Argentina, 1985 è la storia di un processo al Potere Militare. Forse il più importante mai fatto in America Latina dopo la tragedia dei desaparecidos. Si può ridere? Sì, perché è insieme una bella commedia (ridi, è scritta bene), un film drammatico (sei in ansia, anche se sai già com’è finita) e, volendo esagerare, un film educativo, perché insegna che il coraggio deve appartenere alla normalità e non agli eroi. Insomma è la ricostruzione del processo (il primo intentato da giudici civili a militari) a Videla e ai suoi generali per aver sequestrato, torturato, ucciso e fatto sparire il popolo argentino. Genocidio. Roba seria, però ci arriviamo attraverso le paure anche buffe, i litigi in famiglia, l’aiuto dei figli e della moglie e le sfuriate quasi comiche del procuratore Julio Strassera e del suo assistente (ossessionato dalla mamma conservatrice) che osarono, mentre gli si chiedeva di mettere sotto accusa la giunta militare (ma senza far arrabbiare nessuno) chiamare un pugno di avvocati giovanissimi per costruire l’impianto accusatorio con una tesi democratica: la giunta del generale Videla non va condannata perché è di destra e la giustizia è di sinistra, ma perché la democrazia chiede che i militari non si arroghino il ruolo di poliziotti, inquisitori, giudici e boia anche se sono alle prese con il terrorismo. È una lezione di alta moralità giuridica, ma il miracolo del regista Santiago Mitre è che ci porta a queste conclusioni con un dialogo mai retorico e sempre brillante, anche nelle sfaccettature sentimentali. Mitre è il regista di un altro film politico, anomalo e bello: Il presidente, anche quello affidato a Ricardo Darìn (Il segreto dei suoi occhi, Truman)
Venezia 79. Argentina, 1985
Il processo ai generali di Videla, non per ideologia, ma per moralità giuridica. E si ride...







































