In una casa scura e disordinata un insegnante di scrittura creativa impartisce online perle di tecnica letteraria e legge brevi composizioni. Ma sullo schermo del computer, tra le facce degli allievi, la sua è un quadrato nero. Lui dice che non funziona la telecamera, in realtà è un obeso quasi impossibilitato ad alzarsi, che si nutre di porcherie, di dolore e di rimorsi. È gay e moribondo e legge e rilegge ad alta voce una curiosa interpretazione di Moby Dick, la balena bianca, “The Whale”, e balena è il soprannome che il protagonista si dà e gli danno: l’attore Brendan Fraser che un tempo era bello, magro (e bravo, anche nei blockbuster) è diventato forse anche più bravo e molto grasso (non quanto il personaggio). Agli inizi si era notato in Demoni e dei, la storia del ragazzo che ispirò la creatura di Frankenstein al regista James Whale (sempre balene nel suo destino). Ora è in mano a un regista maledetto come Darren Aronofsky. Intorno al nostro divertente, repellente e disperato protagonista ruotano un’infermiera, la figlia adolescente arrabbiata, un giovane propagandista religioso, l’ex moglie, il ragazzo delle pizze e il fantasma di un amore per cui si sta lasciando morire. Viene da una pièce teatrale di Samuel D. Hunter (anche sceneggiatore) e sembra un racconto per un saggio di scrittura creativa. Spaventa e affascina nel suo essere insieme tradizionale eppure quasi inaccettabile
Venezia 79. The Whale
Un uomo nascosto in una stanza si sta lasciando morire dentro il suo grasso. Aronofsky più Fraser.






































