Ecco a voi il sound più sorridente e profondo, vibrante ed esplosivo che si possa ascoltare. Quello che fa innamorare tutti noi. Un sound diretto e magnifico come l’esibizione di un maschio di paradisea superba nella piccolissima porzione di foresta da lui stesso ripulita. Un autentico ballo rituale con le penne del dorso a fare la ruota, la testa ben puntata verso l’amata, movimenti delle ali e richiami. E se una femmina del piccolo passeraceo della Nuova Guinea attende mediamente 15-20 esibizioni prima di concedersi al prescelto, noi non siamo così altezzosi e ci lasciamo immediatamente coinvolgere.

PM Warson

PM WARSON
Dig Deep Repeat (Legère)
Voto:7/8

Presentando True Story di PM Warson, scrivevamo su queste colonne: “un cantautore blue eyed soul che dimostra di possedere tutti i “ferri del mestiere”, ma che aveva bisogno, come spesso avviene per i debut album, di una produzione non solo di lucida “presentazione”, ma anche di coraggiosa ricerca. Sarà di certo per la prossima.” Certezza puntualmente confermata dal secondo lavoro del ragazzo con base a Londra, che ha elaborato queste nove canzoni durante la pandemia, provando in un capannone industriale di Stoke Newington prima e poi registrandole dal vivo in studio, con una formazione allargata ai fiati e a una coppia di organi Hammond.
Il risultato è un funk-soul old style di una solidità inattaccabile, in cui la ricchezza della base blues è stimolo e riferimento in ogni momento. Sia quando rimanda ai maestri della Motown (con due riprese della Leaving Here di Eddie Holland, unica cover del cd, che fu anche incredibile primo singolo dei rocciosi Motörhead), sia quando si tinge di spunti latini (Nowhere To Go), sia ancora quando delinea una ballad scandita dall’organo e corale (Out Of Mind), sia nel contaminarsi di pop sixtie (Matter Of Time). Stavolta Warson, ancora produttore di sé stesso, preferisce un clima meno scorrevole, più chiuso, intensamente raggrumato, che sottolinea l’urgenza di questo “ripetere uno scavo in profondità”.

J.P. Bimeni

J.P. BIMENI & THE BLACK BELTS
Give Me Hope (Lovemonk)
Voto: 8/9

Uno dei più grandi genocidi della storia dell’umanità fu perpetrato in Ruanda e Burundi dall’etnia hutu nei confronti di quella tutsi, provocando lo sterminio di almeno 800.000 persone. Erano i primi anni 90 e solo l’intervento armato dell’ONU mise fine ai massacri, ma nel frattempo chi poteva fuggire dalla zona dei grandi laghi centroafricana l’aveva fatto. Tra i migranti c’era un ragazzo di 16 anni, che, sopravvissuto al famigerato massacro della scuola di Kibimba, arrivò a Londra grazie a una borsa di studio dell’Hugh Pilkington Charitable Trust di Oxford. Era JP Bim-Nyl, destinato, musicista autodidatta, a farsi strada nel mondo del soul partendo dai locali per nuovi talenti di Londra all’inizio del secolo.
Nel 2008 ottiene un grande successo nel suo Paese con il singolo Agahengwe nella nativa lingua kirundi e registra l’EP Slow Me. In seguito canta con i rocker Lostchild e Saints Patience e il Jezebel Sextet, con cui porta in tour un tributo a Otis Redding, il suo cantante di riferimento. Nel 2017 si esibisce in Spagna come guest del gruppo funk Speedometer e viene notato da alcuni discografici che gli propongono di unirsi alla band madrilena The Black Belts. Ne esce nel 2018 Free Me, album dell’anno per il programma radiofonico della BBC The Funk & Soul Show, portato in tour anche in Italia per varie date, tra cui quelle del Beach Party di Jovanotti.
Oggi è la volta di questo eccellente Give Me Hope, meno swamp soul alla maniera del sud degli States del precedente, ma profondo e intenso sempre, anche nei momenti più pop-soul (Not In My Name) e più danceable (Precious Girl). Formidabili la ballad con accenni gospel Find That Love, l’autobiografico Guilty And Blessed, dal testo coinvolgente ed emozionante, e il celebrativo James Stern, dedicato all’attivista afroamericano. «Questa musica è un’esplorazione del mio viaggio emotivo verso la scoperta di me stesso e la guarigione», dice Jean Patrick. Un viaggio che inizia anche per chi ascolta.

Shirley Davis & The Silverbacks

SHIRLEY DAVIS & THE SILVERBACKS
Keep On Keepin’ On (Lovemonk)
Voto: 8

Ha quasi cinquant’anni Shirley Davis ed è così brava da far innamorare al primo ascolto. Anche perché è bellissima. Londinese di origini giamaicane, è lei che si innamora appena sedicenne e si trasferisce a Melbourne, in Australia, dove rimane 24 anni, facendosi conoscere nel circuito soul-funk locale. Si esibisce e registra sia con i Grand WaZoo del leggendario trombettista John Montesante (tra l’altro accompagnando in tour voci soul storiche come Lee “Little JB” Fields, Betty Harris, la compianta Marva Whitney, “sua maestà” Wilson Pickett), sia con i giapponesi Osaka Monaurail, sia con gli australiani Deepface. Tornata, è a Madrid che, chiamata sul palco dall’amica Sharon Jones, viene notata da alcuni discografici, che le propongono di unirsi alla band Silverbacks del chitarrista Eduardo Martínez (da non confondere gli omonimi irlandesi che suonano noise-pop).Con loro incide tre album, Black Rose nel 2016, Wishes & Wants del 2018 e questo recente lavoro, titolato con l’incitazione che le lanciava Jones, prima della sua scomparsa sei anni fa, appena 60enne. Testi che parlano di resilienza e autodeterminazione segnano la trama di 11 canzoni intrise di soul e rhythm & blues della vecchia scuola anni 60 e 70. Si passa dall’elegante Culture Or Vulture di apertura al brillante errebì della title-track, dal rock-soul di Love Insane alla super performance vocale di Stay Firm, dallo strumentale quasi afrobeat con i fiati Mighty Roaring Tigers in parata It’s All Right allo scatenato rhythm & blues uptempo Take Out The Trash. Convincenti e sofisticate anche la più vellutata Outdoor e la conclusiva Still Young, la più vicina al neo soul anni 2000.

YORK © Uli Schuster

YORK
The Vintage Funk Vol. 1 (Upper Level)
Voto: 9

Dopo il primo volume della The Soul Jazz Experience il sassofonista-tastierista tedesco Jörg “York” Ostermayer, in arte YORK (tutto maiuscolo per distinguerlo dal duo omonimo), ritorna da solista con una nuova serie di brani dedicati a un genere affine, il funk, rivisto alla maniera di oggi, partendo dalla sua versione old style. Già membro dei Jazzkantine e anche compositore di colonne sonore per film e teatro, ha sempre amato questi sound e sa come metterli insieme perfettamente, trovando le vocalità più adatte e gli strumentisti più efficaci (qui il batterista Joel Rosenblatt, il chitarrista R. T. King, il trombettista Don Harris e il trombonista Rob Carlson, anche se è soprattutto il titolare (produttore ricercato e sideman in oltre 100 cd e più di un migliaio di concerti, sul palco con Phil Collins, Ziggy Marley, Quincy Jones e via dicendo) che si sobbarca la gran parte del lavoro, utilizzando anche una marea di tastiere della vecchia generazione e i flauti.
Oggi rinnova totalmente il parco delle voci per meglio aderire alle sue 13 composizioni del terzo (in molti dimenticano il lontano Kick Me Out! del 2000 dai sapori acid jazz) cd a nome YORK. Apre Ain’t No Love con la maggiore delle sorelle Nightingale, Josie, che conduce un funky vecchia maniera eppure modernissimo, pieno di fiati e di effetti, seguono I’m Not Ready To Go Home con le voci in opposizione del rapper Liv e della vibrante Olivia Lauryn Dean (che emoziona nella ballad soul conclusiva Joy) su un tema che richiama i sapori del “padrino” James Brown, poi la ballata sghemba Boogie, Boogie, Boogie con chitarre wah-wah, fiati electro e organo “acido” (la voce è di Pete Simpson della Sunburst Band, che è protagonista anche di No Masterplan, dal sapore inequivocabilmente vintage). Ancora la minore delle Nightingale, Catherine, regge ottimamente la “classica” black song I Don’t Care, Josie ritorna in Mr.Woofer, un funky midtempo e con un eccellente solo di sax trattato, mentre a Selena Evan è affidata Feel The Groove, dal titolo esplicativo, e all’americano Pablo il mix rap’n’soul Move Ya Body.
I quattro strumentali completano alla grande l’album, con passaggi cinematici che richiamano la blaxploitation (formidabile Walk At Night In SFO) oppure che sviluppano percorsi che partono in mille direzioni funky-jazz, con fiati che parlano e parole sussurrate in veste solo musicale (The Funky 12). Un lavoro di alta classe, vitale, liberatorio, energico, iper-magnificamente-prodotto, che ricorda la “revisione” contemporanea della moda anni 70/80 che solo un grande stilista è in grado di attuare senza che a nessuno venga in mente di definirla “datata”.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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