Il campionato di basket Nba è il più importante del mondo, quello dove giocano i talenti più impressionanti, i giocatori che hanno fatto la storia di questo sport, i più pagati di sempre. Durante gli anni Novanta uno dei più grandi era Allen Iverson, più volte capocannonniere del torneo. Il suo soprannome era The Answer, “la risposta”, perché i compagni sapevano che, quando erano in difficoltà, potevano passargli la palla e lui avrebbe trovato lo schema o la giocata con cui scardinare le difese avversarie.
Cosa c’entra con la musica, direte voi. Nulla, ma è un po’ quello che mi succede quando mi metto ad ascoltare dei dischi. Prima uno di jazz, poi uno di pop, poi uno di world, un altro di pop-jazz, uno di canzoni d’autore e poi? Poi, quale? È a quel punto che, per non essere in difficoltà, non cadere nella ripetizione o nel banale, mi affido a quella che per me è the answer, “la risposta” cui mi affido quando le orecchie sono sazie e vogliono qualcosa di più: l’etichetta/casa editrice squi[libri].
Sono tranquillo, loro non sbagliano un colpo. Sono un diapason di riferimento che agisce con «l’ostinata volontà a ricercare in quel mare magnum che chiamiamo tradizione premesse di un futuro diverso o anche istanze ancora valide in questa nostra contemporaneità, fossero anche solo di natura estetica o culturale». Parole di Domenico “Mimmo” Ferraro, direttore editoriale della label romana, che ha anche il grande pregio di proporre ogni suo album con un libretto di una sessantina di pagine patinate, piene di illustrazioni, contributi, testi, commenti, foto, che rendono il package prezioso e ricco.
Una proposta, quella di squi[libri], che privilegia «una cultura “altra”», continua Ferraro, «diversa e irriducibile a quella ufficiale e straordinariamente inclusiva, potendo abbracciare le musiche di tradizione orale e il jazz, la musica elettronica e le marionette, “certo” cinema e “certi” fumetti, per definire urgenze non più procrastinabili e ricercare nell’antico e nel popolare qualcosa da spendere, con ritrovata consapevolezza, anche in questo nostro presente.» E ci riescono praticamente sempre, da più di vent’anni – già nel 2012 se n’erano accorti i promotori del prestigioso Premio Nazionale Città di Loano, che le diedero un riconoscimento come migliore realtà culturale italiana – in qua, come dimostrano appieno i lavori che vogliamo porre oggi alla vostra attenzione.

Massimo Donno – foto di Giuseppe Rutigliano

Massimo Donno
Lontano (squi[libri])
Voto: 9

Lo dice chiaramente in Lettere dal divano, le sue canzoni sono “lettere d’amore, di sassi e foglie secche/ lettere di rami, di legno, d’artigiano/ lettere di sangue, parole contromano”. Il cantautore salentino continua la sua ricerca espressiva disegnando con questo suo quarto, bellissimo album (dopo Amore e marchette del 2013, Partenze del 2015 e l’eccellente Viva il re! del 2017) un nuovo saggio di piccole eccellenze sonore e di liriche forti come i sapori della sua terra. Una riflessione sulla lontananza, anche quella temporale, che accende i fuochi grandi delle passioni e del sentimento, dell’appartenenza e del sentire profondo, e spegne quelli piccoli del disamore e dell’incoerenza, delle vanità e dell’Ormai.
“Gli anni son graffi ai ginocchi e i giorni scantinati bui”, “il giorno mi diventa una lavagna scura, con il gesso tra le dita, poche e povere le idee”, “berremo del vino, faremo silenzio, coltiveremo il vizio dell’essere prudenti” canta con il suo timbro piano che si intreccia “con i silenzi, le pause e i respiri dilatati”, come scrive Mariella Nava sul booklet. Poesie che ci confortano e ci suggeriscono che “ci salveranno le stelle/ ci salveranno gli odori/ ci salveranno le onde di queste emozioni circolari”, che ci fanno capire che “noi siamo figli senza eredità, traditi dal tempo che tempo non ha” e che suggeriscono di vivere l’amore come un labirinto al buio.
Massimo Donno è un musicista discreto e garbato, che costruisce le sue canzoni in maniera elegante, piene di sapori lievi, quasi schivi prima quanto persistenti poi, mediterranei, pop, jazzy, e le arricchisce dei contributi precisi, di alta classe e mai invasivi, di jazzisti come Daniele Sepe e Gabriele Mirabassi, di musicisti world come Alessandro d’Alessandro e Redi Hasa (richiesto anche da Robert Plant per il suo Carry Fire del 2017), di sperimentatori come Musica Nuda e di un quintetto di archi classici. E di cantanti come la bravissima Rachele Andrioli, il libico/palestinese Nabil Bey, l’intrigante Petra Magoni, la suggestiva Alessia Tondo e il “gucciniano” Flaco Biondini nella conclusiva cover del maestro di Pavana Primavera di Praga. Tra le 13 perle del cd brilla intensa l’emozionante Corpi nudi, in duetto con la Nava, che potrebbe essere il sequel de La costruzione di un amore di Ivano Fossati.

Forthyto

Forthyto
Rilegge Maul di Enzo Del Re (squi[libri])
Voto: 9

Enzo Del Re (1944/2011) è stato uno dei cantastorie anarchici che, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, punteggiavano il panorama italiano, spesso riuniti in spettacoli teatrali come i vari Ci ragiono e canto, allestiti da Dario Fo, Un sogno di sinistra, Qui tutto bene e così spero di te oppure quelli dei Circoli Ottobre dell’altro cantastorie Pino Masi. Di Del Re, che si esibiva in solitudine percuotendo una sedia e che fu tra i più radicali e intransigenti di tutto quel movimento (chiedeva come compenso per un concerto l’equivalente di una giornata di lavoro di un metalmeccanico), sono rimaste famose la sigla per Radio Alice di Bologna e poi del Movimento del 77 Lavorare con lentezza, Tengo ’na voglia e fa niente e il primo album Maul, tutto in dialetto stretto come ogni sua canzone e dedicato fin dal titolo alla sua città, Mola di Bari.
Oggi, nel cinquantenario della pubblicazione di Maul, ne viene riconosciuta la valenza artistico-culturale “ufficialmente”, ovvero il Consiglio Regionale della Puglia ha deciso “con orgoglio” di patrocinare questa rivisitazione firmata dal cantautore Vito “Forthyto” Quaranta, anch’egli di Mola e grande conoscitore del compianto concittadino. La ripresa che ne offre è in chiave attuale e corposa – l’originale vedeva Del Re impegnato alla sedia e a piccole percussioni autocostruite con materiali di recupero – ovvero, oltre alla sua chitarra, contribuiscono Giorgio Vendola al contrabbasso, Vincenzo Abbracciante alla fisarmonica, Francesco De Palma alle percussioni e Marinella Dipalma alla seconda voce.
I testi radicali e carichi di pathos, sempre dal punto di vista dei più poveri e sfruttati, che Forthyto si impegna a cantare nella maniera ritmata dei cantastorie, e le melodie minimali e dirette, spesso riprese dalle canzoni popolari, diventano ballate ancora attuali e vive. Tristi come U cante du navegande, più speranzose come L’organézzazziauna nove, liriche come la title-track, d’amore come Matalêne, antifascista I manefiste, sull’abbandono Segnore ne uarde!, sarcastiche come Te iadore e te rengrazzie. E con la magnifica Scitterà sulla persecuzione cui sono vittime, per superstizione e cattiveria, i gatti neri, e tutti coloro, randagi e diseredati, che possono esserne rappresentati.

squi[libri]
Simone Saccucci

Simone Saccucci
Dejj’ Arbole (squi[libri])
Voto: 8

Progetto culturale di livello assoluto questo dell’operatore culturale Simone Saccucci, da circa vent’anni impegnato in proposte che hanno come fulcro la narrazione e le storie, come quelle attivate con le università di Cagliari e Roma 3 oppure come la ricchissima rubrica radiofonica sulle periferie italiane. Il tema è quello esplicitato nel sottotitolo Canti e storie dalla valle dell’Aniene, a cominciare dalla – in realtà conclusiva, se si esclude una ghost track finale – leggenda del re Anio e della sua ricerca senza titubanze della scomparsa figlia Salèa che lo portò all’affogamento nel fiume in piena che porta il suo nome.
Lo svolgimento è in quattro parti, che riescono a fondersi senza soluzione di continuità in maniera elegante e narrativa, convincente e istruttiva. Da un lato ci sono le canzoni di Saccucci, ricalcate sulle cadenze e le ritmiche della musica popolare dell’alto Lazio, con racconti carichi di vita vissuta, da Casa mea, “la storia di un cavatore che perde casa a causa del suo lavoro in cava”, ad Argentina marchigiana, “la storia di Argentina e del suo viaggio dal paese di Cupo nelle Marche”, elaborate con un piccolo gruppo con la fisarmonica di Roberto Billi, produttore del cd, in evidenza. Dall’altro ci sono Ninna nanna e Non me ne curo, i brani tradizionali, proposti alla maniera antica con la sola voce, qui molto verace e “conclusiva”.
A queste parti musicali si aggiungono tre poesie di Erri De Luca, lette da lui stesso, intrise di antiche memorie e suggestioni dirette, e alcune testimonianze di vita vissuta nei territori dove l’Aniene mantiene ancora intatto il suo nome, senza assumere quello un po’ derisorio di Teverone, ovvero prima di Tivoli e delle cascate.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome