera di dire con amore e gioia che Lucio è un grande e che gli vorrò sempre bene e gli sarò sempre grata. “La città di Lucio Dalla” è proprio un messaggio personale ma anche corale di gratitudine nei confronti di un artista immenso.

Ne La città di Lucio Dalla citi “sbaglia e impara” come l’insegnamento umano e professionale più importante che Lucio ti ha lasciato: c’è qualche altro consiglio, o esempio, che porti sempre con te, tanto nel tuo viaggio personale quanto nel tuo creare?
Sicuramente c’è anche altro : diciamo che questa frase mi può servire a riassumere molto di lui nel rapporto con me. In qualcuno che ti dice “sbaglia e impara” c’è sì la voce del maestro — come ci tengo sempre a ribadire, però, lui non faceva il maestro, non si è mai imposto come tale, ero io a vedere in lui quella figura —, ma c’è anche l’invito a essere liberi, liberi dalla paura di sbagliare, di non fare le cose giuste.

Lui sicuramente mi ha liberato dalla vergogna, ma anche dal troppo pudore che a volte nella vita mi ha impedito di essere scaltra, di chiedere, di farmi vedere. Un artista alla fine deve esporsi. Mi fanno ridere quelli che su Facebook scrivono “ti vuoi far vedere”: beh, faccio l’artista, dovrei rinchiudermi in un convento? Certo, poi c’è modo e modo di cercare attenzioni, però trovo questa affermazione insensata: l’artista si espone per portare un messaggio, per portare un colore, per portare della bellezza, almeno nelle intenzioni… o anche della bruttezza: ha senso anche il brutto, così da poter fare i dovuti confronti. 

Nella canzone “La città di Lucio Dalla” c’è anche un aneddoto molto carino: quando stavamo lavorando a questo spettacolo nel quale io cantavo, suonavo e recitavo — Lucio è anche responsabile del mio essere diventata, e lo dico umilmente, una attrice — e dovevo pronunciare una specifica battuta. Lui mi consigliò di dirla in un certo modo e io gli feci presente che in italiano era sbagliata, e Lucio mi rispose «che te frega? Detta così si capisce meglio, è più diretta», e io lo guardai anche contrariata, forse una delle pochissime volte nelle quali mi è capitato. Tutto questo avvenne in modo molto amabile e forse in quel momento capii il senso profondo di ciò che lui voleva insegnarmi: non era tanto la frase, era un dire «Robertina, tu sei sempre così rigorosa, sempre così precisa: sentiti libera di sbagliare, di rompere queste regole tue e di chi te le ha date». Mi ha fatto capire che potevo e dovevo osare senza paura, il che mi ha dato una grande carica. Lucio era una persona divertente, autoironica, intelligentissima, e io mi sono sentita molto vicina a lui in tutta questa gamma di modi di essere, all’apparenza contraddittori eppure coerenti. 

Hai parlato della salvaguardia e del recupero delle opere di Lucio: hai in programma qualche progetto specifico per il prossimo futuro, in tal senso?
Intanto, lo spettacolo con il quale abbiamo debuttato con Ernesto Assante il 4 marzo, “Il mio incontro con Lucio Dalla”, nel quale racconto degli aneddoti che mi legano a lui mentre Assante ne dipinge il quadro storico — lo porteremo in scena anche a Montecarlo il prossimo 9 giugno e speriamo anche in altre date —, e poi ci saranno degli omaggi che porterò sul palco quest’estate, quindi seguitemi perché non finirà lì. Anzi, esiste un brano nello studio di Lucio, in mezzo a tanti altri del suo archivio, una canzone sua che era solo musica e che mi fece eseguire: spero venga ritrovata e un giorno pubblicata. 

La città di Lucio Dalla è un omaggio ricco d’amore a un luogo che ha rappresentato la culla d’incontri personali e di momenti professionali per te particolarmente preziosi: se ti chiedessi di fissare una istantanea che faccia da “immagine di copertina” di un album di ricordi lì ambientato, quale sceglieresti?
Ce ne sono diverse, ma ne sceglierò una: c’è una foto che paradossalmente è l’unica nella quale io e Lucio Dalla siamo vicini — quando stavo con lui, non mi ero ancora trasformata in una giapponese che fotografa tutto perché mi sembrava di togliere sacralità al momento —, un selfie scattato un giorno che Lucio venne a casa mia per girare dei video che dovevano essere inseriti nello spettacolo teatrale che produceva insieme a Mauro Malavasi: a un certo punto, Lucio era dietro di me che mi suggeriva delle cose e io ne approfittai per catturare quell’istante. Una delle foto più care che ho, che mi ricorda la vicinanza emotiva a quella persona. 

Ormai sono passati degli anni, e in quello scatto c’è anche una me che riconosco, che vive ancora in me ma non è la me di adesso, alla quale guardo con tenerezza ma anche con ammirazione, perché tutto sommato, nonostante il percorso tortuoso che è connaturato all’essere artista, posso dire d’avere sempre cercato di dare il meglio che potevo, pur sbagliando.

Nella tua ricca carriera hai vissuto il mondo del cinema da due prospettive differenti: da attrice e da autrice di colonne sonore. Ti chiedo innanzitutto se esista un punto di contatto tra cantautore e attore, e in che misura queste diverse facce del fare arte possono influenzarsi reciprocamente.
Con questa domanda mi dai modo di fare anche una piccola critica a chi, secondo me, non considera le sfumature: a volte si dice a un cantante “sei costruito” come fosse un’offesa. Io dico: attenzione, però, ché la costruzionefa aprte dell’artista se è un artista che studia, che si documenta, che edifica se stesso. Un conto è esser costruiti in modo sano, un conto è essere finti. Ma non si può neanche dire che sia sbagliato essere finti, perché l’arte, il palcoscenico, è verita mista a finzione. Tant’è vero che Lucio Dalla mi diceva che a volte la finzione è più vera del vero. 

Bisogna distinguere i momenti dell’umanità, della sincerità e del famoso “sii te stesso”, con la trasparenza più grande possibile, dal palcoscenico: come si fa in scena a dire quando sei te stesso e quando invece, magari, stai recitando? Un artista non può non “entrare” in ciò che sta facendo: se canto le mie canzoni, cerco di risalire sempre alla cellula primigenia che ne ha determinato la nascita, quindi di ritrovare la me stessa che ha scritto il pezzo per aderirvi nel modo più autentico possibile. Così, una canzone che ho scritto dieci anni fa torna a essere vera ogni volta che la canto. Ma allora anche quello è un processo di finzione, di recupero di un sé che non è più quello attuale.

Diverso è il discorso quando si interpretano opere di qualcun altro: lì cerco di entrare nella canzone, di aderire allo spirito del pezzo seppur vestendola di un mio punto di vista. Per esempio, io ho cantato i Beatles con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese: sono una donna, non sono Lennon e McCartney, e diventa interessante andare a “vivere” le creazioni di altri. Venendo alla risposta precisa alla tua domanda, non credo possa esistere un cantautore che non sia in parte attore, o un attore che non sia, in qualche modo, cantante. Tant’è vero che, nell’antichità, poesia e musica erano unite, c’era sempre un accompagnamento. Noi insceniamo il dramma, insceniamo la gioia, e la spontaneità e la sincerità vanno considerate un punto d’arrivo. Le prime volte che si sale su un palco, infatti, paradossalmente si è più impacciati che nella vita: s’impara a essere onesti, veri e sinceri proprio perché ci si costruisce come artisti. 

Restando ancora in ambito cinematografico, per una cantautrice che crea il suo mondo artistico è più semplice o più complesso adattarsi alla visione di qualcun altro?
Ti dico la verità: secondo me è rilassante. C’è una cosa, in realtà, che non è rilassante, e sono gli orari del cinema, ma anche i ritmi: le levatacce alle sei sono all’ordine del giorno, Tolto questo aspetto, però, è davvero rilassante offrirsi come strumento dell’occhio di un altro, perché lì sfuggendo a te stesso ritrovi te stesso. Non devi fare tutto tu, al contrario di quanto accade quando sei cantautrice: io, per esempio, tengo sotto controllo tutti gli aspetti della nascita delle mie canzoni e delle performance live, quindi è un impegno molto grande. 

Al cinema, invece, intanto se sbagli puoi sempre riprovare o fermarti, a differenza di quanto acacde nel mondo della performance live di un certo livello, nel quale l’errore grossolano non è consentito. Questo lo considero davvero un modo per ritrovarmi che è alternativo a quello della canzone. Sarò felice di continuare a farlo: a breve inizieranno le riprese del prossimo film che sarà un documentario nel quale racconterò la storia delle etichette indipendenti degli ultimi venticinque anni. 

In sintesi, nel cinema ti affidi ancora di più agli altri, perché è una macchina molto grande con numerosi comparti, e devi lasciarti guidare; è meraviglioso questo donarsi, il seguire il tracciato di chi ti guarda e ti osserva, e il farlo senza vergogna. Allo stesso tempo, ti senti protetta da un gruppo di professionisti che stanno lavorando tutti con te e per te. 

Ultimamente hai anche musicato delle poesie, che hai raccolto nell’album Canzoni da museo. La poesia ha già in sé una naturale musicalità: come lavori per farla emergere e per amplificarla?
Come sempre, io dico che ogni cosa nasce perché deve nascere ma non è uguale a tutte le altre: credo di aver sentito l’impulso irrefrenabile di musicare quelle poesie perché erano proprio quelle e non altre. Ho semplicemente sentito nei versi, per primi in quelli di Giovanni Gastel, una musica che mi ha portata anche a sentirmi serena nel fare questo tipo di operazione. Non amo le forzature, quindi, non avessi trovato l’ispirazione legata a quelle liriche in particolare, tutto questo non sarebbe mai nato. Tra l’altro, il nipote di Roberto Roversi, che ha scritto anche per Lucio Dalla, è mio amico, e mi aveva già sottoposto dei versi  ineditida cantare.

Dunque, è stata una operazione naturale e molto rispettosa perché, appunto, la poesia ha già una musicalità, e quindi musicandola crei una sorta di realtà aumentata, un altro mondo. rispetto a un mondo che già esiste, che già “regge” da sé. Però il tutto è avvenuto senza fatica, perché quelle poesie le ho respirate e ho sentito la musica che contenevano. Questo mi ha permesso di costruire un mondo sonoro ma anche di tracciare una storia. Perché alla fine anche questo album, con dentro le canzoni di tre poeti diversi, traccia una storia che parte dalle origini del mondo e della vita, passa per le esperienze di sapori familiari e d’amore, e arriva alla morte e al viaggio dopo la morte. Quindi queste poesie divenute canzoni tracciano un movimento dell’essere disegnato da poeti che ho avuto la fortuna di conoscere: Giovanni Gastel era mio amico, Davide Rondoni è mio amico, Roberto Roversi l’ho conosciuto tramite suo nipote e tramite Lucio in modo molto tangibile. 
Poi, certamente, mi sono relazionata alla musica in modo diverso rispetto a come agisco quando si tratta della mia musica, con un senso di rispetto molto più  grande. 

Mi par di capire che il tuo ideare preveda sempre che il risultato finale prenda la forma di un racconto completo…
Certo!  Difficilmente credo che riuscirei a concepire l’idea di un album — a meno che non si parli di un greatest hits quando sarò ricchissima e famosissima a fine carriera (ride, n.d.r.) — che non fosse un concept. Una raccolta deve avere un senso, un legame, deve tracciare una storia, come mi hanno insegnato anche tutti i grandi. Mauro Malavasi, quando produceva Dalla, nel costruire gli arrangiamenti per un album pensava a un mondo che avesse, pur nella disomogeneità, una omogeneità di fondo. E io questo lo faccio sia con la musica che con la scelta delle canzoni, sia che siano state scritte con la finalità di far parte di quello specifico album, sia che le vada a ripescare dagli anni passati, perché comunque c’è qualcosa che ritorna sempre o che può rappresentare un nesso tra la scrittura passata e quella attuale. 

Nel tuo romanzo Web love story hai raccontato, di fatto, la genesi de L’oscurità di Guillaume: come nasce l’esigenza di mettere per iscritto un processo di creazione musicale?
Guarda, così come da piccola desideravo cantare, allo stesso modo desideravo diventare una scrittrice. In realtà, davvero volevo scrivere un romanzo forse fin dalle scuole medie, ma la vita non mi aveva fornito ancora la materia interessante per avere la carica e l’ispirazione necessarie per adoperarmici. Si tratta di un processo molto più difficile rispetto alla scrittura di una canzone, richiede tempo, energie, una coerenza narrativa più ampia. Poi, ho vissuto una storia d’amore molto atipica, con un finale, ahimè, non roseo, e per riavermi da questa storia, ancor prima di  realizzare le canzoni che poi sono confluite nell’album “L’oscurità di Guillaume” ho scritto il romanzo. Potrei definirlo un atto terapeutico. Di fatto, non è altro che la versione letteraria, narrativa, dell’album stesso, così come lo spettacolo teatrale che hanno rpodotto malavasi e Dalla è la versione “da palco” della medesima storia. Manca solo il film (ride, n.d.r.)

Il romanzo ha significato un viaggio nuovo, per certi aspetti simile a quello della canzone, ma per altri del tutto differente: la prosa si distribuisce su tempi più lunghi, su ragionamenti, sul far quadrare tutto, sul leggere e rileggere a distanza di tempo inzio e finale… la canzone, così come la poesia, hanno processi creativi di gran lunga più immediati. Un po’ come la differenza tra l’orgasmo e tutto il corteggiamento che poi porta ad arrivare all’orgasmo, per usare una metafora di universale comprensione (ride, n.d.r.).

I tuoi tour ti hanno portata letteralmente in tutto il mondo. In cosa differiscono, a tuo modo di vedere, la percezione e la valorizzazione dell’arte all’estero rispetto al nostro Paese?
Ogni paese è effettivamente diverso sia nella ricezione che nel comportamento, ma può anche stupire: per esempio, a me avevano detto che a Hong Kong il pubblico partecipa, ma non è così caloroso o entusiasta: invece, nel mio caso c’è stata grande espansività, forse perché il contenuto che portavo era esilarante… e così Hong Kong si è trasformata in Napoli, paragone per me assolutamente affettuoso. Da una parte c’è il costume del luogo — per esempio, anche se in questo momento mi fa uno strano effetto ricordarlo, io ho cantato sia a Mosca che a Kiev, e il pubblico lì è più tenuto rispetto a quello di altri paesi —, dall’altra c’è la reazione alla performance, che dipende dal contenuto, dalla gestualità, dal legame che si costruisce col pubblico. Stessa accoglienza positiva a Ho Chi Minh, a Oslo, a Los Angeles, tutte esperienze pazzesche. Io parto amando il pubblico, non temendolo, e forse anche questo aiuta. 

Come cambia l’atto performativo dal concerto al live teatrale?
Innanzitutto, come per la musica, anche il teatro è un affidarsi a se stessi. Credo ci siano delle leggi che si imparano sul campo, praticando live, in cui già cominci a capire cosa può attrarre il pubblico, cosa può divertirlo, cosa può annoiarlo, quindi l’esperienza gioca un ruolo fondamentale. Ho fatto molto teatro, anche in tournée con altri artisti, e queste centinaia di date prendevo nota di tutte le reazioni del pubblico. Questa è la ragione per la quale ogni spettacolo viene modificato in corso d’opera, e tutto ciò che apprendi ti aiuta a edificare gli spettacoli successivi. Credo sia essenziale ascoltare il pubblico,c he ti insegna cosa è efficace jon in termini di consenso, ma di modalità di comunicazione. Si tratta di un insieme di esperienza, di intuizione e di studio degli altri non solo in sala, ma anche nella vita. La mia prima palestra sono stati gli amici ai quali raccontavo le cose, e anche lì l’acquisizione delle reazioni è un fatto inconscio. Potrei dire che anch’io, come Lucio Dalla, sono sempre in performance. Tra l’altro, vengo da una famiglia nella quale mia madre è romana, mio padre è calabrese, e  ricordo che queste grandit avolate tra risate e imitazioni erano intrise di una naturale teatralità performativa, che non potevo non far mia. 

Tu sei laureata in Filosofia: qual è la filosofia che sta dietro al tuo modo di fare Arte?
Ti rispondo istintivamente, sennò la risposta articolata sarebbe una roba prolissa per la quale dovrei ritirarmi, scrivere una tesi e poi tornare a rispondere (ride, n.d.r.). Sono molto greca classica: nell’Antica Grecia la nascita della tragedia ha lasciato il segno, e ha portato l’idea di Arte come Arte ispirata che si fa catarsi. Quindi Arte come espressione dei grandi dissidi interiori che vive il singolo ma che poi si universalizzano attraverso la performance condivisa col pubblico, col coro, con l’accompagnamento musicale.

Quindi per me l’Arte è ispirazione del “dio” — l’Arte alta per me è sempre ispirata — e poi è condivisione e catarsi con il pubblico. Un momento nel quale il singolo, arrivando alle radici dell’essere, inevitabilmente entra in contatto con l’altro e ci si eleva collettivamente. La mia idea dell’Arte è dunque molto nobile, quando ci si riesce. Poi Arte può essere semplicemente “téchne”, cioè capacità tecnica imparata per fare le cose. Però per me l’Arte deve conservare quel senso nobile di elevazione dalla vita e dai suoi mali, quindi anche di terapia. Che si creda o non si creda, l’Arte è un modo per avvicinarsi al dio.

Sei fiduciosa in merito al fatto che in questa società dell’hic et nunc ci sia ancora voglia di cercare il senso oltre le note o le battute di un film o di una pièce teatrale?
Ti dico la verità: soffro quotidianamente per questo. Se devo essere onesta al cento per cento, evitando il politically correct, non posso non ammettere che sono molto amareggiata per questa società, pur vivendoci dentro e facendone parte. Anch’io sono nata e vissuta con questi nuovi costumi pur nostalgica di ciò che ho imparato studiando. Ciò non significa che le società antiche non abbiano avuto i loro mali, e non parlo solo di guerre. Quello che posso dire è che da una parte sono angosciata, dall’altra ho una grande fede nelle eprsone singole che posso incontrare e con le quali posso entrare in risonanza.

Non posso neanche scioccamente dire che non esista il male, che non esista la banalità, che non esista lo sporco consumismo che omologa tutto a una regola scema, quindi devo avere il coraggio di essere critica, ma conservo in me anche un amore così grande per la vita, per gli altri e per me stessa. Mi sento anch’io schiava di questo consumismo, però, facendo arte, mi sento già una privilegiata potendo riconnettermi col dio, con questo spazio di purificazione che mi genera il processo creativo. Credo fermamente che lo scambio profondo attraverso l’Arte, attraverso i contenuti artistici, possano liberarci, anche solo per un’ora, da tutta la sofferenza di questo mondo a volte inconsapevole dei propri mali. 

Un’ultima domanda, che valga a creare un ponte immaginario tra Piazza Grande e la “tua” città di Lucio Dalla: se citassi “a modo mio”, tre parole che nel testo di Piazza Grande di fatto riassumono la filosofia di vita e d’arte di Lucio, tu come continueresti? Cosa auspichi di poter continuare a fare a modo tuo?
L’artista, senza dubbio. Usando la parola “artista” nel modo più umile ma anche più veritiero possibile. Di fatto, forse è la parola che mi calza meglio, ancor più che “cantautrice”. Perché sono anche interprete, attrice, pittrice… ma ho le mie regole, che costruisco, distruggo e ricostruisco periodicamente in totale libertà.

QUESTA è la pagina Instagram ufficiale dell’artista. 

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