Hill of Vision

L'odissea di Mario Capecchi, da bambino disperso a premio Nobel

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Hill of Vision
di Roberto Faenza
con Laura Haddock, Edward Holcroft, Elisa Lasowski, Francesco Montanari, Jake Donald-Crookes

Hill of Vision è la comunità quacchera dove approda nel secondo dopoguerra il giovane Mario Capecchi, che fa una gran fatica a inserirsi perché non sa leggere o scrivere. Figuriamoci se sa l’inglese. Come mai? Perché era figlio naturale di madre americana e padre italiano, non sposati, madre democratica, in contatto con la Resistenza, catturata e poi avviata un campo di concentramento, padre aviatore fascista che poi metterà su un’altra famiglia. Il giovane Mario, prima affidato a una famiglia di montanari, fugge, vive da vagabondo con orfani e reietti per boschi e strade tra lutti,  bombardamenti e orfanotrofi. Ritrovata la madre (che soffrirà di problemi mentali), portato negli Stati Uniti e introdotto nella comunità quacchera inizierà un’altra battaglia contro gli ostacoli dell’incomprensione , sempre insofferente alle istituzioni. Finirà nel 2007 premio Nobel per la biologia. Il primo titolo  era Resilient  e il messaggio è chiaro: chi la dura la vince. Però non convince. La vita esemplare di Capecchi sembra un incrocio tra un romanzo di Dickens e una memoria della Shoa. Faenza la frantuma in siparietti dal sapore teatrale (padre macchietta fascistissima, famiglia montanara grezza e codarda, bombardamenti, orfanotrofi con custodi stupidi e cattivi e poi gli States, terra della libertà ma molto contraddittoria). Non è favola e non è tragedia e tiene lo spettatore all’esterno.

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