Come buona abitudine estiva siamo andati a cercare, nel mazzo del materiale che le diverse etichette discografiche hanno rilasciato durante la stagione da poco conclusa – il mercato discografico, si sa, segue grossomodo le date dell’anno scolastico – alcuni album che meritano attenzione e di cui finora non avevamo parlato.

’A67

’A67
Jastemma (Squilibri)
Voto: 10

Capolavoro, senza discussioni. Il recente album della band di Scampia, giunta ormai al 18esimo anno di attività, è un perfetto esempio di modernità espressiva, ancorata a un passato di esperienze dure, di sogni impossibili, di rancore e speranza, di protesta e disillusione, assemblate con un lavoro che si sente certosino e attento a ogni dettaglio, che scivola su sonorità rock e su spezzettature rap, su ritmicità reggae (in Sempe Cu’ Tte con il sax dell’ospite Daniele Sepe) e su riff acchiappaorecchie, su illusioni psichedeliche e su incantamenti jazz (nel conclusivo strumentale Ss 162 con il flicorno dell’altro ospite Luca Aquino). E soprattutto su un mare di blues, quello del vecchio power partenopeo e insieme quello di un’attualità malinconica nella sua mancanza di ogni progettualità.
Jastemma, vincitore della Targa del Club Tenco come migliore lavoro in dialetto dell’anno, avanza con l’incedere inarrestabile di una processione che ti entra dentro e porta con sé gli ultimi e le loro difficoltà, che travolge con la forza di un sound senza sbavature e senza rallentamenti, che racconta dell’inedia civile per far scoprire a tutti che “vola vola senza se fermà/ l’anima ca vo cagnà/ pcchè mo sape, sape che ce sta/ nu cielo addo se vola senza sunnà”. Specifica il cantante e leader Daniele Sanzone: «ci sono in me il laureato in filosofia e il ragazzo di strada. E la musica riflette questo, istinto e cervello in equilibrio. Perché quando diventa tutto istinto perde profondità, quando diventa troppo cervellotica perde emozione.»
Inutile cercare la canzone migliore, ognuno troverà la sua tra le nove narrazioni (la title track è proposta in due versioni, una rock e una psycho blues) di quella Jastemma, quella “maledizione” che è l’amore, difficile, deludente, insicuro, una condanna che come araba fenice lo fa sempre risorgere dalle sue medesime ceneri, dalle sue stesse rovine, perché è vita e immaginazione.
Non solo. È un capolavoro anche il packaging, con un libretto illustrato dal grande artista della Transavanguardia Mimmo Palladino e arricchito da 40 pagine di racconti e poesie inedite, ispirate alle canzoni e firmate da 15 scrittori, tra cui Viola Ardone, Nicola Lagioia, Carmen Pellegrino, Luca Delgado, Gennaro “Raiz” Della Volpe, Gianni Solla.

Emilio Stella

Emilio Stella
Salva (Aloha Dischi)
Voto: 8

Il primo riconoscimento a livello nazionale per il cantautore romano è arrivato più di dieci anni fa con l’esibizione al Club Tenco, ottenuta grazie all’album autoprodotto nel 2011 Panni e scale. Saranno poi il singolo Capocotta non è Kingston del 2014 e il secondo cd Suonato del 2018 a definirne la caratura, insieme alle musiche scritte per lo spettacolo teatrale Dalle sbarre alle stelle con Flavio Insinna. Molto apprezzato nella capitale, Emilio Stella si propone con questo nuovo lavoro di ottenere la definitiva consacrazione che il suo livello qualitativo effettivamente merita.
Salva è un concept album che ruota attorno ai significati del titolo stesso: «uno è quello di mettere in salvo dal brutto o dal pericolo ciò che è importante, un altro è quello di salvare in memoria quello che conta davvero». Lo spiegano bene la title track, scritta e interpretata con Simone Cristicchi, e la delicata Cose piccolissime. Lo suggeriscono sia le canzoni sue tipiche con tematiche sociali, Consumatore, proposta con la band rap Bestierare con l’attore Elio Germano, e Domenica, sia quelle più attente agli aspetti intimi e privati dell’amore e della famiglia, Sul pianeta degli amanti con la brava Frances Alina Ascione a descrivere l’innamorarsi, Nel giardino degli affetti e Una stella viola, dedicata alla figlioletta, sia quelle che raccontano la voglia di non adeguarsi al degrado e all’inquinamento della natura e della società, il grido di speranza Canto ribelle e La mia rivoluzione. Lo dice allegoricamente È un flusso d’incoscienza, perfetto nel suo fluire ipnotico tra coscienza e istinto.
Molto varie e accattivanti le musiche, che di volta in volta ricordano Battiato, rappano, schiacciano l’occhiolino al folk e alla ballata romanesca, scivolano su ritmi caraibici, profumano di New Orleans, rockano scarne, per disegnare un pop dalle mille tinte e nuance. Purtroppo resta il vecchio errore dei dischi italiani di portare la voce in primissimo piano, lasciando sullo sfondo la musica e le ricche sonorità.

Rosanna D’Ecclesiis – foto di Gaga Jovanovic

Rosanna D’Ecclesiis
Xennial (Alfa Music/Egea)
Voto: 8

Sul versante più jazzy si muove il debutto della brava cantautrice pugliese, che però durante il suo percorso artistico ha attraversato (e continua farlo nei vari progetti che la vedono impegnata) territori che vanno dalla musica popolare degli Afrodiaspora di Cesare Pastanella a quella leggera di qualità, leggasi Mina. Affiancata da un quartetto guidato dall’organista Vito Di Modugno, con la ritmica dei fratelli Grimaldi e i sassofoni Francesco Lomangino, D’Ecclesiis ci propone nove composizioni più la radio edit del “manifesto” di vita “The Mission”. Sette sono di suo pugno, due sono evergreen del rock, la Light My Fire dei Doors e Us And Them dei Pink Floyd (di oltre 11 minuti con un vibrante assolo di flauto), riproposte con piglio intelligente in una chiave espressiva lineare e convincente.
«Xennial rappresenta per me un punto di arrivo per quel che riguarda tutta la prima parte del mio percorso artistico, fatto di pop, soul e jazz», dice e le sue canzoni, di cui cinque in inglese, lo dimostrano, anche se gli accompagnatori sono jazzisti a tutto tondo e spingono il pedale dell’improvvisazione appena possono. Il titolo, che riprende la definizione della generazione a metà tra la X e i millennial, tra analogico e digitale, dello studioso australiano Dan Woodman, è un’autodefinizione, così come lo sono Memories Of My Mind, chiusa da una serie di vocalizzi suggestivi, la divertente e sincopata Ugo, la lirica Fortune che apre con grande sensibilità il cd, l’eterea Quelli che, che richiama l’amata “tigre di Cremona”, la più soul Now’s The Time.

Fusaro

Fusaro
Buongiorno (per tutto il giorno)
Voto: 7

Canzoni essenziali, semplici e pop, con testi lievi e speranzosi. Dice Fusaro, presentando questo suo secondo album: «Buongiorno (per tutto il giorno) è un lungo respiro alla fine di una fitta tempesta, è la voglia di ricominciare a guardare il domani con leggerezza e fiducia. È un augurio confortante per chiunque trovi la pazienza di ascoltarlo. Una collezione di pensieri e fotografie per ricordarsi di affrontare tutto giorno per giorno senza rischiare di sprofondare in sé stessi.»
Con il suo stile less more che non graffia e non vola, ma è piano, discorsivo, emozionale, lieve, il cantautore romano propone canzoni che parlano di “trovare l’equilibrio e non cadere mai”, di amori che trovano nello scontro la quiete e nella tranquillità l’instabilità, di Aria nuova primaverile, della comunicazione che supera il silenzio delle parole, di insicurezza e fragilità nella squisita Asteroide, di un nonno che vola via come un merlo liberato da una rete nell’iniziale Morto tu rimango io dal titolo improponibile.
Ale Bavo, musicista e produttore che abbiamo già visto all’opera con Subsonica, Levante, Mudimbi e vari altri, oltre che alla guida del precedente Di quel che c’è non manca niente, continua a occuparsi di Fusaro e a disegnarne – soprattutto con i synth – i suoni puliti e ovattati, le linee melodiche superficiali e la presenza sempre in primo piano della voce. Malinconia e parole che sembrano “mille briciole, che basta un po’ di vento a sparpagliare” per una cifra stilistica che è promettente e sentita, ma che ha ancora bisogno di quegli spunti vitalistici che sono accennati proprio in Briciole e in La mia personalissima calamità.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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