La black music, ormai da un paio di decadi, travalica gli stessi generi che l’hanno identificata nel tempo, dal soul al funk, al rhythm & blues e via dicendo, per arrivare a un sound che miscela mille influenze e che ci arriva dai più svariati territori dell’orbe terracqueo. Analizziamo qui tre lavori di recente pubblicazione che propongono una visione personale e ricca di attualissima “musica nera”, rigorosamente proposta da bianchi.

Chicken Grass

Chicken Grass
Chicken Grass (Cattrack)
Voto: 7/8

Vengono da Oulu, una città di 150mila abitanti posta nel centrosettentrione della Finlandia. Probabilmente per riscaldare il clima della zona – la cui temperatura media annuale non arriva ai 4 gradi centigradi – da circa vent’anni propongono un sound brillante e pieno di vitalità, che prende tutte le sue coordinate dal rhythm & blues, dal soul e dal funky, con una particolare penchant per la declinazione che ne offrono attorno al delta del Mississippi. Ovvero in una regione la cui temperatura media sfiora i 25 gradi. Forse per questa “incongrua” formula espressiva la band del cantante e tastierista Tapio Wiik e del chitarrista Mikko Räisänen ha impiegato tutto questo tempo prima di arrivare a pubblicare un album.
Il risultato è eccellente e questo lavoro omonimo si muove tra brillanti errebì funkeggianti come l’iniziale Snakebites con la sezione fiati (per la registrazione si sono aggiunti tromba e trombone ai sassofoni di Olli Tuomainen) e l’organo in parata e la più sudista Trading Bullets, ovvero i due brani del singolo che lo scorso anno aveva presentato i Chicken Grass al pubblico internazionale. Nel primo c’è l’importante contributo della vocalist di New Orleans Samantha Montgomery, in arte Princess Shaw, presente qui anche nell’intenso soul-gospel Sister Rosetta’s Train.
Il bello del cd è che la qualità della proposta non cambia quando la band decide di alzare il piede dall’acceleratore e sviluppa dei mid-tempo pulsanti e senza pause come l’estroso Pyroclastic oppure delle ballad coinvolgenti e ricche, come la diretta Street Haze. Meno convincente la conclusiva, quasi pop Right Face. Da aggiungere solo che il cd, registrato live in studio nel 2019 a Berlino con il superproduttore Max Weissenfeldt (Poets Of The Rhythm, Dr. John) e pubblicato con vari ritardi causa pandemia, presentava ancora nel sestetto il percussionista Jallu Junnilainen, purtroppo deceduto dopo una dolorosa malattia due anni fa, appena 58enne. A lui è ovviamente dedicato il lavoro.

The Sorcerers

Artisti vari
Early Works Vol. 2 (All Things Analogue)
Voto: 7/8

Non a caso l’etichetta si chiama “tutto è analogico”. Neil Innes, il suo fondatore insieme a Pete Williams (rispettivamente bassista e batterista, formano un’ottima sezione ritmica), registra dal 2014 solo con apparecchiature vintage degli anni 60, dentro un garage in disuso alla periferia di Leeds, in Gran Bretagna. Ne è nato un sound particolare – completato da registratori esclusivamente a nastro da 2 pollici e tecniche tipiche della metà del secolo scorso – che unisce il clima old style con la libertà innovativa delle giovani band. Con il covid Innes si è ritrovato il tempo libero necessario per scavare nel suo archivio e recuperare alcuni speciali frammenti del passato, per assemblare alcune antologie che mostrano i vari lati espressivi che la label All Things Analogue ha realizzato nel corso degli anni.
Dieci i brani (più una radio edit) a firma di otto brillanti progetti per questo volume due, che esce a un paio d’anni di distanza dal precedente. Protagonisti la Magnificent Tape Band dei due boss con la cantante Rachel Modest, che però si limita ai vocalizzi nei due strumentali ricchi di sonorità inedite qui proposti, gli Ivan Von Engelberger’s Asteroid, a metà tra spaziale e chillout, i Sorcerers con la loro eccellente world-fusion arabeggiante (da ricercare il cd In Search Of The Lost City Of The Monkey God), i Lewis Express con il vecchio amico Earl Chris Dawkins alla voce e alla chitarra.

Poi ancora The Disarrays, un altro progetto del duo Innes/Williams con l’aggiunta della vocalist Fuzzy Jones, con due brani (tra cui il funky elegante Anaestethise Me, il brano migliore di questa antologia, riproposto anche nell’edizione radiofonica ridotta), i Mandatory Eight del grande pianista George “Jazz Defender” Cooper , i jazzisti funky del Joe Tatton Trio e la Harmony Society, che, nell’iniziale Bus Stop Boogie, ci fa sorridere, ricordandoci l’importanza della puntualità dei trasporti pubblici per avere dei sani rapporti sessuali.

The Blaxound

The Blaxound
El Maravilloso Sonido Universal (Golden Rules)
Voto: 7/8

Terzo album, dopo Trans-mission del 2014 e Return Of The Blaxound del 2008, per la talentuosa Marta Romàn, titolare di The Blaxound. La formidabile musicista di Barcellona scrive tutte le canzoni da sola e se le produce nel suo studio di registrazione, utilizzando, quando necessario, alcuni musicisti della scena musicale locale. La sua passione sono i film della cosiddetta blaxploitation degli anni 70 – da ricordare anche un breve ritorno di fiamma nei primi Novanta, culminato con l’omaggio di Quentin Tarantino Jackie Brown -, ovvero di quella stagione di film a basso budget scritti, diretti, realizzati e interpretati da neri (almeno “ufficialmente” perché non di rado c’era lo zampino, specie economico, di interessi wasp), che mettevano in evidenza il mondo dei gangster afroamericani, con l’esibizione esplicita di scene di sesso e di violenza, ma soprattutto con le prime colonne sonore a base di soul e di funk strumentali, rivisitati in chiave orchestrale e “narrativa”.
Proprio a quel suono così caratteristico da diventare un genere – nonostante gli addetti ai lavori considerassero la definizione blaxploitation quasi offensiva – con artisti d’eccezione come Curtis Mayfield, Isaac Hayes, Earth, Wind & Fire, Bobby Womack (e persino il bianco autore di Hair Galt MacDermot, che musicò il paradigmatico Pupe calde e mafia nera), si rifà Romàn per questo “meraviglioso suono universale”. Album brillante, molto da sonorizzazione di alta classe, con groove mutevoli e riusciti arrangiamenti di fiati, sa unire il feeling seventies con le innovazioni e le sfumature ricercate alla maniera di Shawn Lee. Nove brani maturi dalla calda anima cinematografica, che vanno dal quasi sentimentale inizio di Mai Tai al più equivoco Caiman, dal respiro aperto e volatile di Orgullo a quello più stradaiolo e ambiguo di El Soplón, dal funky esplicito di Dakar all’omaggio a uno dei più grandi direttori della fotografia della storia del cinema Laszlo Kovacs.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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