Esterno notte

Il caso Moro secondo Marco Bellocchio, seconda versione, stavolta serie tv

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Esterno notte
di Marco Bellocchio
con Fabrizio Gifuni, Margherita Buy, Toni Servillo, Fausto Russo Alesi, Gabriel Montesi

Dopo il buio dentro di Buongiorno, notte (era il 2003) il buio fuori di Esterno notte. Passato a Cannes, è al cinema: le prime tre ore in questi giorni e le altre tre dopo il 9 giugno, infine in televisione in autunno, in tre parti di due episodi. Esterno notte è composto da sei parti, in ciascuna uno dei personaggi principali rivive tutta la tragedia del rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Il primo episodio è su Moro, il secondo sul ministro degli Interni Cossiga, il terzo su Papa Paolo VI, il quarto sui terroristi carcerieri, il quinto sulla moglie di Moro, il sesto sull’esito terribile del sequestro durato 55 giorni, iniziato  a via Fani il 16 settembre 1978 con un agguato in cui persero la vita tre carabinieri e due poliziotti della scorta.

Il titolo Esterno notte rimanda proprio al precedente film di Bellocchio Buongiorno, notte. Che si potrebbe rinominare ora “interno notte” perché era tutto all’interno dell’appartamento trasformato in cella in cui Moro era prigioniero. L’interno e l’esterno hanno in comune un sogno, un’allucinazione, una biforcazione del destino, un universo parallelo, chiamatelo come volete, in cui Aldo Moro invece di morire torna libero. Nel primo film era il sogno/desiderio di una terrorista, in Esterno Notte apre la prima delle sei parti prendendo in contropiede lo spettatore, e potrebbe essere il sogno (o l’incubo) della Democrazia Cristiana: un Moro vivo che dice in faccia quello che aveva scritto nelle numerose lettere dal carcere del popolo: mi dimetto da tutte le cariche. In due parole non voglio più avere a che fare con voi.

Il dibattito è sempre lo stesso: Moro fu ucciso dai terroristi delle Brigate Rosse o dalla fermezza del Governo che si rifiutò di trattare con le BR per non dare loro uno status di controparte? E chi fu più fermo (cattivo, duro, irremovibile, arrischiato)? Andreotti, facile capro espiatorio di ogni male d’Italia? Berlinguer, perché Moro era stato sequestrato in quanto teorico del Compromesso Storico, ovvero il sostegno dei comunisti al Governo? I poteri misteriosi incarnati dal consigliere americano di Cossiga? Materia per interminabili ore di talk show, abbastanza simile a quella attuale sulla guerra.

Di Bellocchio amiamo le libere associazioni, il flusso da divano dell’analista, in cui mette insieme l’Ovvio e l’Obbligato della politica con i particolari pazzi e a modo loro comici: le paturnie piccolo borghesi della brigatista che sembra una pasionaria da fotoromanzo, le ossessioni tecnologiche di Cossiga (già malmesso di suo psichicamente) che intercetta tutta Italia e scopre con quaranta anni di anticipo che siamo un popolo di hater psicopatici e aspettiamo solo l’occasione dei social per dilagare, il Papa che come un personaggio antico si tortura con il cilicio cercando di scambiare il suo sacrificio con quello di Moro, le tenerezze di Moro padre e marito, ossessionato peraltro dal lavaggio delle mani e dalla chiusura dei rubinetti del gas, il giovane pazzo che fermato dalla polizia a un posto di blocco confessa l’assassinio del padre (a nome di tutti gli italiani?). Questo Bellocchio a ottantadue anni gira ancora come un giovane regista irriguardoso. E poi mentre il Moro di Gifuni è quasi iperrealista (un clone nei modi, nel respiro, nella voce, nei tratti) tutti gli altri sono quasi all’opposto dei modelli: li riconosci per i comportamenti (il pianto per Zaccagnini, la passione per i dolci di Andreotti, la tecnologia per Cossiga, il misticismo per Papa Montini) e dalle montature degli occhiali. Il resto al nostro lavoro mentale. Per chi c’era e ricorda la ricostruzione d’epoca è spesso una via crucis di follie. Chissà che effetto fa a chi non c’era.

 

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