Negli anni Venti del 900 all’isola di Inisherin arrivano esplosioni e colpi dalla terraferma . È la guerra civile, gli isolani quasi rimpiangono la semplicità della guerra contro gli inglesi. Il pastore Padraig, in apparenza un uomo semplice (un Colin Farrell con una bella tastiera di emozioni) un brutto giorno scopre che il suo migliore amico, il violinista Colm (Brendan Gleeson) non è più suo amico. Perché? Perché quest’amicizia di cose ripetitive annoia Colm, che sente avvicinarsi la fine e vorrebbe usare il tempo che resta per lasciare un segno. Come Mozart, o almeno la canzone che sta componendo (The Banshees of Inisherin , come il film). Le banshees sono le streghe, e ce n’è una sorniona che si aggira per l’isola, pipa in bocca, e predice come andrà a finire questa storia che sembrava una ballad di folclore e invece è sanguinaria come certe favole crudeli. Padraig insiste a chiedere amicizia a Colm e Colm minaccia di tagliarsi un dito della mano sinistra (con cui suona) ogni volta che Padraig insisterà. E lo fa. E un testo di brillante ironia opera (e regia) del Martin McDonagh di Tre manifesti a Ebbing, Missouri diventa la metafora della tragedia fratricida dell’Irlanda. Il migliore film della mostra?





































