Da qualche giorno è in rotazione radiofonica Parlare con i limoni, brano di Enzo Jannacci del 1987, reinterpretato da Paolo Belli insieme alla sua Big Band.
La canzone fa parte dell’album di cover La musica che ci gira intorno, pubblicato a maggio, anche se per l’occasione Parlare con i limoni è stata riarrangiata in versione reggae, pronta per accompagnarci in questi ultimi scampoli di estate.
Abbiamo intervistato Paolo Belli partendo proprio da questo ultimo singolo per parlare dell’album di cover e tornare indietro fino agli esordi con i Ladri di biciclette, e qualche gustoso aneddoto che li lega a Vasco Rossi.
Come stai, prima di tutto?
Sto benissimo, perchè stiamo lavorando tanto, e questo è davvero importante in un momento come quello che stiamo vivendo, dove anche nella nostra categoria è difficile ripartire.
Inoltre noi quando andiamo in giro siamo metà di mille, quindi a volte può risultare anche più complicato. Però stiamo suonando tanto e viene tanta gente a vederci, quindi sono davvero molto contento.
Qualche giorno fa è uscito Parlare con i limoni, il nuovo singolo estratto dall’album di cover La musica che ci gira intorno. La cosa che più mi ha incuriosito è che in un album di brani rivisitati in chiave swing e jazz hai preso questo pezzo di Enzo Jannacci, uno dei cantautori più swing e jazz che abbiamo mai avuto in Italia, ma l’hai rifatto in chiave minimalista sul disco e in versione reggae come nuovo singolo.
Enzo è uno dei miei maestri più importanti e mi ha insegnato tanto: mi ha insegnato a lasciarsi andare, che è poi quello che insegna il jazz. Però devi essere preparato per fare certe cose: io, per fortuna, ho dei musicisti che mi permettono di interpretare tutto ciò che penso.
Quando ho pensato a quale canzone mettere nell’album per rendergli omaggio, sarebbe stato troppo facile per me scegliere una canzone già dall’anima swing come Ci vuole orecchio oppure Vengo anch’io, no tu no. Si sarebbe trattato di un vestito già pronto su misura.
Siccome lui mi ha influenzato in maniera esagerata, soprattutto nelle sue canzoni più intime, credo che giunto all’età di 60 anni uno dovrebbe avere il coraggio di tirare fuori anche le parti più seriose.
Quel brano lì l’ho sempre amato, mi rispecchia tantissimo in questo momento, e rispecchia anche il momento storico che stiamo vivendo: tutti ormai parlano con tutto il mondo in maniera virtuale, quando invece la comunicazione sarebbe importante farla vis à vis, e quindi a un certo punto ti ritrovi veramente a parlare con i limoni.
In più parla di avere le rughe, e io adesso me le guardo tantissimo. Quando poi dice “quanta fatica per farsi accettare con le canzoni”, mi ci rivedo in tutto e per tutto.
Quindi insomma mi sono detto: “sai che c’è? Devo farla!”.
L’abbiamo realizzata con tanta leggerezza ma anche una grandissima preparazione e atteggiamento, perchè si tratta un omaggio che io ho fatto non solo a un maestro musicale, ma a uno che trent’anni fa ha scritto una cosa in cui oggi mi rivedo molto, e nel mio omaggio ho cercato di tirare fuori il jazz che mi ha insegnato lui.
Oltre alla versione del disco c’è poi anche la versione reggae che è uscita qualche giorno fa. Questa versione alternativa è stata fatta apposta per alleggerire tutto, come mi ha insegnato proprio Jannacci. Lui mi diceva che nella vita non bisogna mai prendersi sul serio: bisogna fare le cose con serietà, studiare tanto, ma avere il cuore leggero e non prendersi mai sul serio.
Dalle tue note di presentazione dell’album ho notato che abbiamo una cosa in comune: l’amore per una frase all’interno di un brano forse un po’ troppo sottovalutato di De Gregori, Viaggi e miraggi, presente anch’esso ne La musica che ci gira intorno.
La frase in questione è “certi angoli del presente che fortunatamente diventeranno curve nella memoria”, e la trovo il modo più poetico che ci sia per descrivere l’ammorbidirsi dell’animo e del modo in cui a distanza di anni rivediamo le cose successe in passato.
Questo purtroppo e per fortuna è il mio carattere: io sono uno che nella vita aspetta sempre che il tempo faccia il suo lavoro, perchè alla fine tutti gli angoli diventano curve.
In questo album c’è proprio Paolo, quello vero, quello che ha detto “basta, alla mia età devo essere sincero, devo dire a tutti quanti come sono”. Io non sono solo un saltimbanco o il giullare che fa rassenerare le persone, per quanto ami quel ruolo e mi piaccia interpretarlo. Però, parallelamente a quello, oggi non ho più il pudore o la paura di dire quello che penso, quindi in ogni canzone di questo album ci sono dentro dalla testa ai piedi.
Anche in quegli angoli che diventano curve sono totalmente dentro in questo esatto istante: pensa ai Ladri di biciclette, a quando c’è stata la divisione perchè vedevamo le cose in maniera diversa. Proprio adesso, in questo istante, sono vicino ad un ex ladro di biciclette: stiamo insieme, chiacchieriamo e ci vogliamo bene, proprio perchè gli angoli diventano curve.
Visto che hai citato tu i Ladri di biciclette, anticipo la domanda che ti avrei fatto dopo: quando c’era la band io ero piccolo, ma già mi piacevano molto i vostri brani, da Sbatti ben su del Be Bop a Dr. Jazz e Mr. Funk. La mia preferita però era Bella città, che hai scritto insieme a Vasco. Ricordo anche che anni fa avevi raccontato come proprio Vasco insistette nel farti cantare il “così puttana” della canzone come voleva lui. Ci racconti la storia?
Tutto parte dal fatto che eravamo in tour assieme, quando un giorno io gli ho detto: «sai, Vasco? Per me scrivere le musiche delle canzoni è una cosa semplicissima, ma per scrivere i testi ho dei problemi». Infatti se per la musica ci posso mettere tre giorni, a prescindere che sia bella o brutta, per un testo magari mi ci vuole anche un anno.
Allora lui mi risponde «vabbè, dammela a me che ci penso io», e qualche giorno dopo torna col testo finito. Puoi immaginarti per me quanto poteva essere grande la gioia di avere un testo di Vasco su una mia musica, poi era anche bellissimo.
Arriva il momento di andare a registrare la canzone e lui mi fa «ci terrei tanto ad essere in studio con te quando la canti perchè tengo molto a questo testo, così magari ti posso dare un aiuto nell’interpretazione».
Entro in sala di registrazione, inizio a cantare, mi sembra di fare tutto al meglio, però quando finisco Vasco mi fa: «tutto bene, però quando dici “puttana”… glielo devi dire!»
Allora io riprovo ancora, la canto e la ricanto diverse volte, ma Vasco insiste: «bene, però non gliel’hai ancora detto».
Dopo qualche altro tentativo mi fa «adesso te lo faccio sentire io», ed entra in sala per cantarla a modo suo.
Torno dentro io, la canto esattamente come voleva lui ed è come poi è finita nel disco, e dall’altra parte del vetro tramite l’interfono mi fa «oh, cazzo, adesso gliel’hai proprio detto!»
Ma oltre all’aneddoto in sè, avere Vasco in studio quando stai registrando che ti segue è un privilegio, poi sentirgli dire che hai toccato le sue corde è fantastico.
Infatti in questo album ho inserito Va bè (se proprio te lo devo dire) perchè in qualche modo dovevo ringraziarlo e omaggiarlo, visto che gli devo tantissimo.
Esattamente, perchè quando voi eravate letteralmente agli inizi della vostra carriera lui vi ha portato con sé per il mitico tour di Liberi liberi e per le due storiche date a Milano e Roma di Fronte del palco.
Ti racconto un aneddoto: quando eravamo davvero ancora sconosciutissimi eravamo a fare un concerto in una birreria di Vignola e, ti giuro, dentro c’erano solamente due persone. Ad un certo momento ne entrano altre due, e una delle due era Vasco.
Dal palco quattro persone le vedi, perchè ci sono solo loro davanti a te e non ti puoi sbagliare. Ed io ero lì che mentre suonavo mi dicevo “ma è Vasco? Ma è Vasco?”. Lui ha guardato il concerto e alla fine se n’è andato, quindi non ho avuto modo di parlarci.
Poi nel 1989 siamo andati al Festival di Sanremo, dove siamo stati eliminati al primo turno, e il giorno dopo lui ci ha chiamato per chiederci di accompagnarlo nel tour di Liberi liberi, quindi ho avuto modo di incontrarlo personalmente. In quell’occasione ho dovuto soddisfare la curiosità di quella sera al pub di Vignola e la conversazione è andata così:
– Vasco, ma eri tu?
– Certo che ero io!
– Ma come mai eri lì quella sera?
– Perchè mi piacevate, ed è il motivo per cui siete qua.
Tu capisci che alla fine se hai delle cose da dire, se sei preparato, se hai passione, se hai tutte le cose che servono per misurarti col grande pubblico, se davanti hai 4 persone, 4.000 o 400.000 non cambia niente, perchè ogni volta che sei sul palco devi dimostrare sempre quello che hai dentro.
Vasco queste cose le sa perchè agli inizi ci è passato anche lui, ed evidentemente gli arrivò quello che avevamo dentro anche noi, quindi credo che quella famosa serata in quel bar con quattro spettatori non sia stata vana, e mi ha insegnato che bisogna suonare sempre bene, e che che bisogna farlo anche se ci sono poche persone a vederti.
Con noi Vasco è stato molto generoso nel condividere il suo palco per ben due anni in due tour storici come Liberi liberi e Fronte del palco. Ci ha insegnato tanto, per cui da parte mia c’è tanta gratitudine nei suoi confronti.
Tornando al presente e a La musica che ci gira intorno, la collaborazione che più mi ha incuriosito è stata quella con Stefano Fresi, che in Ma come fanno i marinai si è calato alla perfezione nello spirito del pezzo. Come mai hai scelto proprio lui?
Stefano è una delle persone che io stimo di più, non solo artisticamente ma proprio umanamente: anche per questo ogni tanto ci sentiamo, ci mandiamo messaggi, e parliamo di ogni argomento, dal più importante al più leggero.
Lui ha proprio quell’essere guascone, che non vuol vuol dire essere cialtrone, anzi, è molto attento e condividiamo la stessa visione delle cose.
Un giorno, mentre parlavamo dei nostri progetti, gli ho detto che stavo preparando questo disco, e che dentro c’era anche Ma come fanno i marinai, e lui mi ha subito interrotto dicendo «vengo io!».
Già era un privilegio averlo in studio, ma oltretutto sapeva tutta la canzone a memoria e aveva studiato tutte le armonizzazioni: quando c’era da fare la terza, la quinta, quando bisognava tornare a fare la tonica.
Io sapevo che è un pianista, ma è anche un pianista preparatissimo, perchè tecnicamente aveva scritto tutto ciò che c’era da scrivere, ha fatto “buona la prima”, e mi ha commosso, dimostrando di essere un fuoriclasse.
Questo mi ha fatto capire perchè siamo in sintonia nonostante abitiamo a 400 km di distanza: amiamo le stesse canzoni, gli stessi film, gli stessi libri e abbiamo passato tante ore insieme, dentro e fuori dallo studio di registrazione, a condividere le nostre passioni.
Anche in un programma come Ballando con le stelle, che comunque ha di base un format da rispettare, hai la possibilità di poterti esprimere liberamente con le canzoni e con la musica della tua big band.
Questa è la grandissima intelligenza di Milly Carlucci, unita alla sua grande professionalità: lasciare spazio alle persone che ha a fianco.
Io ho un gruppo di lavoro straordinario, e sappiamo perfettamente che siamo su RaiUno al sabato sera, e che quindi ci deve essere un certo rigore e una certa disciplina perchè entriamo nel salotto di casa nelle persone, però Milly è una persona che si fida dei suoi collaboratori e ti dà anche grande libertà.
Sono convinto che se gli dovessi proporre gli Yellowjackets di Will Kennedy, anche se so che siamo al sabato sera su RaiUno, sono certo che lei non mi direbbe di no.
La libertà per chi fa il mio lavoro è il massimo, e ho il privilegio di lavorare con tante persone, da Milly a Stefano che ho citato prima, che mi permettono e ci permettono di essere liberi, insieme con la mia band.
Più che una domanda, una curiosità. Immagino di sì, ma sapevi che nel 1994 Mia Martini aveva pubblicato un bellissimo disco di cover dal titolo simile al tuo, ovvero La musica che mi gira intorno, prendendo sempre in prestito il brano di Ivano Fossati?
Ovviamente sì, e non è stato un caso da parte mia fare una citazione di quell’album, ma si è trattato di una cosa voluta.
Quel “ci” che fa la differenza tra il titolo dell’album di Mimì e il mio, vuole stare a significare che queste canzoni non girano solo intorno a me o al mio pubblico, ma sono tanti anni che questa musica gira intorno anche alla mia band, quindi era giusto che lo andassimo a rimarcare anche nel titolo.
Ultima domanda: tu sei un grande tifoso della Juventus, tanto da aver scritto anche l’inno ufficiale Juve (storia di un grande amore). Da poco è iniziato il campionato, ma i bianconeri non stanno giocando molto bene. Quali sono le tue previsioni per la stagione?
Non ti dico nulla, ma siamo fortissimi!





































