Marsico rispolvera la sigla Monofonic Orchestra con omaggi a Can e Bill Evans

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Marsico presso Biblioteca Sormani ©Giordano Casiraghi

Con Maurizio Marsico ci si conosce dai tempi remoti della New Wave, quando lui esordì. Avrebbe potuto suonare l’organo a canne al mio matrimonio, ma questo aspetto della sue infinite potenzialità lo avrei scoperto dopo. Maurizio Marsico che mi appare una prima volta alla presentazione di un disco come Fontana, un trio che comprendeva anche Al Aprile che mi invitò alla presentazione, oppure quella volta in quella galleria d’arte dalle parti di via Torino che mi sorprese mentre attaccava nastri adesivi al pavimento andando a «disturbare» i presenti che ne intralciavano i pentagrammi e i segni musicali che tracciava sul pavimento. Anni dopo lo ritrovo al Plastic di viale Umbria a Milano dove si era convenuti per la presentazione di «Matita emostatica», una compilation edita da Materiali Sonori. Ebbene quella volta con una accetta dava colpi ferali a pile di dischi. Una manifestazione provocatoria che andava a colpire l’industria musicale già allora con evidenti falle che avrebbero portato al trionfo della musica liquida. Anche se, non previsto, il vinile è ancora un oggetto in costante ripresa. Insomma, Marsico, attraverso la sigla Monofonic Orchestra creava scompiglio, partecipava come ospite fisso su Rai 1 alla trasmissione «Obladì Oblada» condotto da Serena Dandini, era uno degli artisti più vicini alla rivista Frigidaire, ma nel contempo manteneva contatti con la musica contemporanea. A distanza di decenni eccolo di nuovo in pista con la sigla Monofonic Orchestra e con un album fresco di stampa come «Carnival – The Roger Stanza Sessions» (Plastica Marella).

Marsico che significato dobbiamo dare a questa nuova pubblicazione che rispolvera il marchio Monofonic Orchestra. Un ritorno agli esordi?

Negli ultimi anni sono stati pubblicati diversi dischi in cui sono apparso con il nome di Monofonic Orchestra e non solo in alcune compilation/antologie che documentavano la scena degli anni ’80 come “Milano After Punk” o  «391-Lombardia”, ma anche nell’album di inediti “Post_human Folk Music ( Spittle New, 2018)”,  il vinile in 7″ The End of the Beginning/The Beginning of the End” in collaborazione con la band post-industriale ODRZ ( Luce Sia, 2018 ) e nel disco “Acoustica. Codex Metastasio Post Box” (Believe Digital/Ai Music, 2021) che reca la dicitura Monofonic Orchestrated dal sottoscritto.  Non c’è stato quindi  granché bisogno di olio di gomito per rispolverare il marchio, ma è verissimo che “Carnival- the Roger Stanza Sessions» è fresco e potente, nonché bizzarro,  almeno quanto i miei primi dischi, se non di più.

Sono tutti brani nuovi o avevi cose nel cassetto?

Tutto talmente nuovo, tanto che devo ancora abituarmici.

Rispetto agli anni Ottanta cosa è cambiato nella tua musica.

Maggior esperienza, maggior lucidità, maggiore distacco dalle tribolazioni connesse al fare musica oggi in Italia. E ovviamente più ironia e autoironia. Ciò che invece, presumo non cambierà mai, è che per quanto riguarda l’arte musicale resterò sempre incendiario.

Stavolta però non è stato un lavoro in solitario. Come hai impostato il lavoro di registrazione.

Tutto nasce dalla collaborazione con Mauro Tondini, nata all’insegna dell’amicizia e stima reciproca, della passione comune per i sintetizzatori analogicii e alla voglia di esprimersi senza limiti. Lo abbiamo fatto nel suo attrezzatissimo Boombox Studio, dove insieme abbiamo suonato e prodotto un’ottantina di minuti di musica a quattro mani. Poi alcune tracce sono state arricchite da interventi fondamentali da parte di artisti che stimo come Stefano Di Trapani (Chinese Trans Espresso), il duo post-industriale ODRZ ( Rebel Rock 2), Francesco Zago (Trans Europe Express)  e infine io e Mauro abbiamo chiesto al nostro amico Roger Stanza di intervenire rieditando e remixando a piacimento l’intero progetto. Questo in soldoni è «Carnival – the Roger Stanza Sessions». Album unico, quasi il remix di un disco che non c’è, o meglio il remix di se stesso.

Echi di musiche ancestrali, da Lou Reed ai Kraftwerk, che altro? 

C’è anche «Hoola Hoola» dei Can uno dei miei gruppi preferiti di sempre. Questi brani-omaggio inclusi in “Carnival” spero indichino un modo “altro” di interpretare le cosiddette cover rispetto alla noia patinata delle genuflessioni da Festival o da Contest televisivo, che rappresentano spesso solo collezioni imbarazzanti di tic interpretativi, brutti da sentire. Maestri cattivi, anzi cattivissimi, questi giudici e insegnanti catodici…

Brani essenzialmente brevi dai 2 ai 5 minuti, tranne «Chinese Trans Espresso» che va avanti 10 minuti. Diciamo che tutti i brani si prestano a una durata maggiore, ma nell’essenzialità si nota anche la forza. Mi riferisco a «Racer» per esempio, che in poco più che 2 minuti condensa potenza e ritmo. Tanta elettronica ma si sentono anche molte chitarre…

Tempo oggettivo e tempo percepito.  Hai ragione, la durata della musica, rappresenta per me una delle aree di maggior interesse. Ci sono brani brevi che paiono eterni o  lunghi che al contrario  scorrono rapidissimi e non è detto essi siano direttamente proporzionali ai tempi di metronomo. Fino a che punto si può dilatare una composizione senza snaturarne il senso o restringerla affinché sia compreso l’insieme completo? Scorrendo la mia discografia puoi trovare sia brani di pochi secondi sia di quaranta e passa minuti. Tutto ciò mi ha sempre affascinato, ma di una cosa sono certo: le idee musicali che partono dalla mente del compositore sono completate da ciò che accade nella mente dell’ascoltatore. In ogni caso la musica è forse il miglior modo di attraversare l’ineluttabile scorrere del tempo o se vogliamo il modo più affascinante di perderlo onorandone tutta la bellezza…. Sì è vero ci sono anche le chitarre, non così tante, ti sembrano molte perché i chitarristi presenti sono ottimi: Francesco Zago e Massimo Mariani.

In «Bills» emerge il pianoforte, strumento al quale ti stai dedicando?

In verità non ho mai smesso di dedicarmici da più di cinquant’anni. Ciò che è cambiato è che durante i due anni di pandemia ho ripreso lo studio quotidiano di tre/quattro ore al giorno e a suonare e ad analizzare le partiture dei giganti del barocco e del periodo classico (ad esempio: Clavicembalo ben temperato e Variazioni Goldberg di J.S. Bach, suite per tastiera di Handel, Sonate e Variazioni Diabelli di Beethoven, Variations sérieuses di Mendelssohn etc..)  e ciò indirettamente ha portato nuova linfa , al mio modo libertino di pensare e creare musica. «Bills» come Bill al plurale invece è dedicato a Bill Evans, uno dei miei pianisti jazz preferiti e il pianoforte che suono qui è multiplo, nel senso che è  ottenuto attraverso diverse sovraincisioni, proprio come Evans fece nel suo album «Conversations with myself». Ma Bills in americano può significare anche conti. Conti da saldare al ristorante, ma anche conti da saldare con se stessi.

Nel frattempo quali sono gli altri progetti che stai portando avanti?

Nei prossimi mesi uscirà l’Extended Play  «Pre- Monofonic Orchestra» per l’etichetta elvetica Luce Sia che documenta gli esperimenti sonori che mi condussero qualche anno più tardi alla realizzazione del mio primo disco “Music Design” (1981, Italian Records ). Registrazioni che effettuai tra il ’78 e il ’79 presso l’aula di composizione musicale elettronica del Conservatorio G. Verdi di Milano mentre frequentavo la classe di Angelo Paccagnini. Sono nastri ritrovati durante un recente trasloco.

Avremo altre sorprese da Monofonic Orchestra?

Se ti dicessi di sì, che razza di sorpresa sarebbe? Scherzi a parte, Monofonic Orchestra nasce tra le altre cose con l’intento segreto (ma non troppo) di ribaltare gli stereotipi dei generi musicali e di cambiare intenzionalmente le carte in tavola dell’ormai noiosissimo galateo del pop nostrano e quindi credo (e spero) che la gamma di emozioni che va dallo stupore all’indignazione continuerà ad accompagnare sempre i miei lavori anche in futuro. Quello che però posso assicurarti è che questa volta “Carnival” è riuscito a sorprendere anche me.

Infine, il 19 luglio 2022 ore 19 Marsico sarà al Macro Museo d’Arte Contemporanea di Roma per raccontare il suo percorso musicale. Ingresso libero.

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Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018), Che musica a Milano (Zona editore, 2014), Cose dell'altro suono (Arcana, 2020) e Battiato - Incontri (Officina di Hank, 2022).

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