Venezia 79. Bardo, falsa cronica de una quantas verdades

Iñarritu presenta il suo personale 8 e 1/2. Psichedelico e fluviale

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Bardo, Iñarritu. Ci provano tutti prima o poi a fare i conti con la vita e (da registi) a farli con Fellini: ci vorrebbe una norma per legiferarlo… “La falsa cronaca di un pugno di verità” è una discesa allucinogena e onirica (però fotografata da Darius Khondji) nella mente di Silverio, documentarista messicano di fama mondiale che vive a Los Angeles, si detesta per aver lasciato il Messico e sta per essere insignito di un ambitissimo riconoscimento dal giornalismo statunitense. Un onore? Un tradimento? Silverio (Daniel Gimenez Cacho truccato da avatar del regista Alejandro G. Iñarritu) riconsidera attraverso una serie di sogni e premonizioni  l’amore, il denaro, la fama, i ricordi, i rimorsi, l’amicizia, il passato, la politica, la famiglia e il lutto di un bambino. Il film dunque si muove nello stadio intermedio tra la vita e la morte in attesa di una destinazione (in teoria il Bardo del Libro tibetano dei morti). Sovrabbondante e fitto di belle intuizioni sceniche però esasperate fino al kitsch, la variante Iñarritu di 8 e 1|2 di Fellini (c’erano già state  All That Jazz e Nine) non porta molto di nuovo nonostante i virtuosismi di ripresa, a meno di non prendere come profezia la sarcastica notizia (nel film, per ora) che Amazon si compra la Baja California: e così sposta i confini degli USA come nella guerra messicano-americana dell’800 (che si concluse con una transazione finanziaria).

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