Zucchero apre la serie di concerti in Arena: «Il futuro della musica è live» (intervista)

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zucchero
Foto: Mirko Fava

Ieri sera si è ufficialmente aperta, dopo due anni di attesa, la residency di Zucchero “Sugar” Fornaciari all’Arena di Verona, col primo dei 14 concerti consecutivi nell’anfiteatro romano, simbolo della città scaligera, che si terranno davanti a 150.000 spettatori totali.
Un esordio sold out, che arriva dopo un “riscaldamento” di tutto rispetto: 5 date nel Regno Unito, tra cui la doppietta alla Royal Albert Hall di Londra.
Dopo le date veronesi il World Wild Tour di Zucchero ripartirà in Europa e nel resto del mondo, per arrivare ad un totale di 150 date fino ad aprile 2023, anche se già è in previsione di proseguire fino a luglio del prossimo anno.

Due ore e quaranta minuti di concerto e 29 brani, per una scaletta che sarà diversa ogni sera (trovate quella di ieri in fondo all’articolo), “per non annoiarmi e non annoiare nemmeno chi verrà a vedere più di un concerto”, come ha detto Zucchero sul palco dell’Arena.

E proprio dalla scaletta, che prevede delle sorprese tanto inaspettate quanto piacevoli, si parte nella nostra chiacchierata post-concerto…

L’intervista

Ieri sera erano in scaletta due canzoni molto particolari: una è Pene, che torni ad eseguire live per la prima volta da 30 anni (Miserere tour 1993, ndr), l’altra è Senza rimorso, alla prima esecuzione in assoluto dal vivo. Perchè hai deciso di inserirle in questo tour?
Proprio perchè non le facevo da un po’ e sono legato a queste sonorità.
Ci sono dei brani che ho amato e che non sono mai stati usati come singoli, per le regole che sappiamo tutti delle radio e delle case discografiche.
Però si tratta di canzoni che ho scritto in un momento purtroppo non buono della mia vita, quindi “lecca le mie pene” faceva parte di quel periodo brutto, così come Senza rimorso.
Sono canzoni legate ai primi anni ’90, quando ero veramente messo male e mi sono venute fuori queste canzoni.
Le volevo un po’ rivivere, perchè fondamentalmente io sono uno che soffre (ride, ndr). Sto bene, godo, ma se non soffrissi avrei scelto di fare un’altra musica piuttosto che il blues, che ha sempre un velo di sofferenza.
Questo non vuol dire che io non sia goliardico e non stia bene a fare le serate con gli amici, a bere e divertirmi dicendo cagate, però fondamentalmente “the blues is inside”.

È da qualche anno che hai recuperato L’urlo e la riproponi sempre in scaletta, anche se canti la prima frase in maniera “purgata”. Come mai?
L’urlo è un momento liberatorio per la band ancora più che per me.
Ho sostituito la prima frase, che diceva “dal buco del culo al cuore”, che è la versione originale e quello che ancora penso, con “un urlo che viene dal cuore” perchè mi sono reso conto che se De André si poteva permettere di dire, dall’alto della sua elevazione intellettuale e poetica, che un nano “ha il cuore troppo vicino al buco del culo”, viene interpretata come una frase poetica e nessuno gli ha mai detto niente per questo, mentre se io canto “dal buco del culo al cuore” vengo contestato. Quindi mi sono inibito e ho cambiato la frase.
Facciamo così: finora l’ho fatto per rispetto a questo perbenismo da carità che c’è in Italia, ma domani sera (stasera, ndr) canterò L’urlo nella versione originale, così nessuno mi rompe più.

Secondo me, e lo dico con molta modestia, sono stato forse più apprezzato come musicista che come autore di parole, però ritengo che questa “ironia da trattoria” che spesso uso nei miei testi sia molto poetica, come ad esempio l’immagine della marchesa in Vedo nero. Per me è una cosa sublime, però magari per gli intellettuali è una roba da osteria.
Però nel blues, nel rhythm’n’blues e nel soul il sesso è un tema fondamentale, e nei testi è sempre presente. In Italia se dici “il succo di cosce al limone” o “lecca le mie pene”, usando i doppi sensi, vieni giudicato male.
Io però uso quel linguaggio lì: per me è naturale usare il doppio senso e l’ironia, anche se in Italia da alcuni viene percepita come volgarità gratuita da osteria.

Qual è stata la sensazione di ritrovare finalmente un’Arena a capienza totale e un pubblico che ti ha aspettato per oltre due anni?
Abbiamo suonato alla Royal Albert Hall pochi giorni fa per due date consecutive, e lì era tutto libero, senza mascherine, col pubblico che si alzava, senza limitazioni di nessun tipo. Questo perchè l’Inghilterra ha aperto un po’ di più rispetto all’Italia.
Mi sono detto “magari arrivo a Verona e ci saranno dei condizionamenti, delle restrizioni”. Infatti ho chiesto poco prima di salire sul palco se era permesso di alzarsi in piedi e ballare, perchè l’ultima volta (il concerto Inacustico dello scorso settembre, ndr) c’era sempre qualcuno che diceva di star seduto… che due maroni!
Quindi mi sono informato per non venire strumentalizzato e passare poi per uno che aizza le folle a trasgredire le regole. Ma visto che si può aizzare… aizzo!

Non mi aspettavo una reazione così da parte del pubblico, sono sincero. Pensavo che molti avessero ancora paura, tra Covid, mascherine e l’atmosfera generale che si respira nel mondo in questo periodo. Invece è stato quasi come se non fosse successo niente.
Durante il concerto sentivo che c’era un qualcosa tra il pubblico, come se avessero paura di manifestare troppo il loro entusiasmo, la loro voglia di lasciarsi andare, e ho sentito il bisogno di smuoverli, cambiando la scaletta in corsa.

Per quello che riguarda la bellezza dell’Arena… Io ho suonato in altre arene romane, come Arles o Nîmes, che contengono 5-6.000 spettatori. Non è retorica o sviolinamento, ma semplicemente la realtà: all’Arena di Verona c’è posto per 12.000 persone, e ti sembra di toccarle tutte, e sul palco ricevi tutto l’input che arriva dal pubblico, dalle prime file fino a chi è seduto in fondo.
È una cosa che succede solo all’Arena: è unica, ed è la più bella arena romana in Europa, e quindi nel mondo.

Ci sono delle tappe che erano previste in questo tour mondiale e che sarai costretto a saltare? E come entra la situazione mondiale nei tuoi concerti?
Avevamo una data a Kiev ed una a Odessa in Ucraina, una a Chisinau in Moldavia, una a Mosca e una a San Pietroburgo in Russia, e una a Minsk in Bielorussia. Non mi sembra né il caso né il momento per andare a suonare da quelle parti.

Io cerco di rendere il concerto più leggero possibile, però ci sono almeno sei o sette brani che sono riferiti alla situazione che stiamo vivendo, come Sarebbe questo il mondo, o Ci si arrende, dove sullo schermo vengono proiettate le immagini dei nativi americani.
Anche su Madre dolcissima ho fatto modificare lo speech all’inizio del brano, facendo sostituire “gli albanesi” con “gli ucraini”, mentre sullo schermo scorrono le immagini della guerra in Ucraina. Poi parte l’attacco che dice “niente di nuovo”, come a dire che sono passati più di 30 anni da quando ho scritto la canzone, all’epoca della guerra in Albania e in Kosovo, ma la situazione è sempre la stessa.
O ad esempio ancora in Partigiano reggiano, dove ho urlato “viva il 25 aprile”, vista la ricorrenza.

Sono più dentro a quello che succede nel mondo e più incazzato dei rocker che dicono certe cose. Anche io le dico, ma in maniera che chi vuol capire capisce. Non mi va di fare quello che sale in cattedra.
Non sono quello che mette il ditino sulle cose: sono un po’ come un clown, te le dico e poi ci rido sopra, altrimenti rischio di diventare un messaggero, mentre sono solo uno che butta lì le proprie emozioni.
Quindi non mi piace fare il politico o il messaggero, ma quando la costruisco, la scaletta è particolarmente mirata.

Il 29 maggio suonerai insieme ad Eric Clapton a Berlino. Che concerto sarà e qual è il tuo rapporto con lui?
Eric Clapton è un grande signore e un grande artista. Ci conosciamo dal 1989, quando venne a vedere un mio concerto allo stadio di Agrigento, portato da Lory Del Santo, sua compagna dell’epoca.
Io non sapevo che era a vedere lo spettacolo, poi a fine serata è venuto nei camerini e mi ha detto tre frasi che ancora ricordo: “fantastic concert, fantastic band, the world should see this show”.
Da lì mi ha chiesto di aprire i concerti del suo tour europeo nelle arene, dandomi questa grande opportunità di portare la mia musica fuori dall’Italia. Per questo gli sarò sempre riconoscente.
Ad esempio c’è anche un altro aneddoto di quando ho fatto Zu&Co. alla Royal Albert Hall nel 2004: quel giorno lui aveva la febbre alta, mi chiama e mi dice che non può venire a suonare. Io ci rimango un po’ male, però ovviamente devo accettare la situazione e lo ringrazio lo stesso.
Dopo due ore mi richiama e mi dice “I realised I couldn’t let you down”. È arrivato, e senza fare le prove abbiamo suonato insieme due canzoni.

Per quello che riguarda il concerto di Berlino, io avevo il mio live programmato alla Mercedes-Benz Arena, poi il mio agente mi ha chiamato dicendomi che Eric voleva fare questo concerto insieme. A questo punto ho scelto di posticipare il mio show al 2023, perchè ovviamente non posso fare due concerti a Berlino nel giro di due mesi.
Con Eric dobbiamo ancora trovarci e parlare di cosa fare insieme: io vorrei fare River of Tears, che è una sua canzone che mi strappa il cuore, e vorrei che lui facesse con me Hey Man e A Wonderful World, oltre a Motherless Child.

Quante canzoni hai preparato per questo tour mondiale?
Oltre 50, poi per fare due ore e mezza di concerto bisogna metterne in scaletta una trentina.
Domani (oggi, ndr) ad esempio non farò The scientist, e magari sostituirò Ho visto Nina volare con un altro brano di Discover. O magari tolgo Senza rimorso e ne faccio un’altra.
Lo faccio per non annoiarmi a fare ogni sera sempre le stesse canzoni e per non annoiare chi magari ha comprato biglietti per più serate.

Nella band ci sono alcune new entries: Peter Vettese all’hammond, Oma Jali ai cori e Monica Carter alla batteria.
Ho dovuto sostituire Brian Auger, che è un musicista che adoro da sempre, ma purtroppo gli è morta la moglie e non se la sentiva di partire in tour, quindi ho preso Peter Vettese che aveva già suonato con me nell’album Miserere.
Magari non è conosciuto dal grande pubblico, ma ha suonato vent’anni coi Jethro Tull, ha collaborato con Annie Lennox, ha prodotto anche alcuni suoi dischi, ed è un musicista eccezionale.

Poi c’è Oma Jali, corista camerunese che abita a Parigi e che ho scoperto su YouTube: ho visto i suoi video di quando a The Voice France ha cantato Think di Aretha Franklin e me ne sono subito innamorato. Quindi l’ho contattata, ha detto subito di sì, e quella con me è la sua prima esperienza internazionale.

E infine Monica Carter, una ragazza di Atlanta che ha suonato sempre nei club e che ho scoperto anche lei su YouTube. È una musicista che ha fame, mentre quella che avevo nello scorso tour, Queen Cora Dunham, aveva già suonato con Beyoncè e faceva un po’ la diva.
I musicisti che hanno fame suonano meglio di quelli che hanno soldi.

Cosa ne pensi del futuro della musica live?
Ho fatto una riunione con il mio staff e i miei manager due giorni fa a Londra e gli ho detto che voglio suonare il più possibile perchè secondo me il futuro è il live, contrariamente ad un modo di pensare secondo il quale ancora bisogna aspettare due anni, fare il disco e poi andare in tour.
I tempi sono cambiati, io non voglio più aspettare per fare un disco o dieci concerti in un paese, voglio andare avanti. Se fosse per me il calendario dei live sarebbe sempre aperto, 365 giorni l’anno.
Non credo più nel disco come forma di espressione. Li farò comunque e li farò al meglio, come ho sempre fatto, ma io voglio andare a suonare. Non mi interessa se in un posto suono per tremila persone e in un altro per dodicimila, non è quello l’importante.
Io sono della vecchia scuola: B.B. King fino a 80 anni ha suonato ovunque, Van Morrison suona ovunque. Se sei un musicista, questa è la tua vita.
Non penso che la vita di un artista, di un musicista, possa essere legata a dei piani di marketing di una casa discografica. Non è più così. Devi essere libero e andare a suonare dove ti pare, ovunque ti chiamino.

Come proseguirà il tour, dopo questa prima tranche europea?
Finiremo questa parte del tour europeo il 29 luglio, poi siamo liberi ad agosto e dall’8 settembre debuttiamo a New York per il tour americano.
Potevo anche accontentarmi e fare da ottobre in poi a casa in famiglia, ma ho chiesto al mio agente di programmare concerti fino a fine anno: voglio ancora essere in tour per la vigilia di Natale e, se posso, anche andare oltre il Natale, perchè a casa mi rompo i coglioni.
Tra l’altro dopo dicembre apriamo in Australia il più grande festival blues del mondo, il Byron Bay Bluesfest, dove faremo tre serate nell’arco di una settimana, poi suoneremo alla Opera House di Sydney e continueremo tra Australia e Nuova Zelanda, per poi spostarci in Asia, a Kuala Lumpur.
Al momento abbiamo circa 150 date programmate fino ad aprile 2023, ma l’idea è di proseguire fino alla prossima estate e finire il tour a luglio dell’anno prossimo.

I prossimi appuntamenti

Dopo questa prima data all’Arena di Verona (dove si esibirà per altre 13 date fino all’11 maggio), Zucchero tornerà nuovamente live in Italia durante i mesi estivi in alcuni dei festival più prestigiosi del Bel Paese. Queste le nuove date:
2 luglio – Nichelino (TO), Sonic Park (Palazzina di Caccia di Stupinigi)
4 luglio – Este (PD), Estestate (Arena Castello Carrarese)
7 luglio – Palmanova (UD), Estate Di Stelle (Piazza Grande)
8 luglio – Parma, Parma Cittàdella Musica (Parco Ducale)
20 Luglio – Lucca, Lucca Summer Festival (Mura di Lucca)

I biglietti sono disponibili su Ticketone.

La scaletta del concerto

Spirito nel buio
Soul Mama
Il mare impetuoso al tramonto salì sulla Luna e dietro una tendina di stelle…
Sarebbe questo il mondo
La canzone che se ne va
Partigiano reggiano
13 buone ragioni
Ci si arrende
Pene
Facile
Vedo nero
Baila (Sexy Thing)
Dune mosse
Senza rimorso
Un soffio caldo
L’urlo
Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica
The scientist
Ho visto Nina volare
Miserere
Stayin’ Alive (solo band)
Honky Tonk Train Blues (solo band)
Amore adesso (No Time For Love Like Now)
Diamante
Il volo
X colpa di chi?
Diavolo in me

Madre dolcissima

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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

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