I Van Der Graaf Generator sanno ancora sorprendere

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Van Der Graaf Generator
©Giordano Casiraghi

Era molto soddisfatto Peter Hammill a conclusione del tour italiano che ha visto i Van Der Graaf Generator suonare al Teatro Nazionale di Milano. Da fine aprile a metà maggio Hammil, con Hugh Banton all’organo e Guy Evans alla batteria, hanno ripresentato la loro musica dal vivo ai tanti estimatori italiani. Merito della Barley Arts che ci ha creduto nell’organizzare il tour.

È vero che in teatro non si sono visti i giovani appassionati di musica, ma è pur sempre un bell’effetto vederlo pieno di ultracinquantenni accorsi a rendere omaggio a uno dei gruppi pop più amati di sempre. Il trio sembra perfettamente a suo agio, essenziale ma efficace nella proposizione di brani che pescano a piene mani da un repertorio più recente, fatta eccezione per i bis finali. Dopo Genova, Roma, Bologna, Brescia, Padova è arrivato il turno di Milano, per un tour che doveva tenersi nel 2020 e che è stato fortunatamente ripristinato per questa primavera. In ogni caso obbligo di mascherina FFP2, soprattutto per i concerti c’è ancora molta attenzione, al punto che lo stesso Hammill nel presentare gli ultimi brani in scaletta ha avvisato il pubblico, in perfetto italiano, che a causa del Covid e delle relative precauzioni non potrà fermarsi ad incontrare il pubblico per autografi.

Vero che tutti i presenti si aspettavano una maggiore proposta dei brani che hanno reso celebri i Van Der Graaf nel nostro paese, ma la sostanza della proposta ha soddisfatto pienamente le attese. Proprio perché i VDGG hanno convinto e entusiasmato senza ricorrere ai brani più conosciuti, «Theme One» su tutti. I tre hanno sempre costituito l’ossatura del gruppo, con Guy Evans solido e creativo alla batteria e Hugh Banton straordinario a inventare «svolazzi» all’organo preparato, dotato di numerosi aggeggi da manovrare a pedale. Hammill da parte sua inizia al piano elettrico per passare in qualche canzone alla chitarra elettrica. Nessuna presenza del basso che viene sostituito dal gran lavoro alle tastiere di Banton che a un certo punto ha allacciato discorso con la batteria per un binomio a basso volume, di magica atmosfera.

Di rilievo la perfetta amplificazione, specialmente sulla batteria di Evans che sapientemente ha saputo farsi apprezzare non come accompagnatore ma come protagonista. Di Hammill va detto che ha mantenuto una perfetta silhouette e pure la sua voce non ha subito variazioni. Il suo modo di cantare ora aspro e potente, ora delicato e sognante, è quello che ricordavamo dagli anni Settanta.

Scaletta: «Interference Patterns» da «Trisector», «Nutter Alert» da «Present», «Over The Hill» da «Trisector», «Spex», «Alfa Berlina»  da «Do Not Disturbe», «Go» da «Do Not Disturbe», «Childlike» da «Still Life», «The Sleepwalkers»  da «Godbluff», «Room 1210»  dall’album «Do Not Disturb» e «Man Erg» da «Pawn Hearts».

Van Der Graaf Generator al Teatro Nazionale ©Giordano Casiraghi

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Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018), Che musica a Milano (Zona editore, 2014), Cose dell'altro suono (Arcana, 2020) e Battiato - Incontri (Officina di Hank, 2022).

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