Una magnifica canzone di Sam Smith, che accompagnava la colonna sonora di Spectre, film della serie di 007, e che ha vinto sia il premio Golden Globe che l’Oscar nel 2016 come best original song, si chiama Writing’s On The Wall. Dice “la scritta è sul muro/ un milione di schegge di vetro/ che mi perseguitano dal mio passato/ mentre le stelle iniziano a raccogliersi/ e la luce inizia a scomparire./ Quando ogni speranza comincia a svanire/ sappi che non avrò paura/ se rischio tutto./ Potresti interrompere la mia caduta?/ Come vivo?/ Come respiro?”

Il muro del cantautore inglese ricorda per molti versi il muro più famoso del rock mondiale, quello cantato dai Pink Floyd nel loro undicesimo, doppio album di studio, datato 1979, e poi reso in immagini dal grande regista Alan Parker (e il contributo determinante del disegnatore Gerald Scarfe) tre anni dopo nell’altrettanto celebre film Pink Floyd-The Wall.

La rock opera – firmata dal solo Roger Waters – vede protagonista un artista che, a causa dei tragici accadimenti della sua vita, a cominciare dalla morte del padre in guerra durante l’infanzia, un’esperienza scolastica traumatizzante e spersonalizzante, una madre invadente e iperprotettiva, fino al susseguirsi alienante delle esperienze da rockstar e al divorzio, si chiude in sé stesso, costruendosi attorno un metaforico muro.
Questo muro possiede un’infinità di significati e di simboli, sia immediati quanto profondi, sia psicologici che spirituali, sia sociopolitici che individuali, distribuiti dapprima in 26 brani, poi in un formidabile tour dalle scenografie memorabili e i coinvolgenti effetti speciali (l’album Is There Anybody Out There? The Wall Live 1980-1981, che conteneva 30 canzoni, fu pubblicato nel 2000), poi ancora nelle due ore del film, che univa i cartoon politicizzati alle riprese da videoclip, nel raccontare lo sviluppo di uno stato di progressiva paranoia. E ancora The Wall ha avuto infinite pagine interpretative scritte da critici, musicisti, romanzieri, secondo le più disparate scuole di pensiero e di valutazione, seguendo l’episteme consolidato delle visioni unidirezionali, sia razionali che magiche, sia analitiche che contemplative, sia razionali che percettive.

Writings On The Wall di Gabriele Marciano (edizioni Compagnia Nuove Indye, pgg. 286, € 20), un libro ricco e pieno, appartiene invece alla categoria che fa dell’approccio integrato, della commistione dei punti di vista, il suo riferimento operativo, senza cadere in un banale olismo di maniera. È un’architettura modulare che integra lo studio delle funzioni psicofisiologiche e delle costruzioni sociali alienanti, partendo dal concetto che ogni figura, ogni tema, ogni sfondo del “muro” è un interfaccia tra l’apparenza e la verità.

Lo scrittore, che è anche psicoterapeuta, si occupa di arte-terapia, è cantautore con i Fluido Rosa, regista teatrale, poeta e saggista, costruisce un percorso di approfondimento che vede dapprima un’analisi semantica del rock e dei suoi protagonisti, del valore di un’opera e del significato di “artista”, del ruolo partecipativo del pubblico e del messaggio inconscio del vissuto di Waters, arrivando alla conclusione che, nel caso specifico, è il muro a essere vivo, “a crescere, a strutturarsi, a completarsi, per poi implodere o esplodere”.

Segue il vaglio “medico” di tutta la possibile sintomatologia di Pink, sia quello del disco che quello del film, “un personaggio schizofrenico in un mondo schizofrenico”, con tutte le sue alterazioni della percezione, l’egocentrismo, la confusione tra reale e immaginario, le ipersensibilità, la perseverazione dei pensieri, l’intrusione di contenuti, insomma la sua derealizzazione. Senza dimenticare il rapporto intenso vissuto dalla band con la follia, durante il progressivo perdersi del primo leader Syd Barrett.

Gabriele Marciano

Infine c’è un frastagliato itinerario interpretativo, basato soprattutto sui presupposti della critica psicologica, delle singole canzoni, delle loro musiche e dei loro testi, arrivando alla conclusione che il “messaggio” di The Wall è anti-ideologico e ci dice, senza retorica e con una serie di stratificazioni narrative del reale, che l’unica, autentica rivoluzione è solo quella interiore. Senza se e senza ma.
Non aspettatevi però una lettura lineare e semplice, che non ponga in ogni pagina, quasi in ogni riga, il lettore di fronte alla necessità di farsi acuto scrutatore di idee complesse e di riferimenti inattesi. Vi proponiamo un esempio di come Marciano affronta il ruolo dell’ascoltatore nel momento in cui diventa fan. “La capacità assorbente della matrice di rimodulare qualsiasi elemento incistato, approfitta dell’attitudine irriflessiva dei fan, essendo l’idolatria una modalità sempre possibile nel panorama percettivo-cognitivo umano, soprattutto quando l’accostamento a un’esperienza estetica (e di condivisione) avvenga attraverso una disposizione non razionale, ma di abbandono orgiastico, di liberazione emozionale, regressivo, fino all’affiorare di forme primitive e arcaiche di funzionamento psicologico.” Qui si parla di assimilazione istintiva tra forma e contenuto, se non fosse chiaro.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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