Due libri, due esperienza di vita – che si sono anche incrociate – nell’ambito della realtà musicale italiana dei nostri tempi. Quella del flautista marocchino Nour Eddine Fatty e quella del chitarrista e cantante (forse ex?), ma soprattutto operatore culturale e production manager di giovani artisti, Domenico Sisto. Il primo dedica la sua autobiografia alla fuga, al percorso dal Paese natale all’Italia e ritorno, e la titola Hijra, che ricorda l’egira di Maometto dalla Mecca a Medina con la gravissima rottura di tutti i tradizionali vincoli tribali e che più in genere significa “emigrazione”, in questo caso quella dei popoli africani verso l’Europa. Il calabrese invece è più legato alla famiglia e intitola i suoi ricordi di vita Il profumo di mio padre, con il genitore che si erge deus-ex-machina e coprotagonista delle pagine.

Nour Eddine sembra “suonare” (lo fa nei suoi recenti recital) il suo libro, che ha per sottotitolo L’esilio del flautista e che vuole essere un messaggio di pace e di speranza, di coesistenza pacifica e di libertà tra i popoli. In una notte di fortuna, rinchiusi per errore nei giardini di Villa Sciarra, “Luce del Culto” – questo il significato del nome del musicista in lingua araba – e un’amica occasionale hanno trascorso il tempo prendendo appunti sulla vita del musicista, dando il la al libro di questo artista versatile, nato sulle montagne del Rif marocchino in una famiglia di suonatori e finito per diventare a Roma il primo musulmano ad aver composto un’opera per il Vaticano.
Bambino cresciuto imparando a stare solo, pastore di pecore, ascoltando la musica e il vento, con la nonna che regolarmente gli spezzava il flauto costruito dal nonno (ottimo suonatore di ciaramella) perché avrebbe desiderato diventasse iman e mai musicista, approdò a Roma nel 1993, via Spagna e Francia. La sua fortuna, dopo anni di canzoni nei cunicoli della metropolitana, fu un’idea di Toni Esposito, il percussionista napoletano, che, ascoltatolo casualmente, lo presentò alla CNI, etichetta discografica allora alla ricerca di una voce che cantasse in arabo. Da quella prima performance fu tutta un’escalation: già Zri-Zrat, nome del villaggio natale, suo primo cd, ebbe buoni riscontri, e il successivo Coexist del 2003 fu un successo in ambito world, con le ottime canzoni di ricordo e coabitazione, di sofferenza e futuro, che lo fecero apprezzare anche sul palco del concertone del Primo Maggio e davanti a papa Giovanni Paolo II, all’auditorium della Conciliazione.
Numerose le sue collaborazioni con altri artisti, tra cui spettacolare quella con il fiatista calabrese Danilo Gatto che lo portò a fondere la tarantella con la cultura orale gnawa e joujouka marocchina nel luminoso Taragnawa e una serie di eccellenti concerti. Tra le successive esperienze narrate nel libro ricordiamo la partecipazione, nel 2009 all’opera internazionale Alma Mater, cui papa Benedetto XVI prestò la sua voce (Nour Eddine ricorda Sua Santità come “un grande musicista che adorava e suonava in modo egregio il pianoforte”), l’incontro con impresari che cambiano la parola e i contratti, la direzione della Royal Philarmonic Orchestra nella cattedrale di Westminster a Londra, il litigio con Stefania, la Uninettuno World Orchestra e il ritorno in patria.
Completano la piacevolezza scorrevole del libro (Compagnia Nuove Indye, pgg. 130, € 18) i testi poetici di alcuni suoi brani e una lunga carrellata di fotografie in bianco e nero, in aggiunta a quelle che punteggiano la narrazione.

Domenico Sisto

Più “letterario” il volume di Domenico Sisto, già frontman e chitarrista degli Omerthà con cui – durante tutti i Novanta – incide due album e arriva a Sanremo Rock, poi, dopo una breve carriera da solista, produttore e autore per vari musicisti emergenti. Con il sottotitolo Breve storia di musica e malavita affronta il rapporto complicato di un ragazzo che vuole fare il musicista, e che, calabrese, inizia scrivendo e cantando con gli amici brani contro la prepotenza e la soperchieria della ’ndrangheta, con un padre che, vicedirettore di banca, ha per lavoro a che fare ogni giorno con persone di ogni tipo, in particolare con affiliati e militanti nella malavita organizzata, i più danarosi del suo paese e con “tentacoli” fino alla Capitale, dove poi la famiglia si trasferisce.
Un racconto di formazione e conflitto, di crescita e amore filiale, di dubbi e speranze, con l’avvicendarsi della spensieratezza, dei concerti, delle ragazze del protagonista che si confronta con la via crucis del padre, arrivato ad autodenunciarsi per porre fine alle operazioni illegali che la banca attua con la mafia, il che lo porta anche in galera e a essere disprezzato dai concittadini. Il successo a livello nazionale della band, il rifiuto del solista a lasciarla nonostante la promessa di partecipare a Sanremo, l’attività nell’ambito della ristorazione, gli show strepitosi (Omar Pedrini, il leader dei Timoria allora al top, ricorda nella prefazione che veramente, dovendo esibirsi dopo gli Omerthà nel luglio 1999, disse «avete fatto un concerto della madonna, adesso cosa cazzo saliamo a fare su quel palco?»), la gestione del locale Kalifornia Rock Cafè, lo scioglimento e la carriera da solista interrotta ancora dalla richiesta di aiuto del padre, braccato dagli strozzini. Fino a che “cominciarono dei giorni sospesi per me, cercavo di capire dove avessi sbagliato, sfogliavo e sfogliavo le pagine della mia vita, come in un album di foto sbiadite, cercando di vedere il momento dell’errore”, ma “non vedevo uno spiraglio di luce da nessuna parte, volevo scappare, andarmene e lasciare che tutto andasse in malora”.
Il profumo di mio padre (Compagnia Nuove Indye, pgg. 85, € 15) allinea 13 capitoli – tutti con “il profumo” nel titolo – che scorrono emozionanti e veri, portando con sé spunti che in molti abbiamo conosciuto e altri che avremmo voluto provare e ricordandoci che “la vita bisogna viverla nel momento che c’è, perché poi rimangono solo rimpianti se non lo fai”.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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